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Aru – Nibali : Assalto al Tour

Andrea Muratore

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L’arrivo braccia al cielo di Fabio Aru alla conclusione terza tappa del Giro del Delfinato, giunto mercoledì nella località di Tournon dopo una giornata piena di insidie, rappresenta per gli appassionati di ciclismo un déjà-vu che fa ben sperare per il ciclismo tricolore in vista dell’imminente Tour de France. La vittoria in solitario del corridore sardo in anticipo sulla rimonta del gruppo lanciato in volata ricorda, nella sua conclusione, l’azione di forza con cui Vincenzo Nibali sbaragliò la concorrenza e vestì la sua prima maglia gialla nel trionfale Tour 2014 al termine della seconda frazione con arrivo a Sheffield, preludio a una cavalcata trionfale che avrebbe visto lo “Squalo dello Stretto” far su altre tre tappe e concludere la Grande Boucle con oltre 7 minuti di vantaggio sul secondo classificato, Jean-Christophe Péraud. La settima vittoria da professionista di Aru, che inoltre rappresenta il primo successo del “Cavaliere dei Quattro Mori” al di fuori del circuito delle grandi corse a tappe, è figlia di un’azione decisamente inconsueta per le caratteristiche tecniche dell’abile scalatore sardo: il forcing decisivo che ha permesso ad Aru di scavare il solco necessario a garantirgli il successo sul gruppo principale è stato infatti imposto non con lo scatto sull’ultima salita ma con la spettacolare azione nella discesa conclusiva, che hanno segnato la differenza tra la vittoria e il riassorbimento da parte del gruppo, destino in cui sono incorsi i precedenti compagni di fuga di Aru. Un vero e proprio successo alla Nibali, dato che proprio come il suo compagno di squadra dell’Astana anche Fabio Aru ha dimostrato di sapere fare dell’imprevedibilità un’arma, di essere in grado di prendersi rischi calcolati e, di conseguenza, di dare spettacolo, dimostrando oltre a una sopraffina tecnica anche il carisma degno di un corridore dal palmarès decisamente importante (una vittoria e un quinto posto alla Vuelta, due podi al Giro d’Italia) per i suoi 26 anni.

Inoltre, Aru ha palesato lo stato di forma brillante con cui si appresta ad affrontare il Tour de France, che scatterà da Mont-Sant-Michel il 2 luglio prossimo, conquistando una frazione importante della principale corsa di avvicinamento alla Grande Boucle, il Giro del Delfinato consideratone la vera e propria prova generale da tutti i principali favoriti per la conquista della maglia gialla di Parigi, tra cui Chris Froome e Alberto Contador. Rivali durissimi con cui Aru si troverà a competere sulle strade francesi, nelle quali è atteso da una decisiva prova di maturità per sancire la definitiva consacrazione a fuoriclasse. L’edizione 2016 del Tour de France sarà dominata da quattro, importantissimi arrivi in salita (Andorra-Arcalís, Mont Ventoux, Finhaut-Emosson e Saint-Gervais Mont Blanc) nelle quali Aru dovrà giocoforza confrontarsi a viso aperto con avversari che in passato ha saputo più volte mettere in seria difficoltà sulle grandi montagne di Italia e Spagna, essendo riuscito a staccare Froome in due occasioni alla Vuelta 2014, a sfiorare un clamoroso ribaltone del Giro 2015 sul Colle delle Finestre contro Contador e, in generale, a non sfigurare mai in alcun confronto diretto. Punto forte su cui dovrà imperniarsi la strategia di Aru per il Tour sarà la compattezza della sua squadra, la kazaka Astana che ha imposto al Giro d’Italia appena conclusosi una vera e propria tirannide nel corso delle tappe conclusive, contribuendo in maniera esemplare alla rimonta di Vincenzo Nibali conclusasi col tripudio di Torino. Il team guidato dall’ex professionista e campione olimpico in carica Aleksandar Vinokourov ha intenzione di replicare in terra di Francia il vittorioso assalto alla maglia rosa ed è pronto a dispiegare una formazione ancor più competitiva per supportare la corsa di Aru: Jacob Fuglsang e Tanel Kangert, abilissimi scudieri dello “Squalo dello Stretto”, saranno ai nastri di partenza del Tour incaricati di fungere da pesci pilota nelle grandi tappe di montagna; l’inossidabile ed eterno Paolo Tiralongo, rodatissimo gregario che ha fatto del suo cognome il suo egregio mestiere, consigliere e amico stretto di Aru, dovrà supportarli in questo compito; Diego Rosa e Dario Cataldo contribuiranno a un generale controllo della corsa, mentre ai due volenterosi passisti Andrij Grivko (ucraino) e Aleksej Lutsenko (kazako) sarà affidato il compito di macinare chilometri nel corso delle lunghe, assolate e afose giornate nelle pianure francesi. Una squadra che sembra coperta in ogni reparto, a cui bisogna tuttavia aggiungere l’elemento che potrebbe potenzialmente risultare decisivo, il supporto d’eccezione che nel corso delle ventuno tappe della gara francese si è affidato il compito di guardare a vista Fabio Aru e di mettere al servizio del capitano designato il peso della sua classe sconfinata: Vincenzo Nibali. Sono le stesse parole del fresco vincitore del Giro 2016 a confermare che il suo ruolo nell’imminente Tour sarà incentrato sul completo servizio verso il corridore sardo, che si potrà dunque vedere lautamente ricompensate le fatiche del Giro 2013, il primo conquistato da Nibali, durante il quale l’allora ventitreenne Fabio Aru seppe essere un valido supporto per contribuire alla vittoria finale del siciliano.

Aru-Nibali: il target d’eccellenza del ciclismo azzurro unito nell’azzurro kazako della divisa Astana, come sarebbe dovuto essere anche nella scorsa edizione della Vuelta di Spagna prima della beffarda e ingenerosa esclusione di Nibali nelle battute iniziali della corsa. Un binomio che potrebbe, se bisogna dar seguito alle voci che parlano di un Nibali intenzionato a lasciare l’Astana a fine anno, essere vicino alla sua ultima rappresentazione, pronta ad andare in scena sul principale palcoscenico del ciclismo mondiale. Punta di lancia di una squadra altamente competitiva, Fabio Aru si prepara alla sua prima partecipazione al Tour con legittime aspettative positive: la vittoria al Giro del Delfinato e la decisione di Nibali di correre completamente in sua funzione rappresentano importanti segnali in vista dell’avvio di una Grande Boucle che, a un mese dalla partenza, sembra già in assoluta bagarre.

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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