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Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Sarita Fratini

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Nell’ultima decade sono quadruplicate le armi detenute per uso sportivo. C’è un nuovo interesse per il Tiro a Segno oppure gli italiani hanno trovato un escamotage per poter tenere una pistola in casa?

L’omicidio-suicidio avvenuto nei dintorni di Orte venerdì scorso riporta tristemente alla ribalta il problema delle armi da fuoco nelle case italiane.

Sarita Fratini da alcuni mesi scrive su questo argomento denunciando sul suo blog che molte delle pistole che sparano per uccidere familiari, soprattutto donne, siano regolarmente detenute.

Orte (VT). Venerdì 17 marzo 2017. Francesco Marigliani, 28enne di Amelia, chiede un incontro alla sua ex ragazza Silvia Tabacchi, 30 anni, per parlare della loro relazione finita. Lei ci va e lui porta una pistola. Con questa le spara e poi si suicida.

Da prime indiscrezioni sembra che soltanto due giorni prima, il mercoledì, Marigliani abbia ottenuto un legale permesso di detenzione e acquisto per una pistola ad uso sportivo e che subito dopo, il giovedì, sia andato a comprare una Glockin armeria.

Sembrerebbe un omicidio-suicidio con movente passionale, eppure pianificato. Nell’attesa che gli inquirenti facciano maggiore luce sulle dinamiche che hanno portato uno studente 28enne ad armarsi e uccidere la sua ex fidanzata, facciamo un salto indietro nei casi di cronaca nera italiana.

Sono storie di persone all’apparenza normali, incensurate, che si trovano a vivere piccoli e grandi drammi della vita, primo tra tutti una fidanzata che ti lascia. La storia si ripete, sempre uguale, da diversi anni.

Montebelluna (TV). 2013. Anche Matteo è stato lasciato dalla sua fidanzata, Denise. Sta male. Vorrebbe riaverla a tutti i costi. Le telefona, le manda tonnellate di messaggi. Ma quella ragazzina di 14 anni più giovane di lui non lo vuole, non lo vuole più. Allora Matteo pensa che deve fare un grande gesto e a gennaio compra un’intera pagina del giornale per dichiararle il suo amore. Ma di nuovo niente, lei non risponde. Quindi Matteo opta per un approccio più diretto: la aspetta sotto casa tutti i giorni, la segue ovunque vada. Ma è un altro buco nell’acqua: Denise va dai carabinieri e Matteo viene convocato in caserma per una ramanzina. Non è amore il suo, lo avvertono, è “stalking”.

Cosa fare, cosa fare ancora quando Lei non ti vuole e la vita non ha più senso?

Quando si parla di lucida follia si pensa proprio ad un momento del genere, in cui lucidamente si pianifica un gesto folle: un omicidio. E in Italia troppo spesso la pianificazione di un omicidio parte dalla richiesta di un porto d’armi.

Succede anche in questo caso: Matteo si informa e scopre che per avere una pistola legalmente bastano pochi giorni e pochi soldi. E’ sufficiente un certificato medico per richiedere il “Diploma di Idoneità al Maneggio delle Armi” in una sezione di Tiro a Segno Nazionale e subito dopo “l’Autorizzazione all’acquisto di Armi e Munizioni” presso un qualsiasi Commissariato italiano. Lo chiamano volgarmente “porto d’armi per uso sportivo”. Online si trovano tutte le istruzioni e qualche sito internet promette che per tutte le pratiche bastano solo 48 ore.

Il 16 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi uccide l’ex fidanzata Denise con una Beretta Iver regolarmente acquistata e detenuta con permesso sportivo.

Per la prima volta in Italia la via legale è la più veloce e la più economica. Basta autodichiararsi “sportivi” e si può comprare legalmente una pistola e tenerla in casa.

porto-darmi

Quante sono oggi le armi sportive nelle case italiane?

Non si sa con precisione e manca un’anagrafe delle armi consultabile dai cittadini. Vecchie statistiche parlano di 127 mila armi per uso sportivo nel 2002 e di 470 mila nel 2015. Quasi quadruplicate nel giro di una decade, a fronte di una lieve diminuzione delle armi da caccia e del dimezzarsi dei porti d’arma per difesa personale (da 45 a 19 mila). Perché? Sicuramente la caccia è diventata un’attività meno popolare, ma l’ossessione per la difesa personale invade sempre più l’animo degli italiani. Il problema è che per avere il porto d’armi per difesa personale, l’unico che consenta di girare con una pistola carica in tasca, bisogna avere un valido motivo: un lavoro che preveda il trasporto di ingenti quantità di denaro o preziosi per esempio. Per il permesso di detenzione sportiva invece basta la motivazione dello sport, è una soluzione facile e veloce. Quindi tutti sportivi.

C’è da dire che il Tiro a Segno in Italia è uno sport serio e importante. Non evoca certo un’idea di violenza, piuttosto di calma e concentrazione: un uomo solo contro un bersaglio di carta. E’ disciplina olimpica fin dalla prima Olimpiade moderna, Atene 1896, e quella italiana è una delle squadre che vediamo più spesso sul podio. Sono più di 300 le sezioni di Tiro a Segno Nazionale (TSN) presenti sul territorio italiano, più tutta una serie di poligoni privati.

Dato il proliferare di armi e tiratori i poligoni saranno pieni di gente che fa la fila per sparare, immaginiamo. Invece pare proprio di no. Con un po’ di fatica riusciamo a farci dare le statistiche di affluenza da una delle sedi di Tiro a Segno Nazionale. E’ in una cittadina di appena 50 mila abitanti ma nel 2016 ha rilasciato quasi 800 certificati di idoneità al maneggio delle armi e l’anno precedente più di 800. Quanti di coloro che hanno preso l’agognato patentino sono tornati a sparare presso quel poligono? Il dato è agghiacciante: appena 5 persone.

Che gli italiani ricorrano alla facile etichetta dello sport per armarsi non pare un’illazione, ma un fatto. Ognuno ha i suoi motivi, tra cui primeggia l’ansia per la difesa della proprietà privata, ma i fatti ci dicono che queste pistole non sparano contro ladri, sparano contro familiari e conoscenti.

Quante sono in Italia le armi sportive che hanno ucciso?

Da una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo datata 21 ottobre 2013[1] sappiamo che quell’anno l’Italia era al primo posto in Europa per numero di omicidi commessi con arma da fuoco rapportati agli abitanti: 0,71 ogni 100 mila abitanti. Un tasso esorbitante se si pensa che nella vicina Francia erano 0,06 e nel Regno Unito 0,07. Ma non sappiamo quante di queste armi fossero regolarmente detenute né quante lo fossero per uso sportivo. Statistiche ufficiali non ce ne sono e per farci un’idea bisogna scartabellare i casi di cronaca.

Il sociologo Giorgio Beretta, che malgrado il cognome non è parente della famosa azienda produttrice di armi da fuoco e anzi è un membro attivissimo della Rete Italiana per il Disarmo (RID), in questi giorni ha lanciato online la creazione di un database degli omicidi e reati compiuti con armi legalmente detenute (https://www.facebook.com/DatabaseOmicidiReatiConArmiLegali/). I cittadini possono segnalare i casi. L’iniziativa sembra funzionare, nei soli primi due mesi del 2017 sono state individuate ben 6 armi da fuoco legali che hanno ucciso 7 persone. Tra esse troneggia la calibro 9 detenuta per uso sportivo del calciatore Fabio Di Lello, a Vasto, acquistata poche settimane prima dell’omicidio del ventiduenne Italo D’Elisa.

Se l’unico modo per sopperire all’assenza di dati ufficiali sul fenomeno è recuperare gli articoli di cronaca nera, lo facciamo anche noi. Veniamo travolti da un numero impressionante di casi e di pistole. Storie di malattie mentali ignorate al momento del rilascio del permesso di detenzione per una pistola come la Stoeger-Cougar 9 mm della strage del Broletto del 2013 con cui Andrea Zampi uccise due impiegate della regione Umbria. Storie di casi etichettati come “Femminicidi”: mariti e fidanzati respinti che rivolgono l’arma contro le loro ex e a volte anche contro i loro bambini. Ricordiamo Daniele Antognoni che uccise la moglie Paula e il figlioletto Christian di soli 5 anni con una Beretta 9×21; Ciro Vitiello che sparò i quattro colpi calibro 22 che posero fine alla vita della moglie Rosa Landi; il medico Luigi Alfarano che dopo la moglie uccise il figlioletto di 4 anni con una Beretta 98.

Tutte pistole detenute legalmente, per uso sportivo.

In Parlamento il problema è in discussione e c’è una proposta di decreto legge, firmata dalle senatrici Amati e Granaiola, che vorrebbe confinare le armi sportive nei poligoni vietandone la detenzione in casa e istituire un’anagrafe dei possessori di armi consultabile da medici e personale sanitario. Possiamo immaginare cosa ne pensino i falsi sportivi, ma chissà cosa diranno i veri sportivi …

[1] COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO E AL PARLAMENTO EUROPEO Le armi da fuoco e la sicurezza interna dell’UE: proteggere i cittadini e smantellare il traffico illecito. Bruxelles, 21.10.2013.

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Alessandro Mastroluca

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Compie oggi 50 anni Hassiba Boulmerka, l’atleta algerina campionessa olimpica a Barcellona 1992. Una Medaglia storica, simbolo per le donne discriminate. Ve la raccontiamo

Ventisei anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

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Se il Karate aiutasse il calcio nostrano magari la prossima volta al Mondiale ci torniamo

Enrico Fabbro

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Sabato 30 Giugno in una palestra alla periferia sud di Roma ci sono gli esami per le cinture in una Palestra dove il Maestro 2° Dan Marcello Moretti esamina i suoi allievi alla fine di un anno di lavoro. Ci sono bambini di 6/7 anni e uomini e donne sopra gli …anta.

Lo spazio è piccolo ma la sacralità del tatami è religiosamente rispettata. Nessuno può entrare senza togliersi le scarpe e inchinarsi per salutare.

E’, quella del karate, una disciplina vera, quello che abbiamo visto negli anni passati di acrobatici salti alla ricerca di spaccare in mille pezzi una tavoletta di legno, fa parte della preistoria cinematografica, quando imperversavano modelli come Bruce Lee. Oggi dai più piccoli ai più grandi ci deve essere una conoscenza di nomi, fatti, colpi, parate e kata.

Non sono solito scrivere di altre discipline perché credo si debba scrivere solo di cose che un po’ si conoscono.

Di questo pomeriggio in un contesto Karate, ho potuto però ammirare delle cose nei giovanissimi e nei non più giovani che potrebbero essere “copiate” dal mondo del football, e che contribuirebbero sicuramente a renderlo migliore.

Rispetto degli altri: probabilmente sarà la disciplina ma il giovane karateka rispetta i compagni d’allenamento, prima di iniziare qualunque cosa si salutano in un inchino che se ha qualcosa di sacrale rende comunque tutta la gestualità nobile

Rispetto del maestro: il maestro sa che ha una grandissima responsabilità; deve trasmettere il giusto messaggio sulla disciplina che insegna. Trasmettere un messaggio sbagliato provocherebbe degli esaltati convinti di poter sopraffare chiunque con un’arte che può divenire pericolosa. Il Maestro quando parla e spiega ha una autorevolezza incredibile. Anche se l’atleta ha 5 anni lo chiama Signore seguito dal Cognome e gli dà rigorosamente del lei. Gli atleti lo ascoltano quando spiega, e cercano di emularlo quando dimostra dei gesti, delle parate, dei colpi. Gli allievi sanno che hanno davanti un vero maestro che sa, che rispetta ma che pretende di essere rispettato soprattutto per la storia e la filosofia che rappresenta.

Vedere la gestualità di come tutti annodano la cintura, l’emozione, anche se trentenni a come rispondono alle domande teoriche del maestro rende veramente il momento della consegna delle nuove cinture un momento emozionante. Si emoziona il ragazzino che da cintura bianca diventa gialla e la signora che da marrone diventa marrone/nera. Emozioni e lacrime dietro tanti sacrifici. Allenamenti che spesso si svolgono dopo le ore 20,00, dopo una giornata di lavoro, di studio o molto più pesantemente da casalinga.

I genitori / figli: Nell’epoca dei social ovviamente foto e pubblicazioni immediata dell’evento non risparmia il karate ma anche in questo con grande rispetto. Durante l’esame sono il silenzio e la concentrazione i veri protagonisti. Anche i pochi spettatori “subiscono” il carisma del Maestro Marcello Moretti che autorizza il momento delle foto e che, con l’autorevolezza del ruolo, sa chiedere silenzio a i presenti e stop ai clic.

Nell’era del caos, dell’immediato, del rumore ovunque, la regola della concentrazione e del silenzio sono ormai cosi rare che meritano una citazione.

Tutto questo fantastico pomeriggio l’ho paragonato con quello che accade normalmente in un contesto calcistico, il rispetto per compagni e avversari, il rispetto dell’allenatore istruttore, il rispetto delle decisioni dell’arbitro il rispetto dei genitori nei confronti del mondo che i loro figli frequentano.

I ragazzi sono gli stessi che magari sono figli della stessa famiglia o frequentano la stessa scuola nell’identico contesto sociale. Perché tanta differenza? Non credo sia facile dare una risposta concreta, forse però per avvicinare il “casinista” mondo del calcio al “serio” mondo del karate bisognerebbe riscrivere le regole d’ingaggio. Mi vorrei soprattutto soffermare sul ruolo dell’istruttore nel karate e dell’allenatore nel calcio. Per diventare maestro di karate devi aver percorso un lunghissimo cammino di teoria e pratica. Devi conoscere profondamente la disciplina che insegni e sapere sino a dove puoi arrivare. L’ambizione del Maestro di karate? Essere un buon maestro di Karate che sa svolgere la sua missione e che sa essere un vero medello per il giovane karateka. Un maestro che non è mai messo in discussione perch lui è …il Maestro.

Nel calcio non è così perché a volte si arriva in panchina, specie con i più giovani, senza aver fatto alcun tipo di formazione. Gli allenamenti si scopiazzano su qualche sito a pagamento, si urla si sbraita nella speranza di vincere anche con chi ha 7 anni. L’obiettivo a volte non sembra essere la crescita del giovane calciatore, al quale si insegnano le regole del giuoco per esempio o quelle della vita dove la componente vittoria e sconfitta sono presenti quotidianamente. Spesso si assiste a allenatori che vogliono divenire “vincenti” solo per ambire a panchine più importanti per guadagnare sempre di più. Qualcuno ci riesce la maggior parte no, quindi non guadagna nulla, perde la considerazione degli allievi e ne perde comunque la credibilità del football nostrano. Karate aiutaci tu.

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