Molti al mondo sono i modi di protestare. Alcuni tranciano come il cordone ombelicale alla nascita, basta dipendenze amorose, basta tormento per la persona sbagliata. Altri continuano a lamentarsi della situazione, una nenia da pastori erranti che ormai è talmente noiosa che non fa nemmeno più effetto su lupi e capre. Esiste la protesta veemente sopra le righe, quella senza freni inibitori. Le vene del collo si gonfiano, mentre annunciamo al destinatario del nostro astio che non ne possiamo davvero più. Ma che fare quando manifestare il proprio dissenso, diventa pericoloso e ghettizzante? Cosa fare quando tutti piegano la testa ed accettano il potere elargitorio dall’alto. Immaginate la megaditta di Fantozzi, dove si tace e si piega la testa per lavorare, per portare il pane a casa. Sottostare ai più assurdi capricci di un datore di lavoro quasi feudale. Era un atteggiamento portato agli estremi, ma alzi la mano adesso chi non ha avuto a che fare almeno una volta con questi atteggiamenti da narcisi castrati. Eppure esiste ed esisterà sempre una forma di resistenza sottile e quasi inosservata, quella del pensiero, che limita le azioni ma lascia firme di inchiostro indelebile Una delle forme più dignitose e silenziose di dissenso, si è scoperta da poco, è tutta in questa foto.

Siamo in Argentina, nel 1978. Un regime dittatoriale sanguinario orchestrato dal generale Jorge Videla, amministra il potere con un sistema molto semplice e sbrigativo. I desaparecidos. Gente che in massa veniva fatta sparire, una protesta falciata anche solo al germoglio. Un silenzio che non importava che sapore avesse, ma per Videla doveva avere un solo odore, quello che serve per governare in maniera incondizionata. La paura dei cittadini. La vanagloria porta anche a volere trofei in bacheca, quindi la nazionale albiceleste, deve vincere un mondiale giocato in casa, e ci sbatteranno tutti. Dalle nazionali fortissime come l’Olanda, a quelle che cederanno “amichevolmente” le partite. Eppure l’Italia fece una figura eroica, vincendo tra botte e tifo contro, proprio una partita contro la nazionale di casa, mentre in Italia la gente nottetempo consumava frittatone e Peroni gelate, mai tanto rimpiante. Quel Mondiale venne vinto dagli argentini, come da manuale.

Ora torniamo ai nostri giorni. Un professore universitario di Sheffield, David Forrest, sta cercando aneddoti su quel mondiale, per la precisione non capisce una cosa. In quella manifestazione, si attaccavano ai pali delle porte delle strisce di nastro adesivo nere. Questo tutte le volte in cui giocava l’Argentina. Un gesto mai ripetuto. Eppure sempre fatto in quelle occasioni. Nella sua ricerca il professore arriva a Buenos Aires. Incontra un cameriere di un ristorante che lo vede sfogliare un libro mentre mangia, il cameriere nota che il libro parla dei mondiali giocati quaranta anni fa. Il professore gli parla e gli spiega cosa sta cercando. Il cameriere, gli suggerisce di andare a guardare prima un museo dello stadio Monumental, dove giocavano gli argentini. Lui andò e vide una foto in bianco e nero. In quella foto, lo staff tecnico dell’Argentina, passava il nastro adesivo lungo i pali, guardando meglio, Forrest notò che un viso gli sembrava familiare, tra quelli che lavoravano di nastro. Era il cameriere del ristorante.

Forrest si precipita nuovamente al locale e il cameriere gli dice la verità. Era una protesta silenziosa, volevano convincere i giocatori a portare il lutto al braccio, ma non se la sentirono, il lutto per tutti i morti della dittatura. Allora ebbero un’idea, listare a lutto i pali, perché tutto il mondo vedesse, anche senza capire, che non tutto era solo gioco e gloria. I militari mentre lo staff lavorava li fermarono pure e chiesero cosa stessero facendo ai pali, loro mentirono, dicendo che era un gesto scaramantico, non era vero. Non fu mai più fatto. Era il modo per dire “noi ci siamo, noi siamo qui a fare da memoria, voi state guardando una nostra protesta”. Perché si sa, non sempre è facile dire basta in maniera secca, ostico, spesso pericoloso, allora si porta avanti una dignità silenziosa, un finto piegare la testa, un gesto apparentemente insignificante, ma che dopo quarant’anni, come un buon vino, rivela il suo sapore. Libertà, libertà d’annata e dannata.

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