Signore e signori, da questo momento la Roma è in serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre“. Così un impietrito Renato Rascel, durante una rappresentazione al Teatro Sistina, annunciava la discesa dei giallorossi in cadetteria. Una frase che sarà destinata a passare alla storia, venendo impressa su sciarpe e bandiere e fungendo da vero e proprio motto anche in quei pochi momenti di giubilo vissuti dal tifo romanista. È l’anno 1951. L’annus horribilis per il club capitolino, quello della prima (e sinora unica) retrocessione. La Roma in Serie B è una storia che in pochi hanno raccontato, perché in pochi si sono chiesti cosa volesse dire, soprattutto all’epoca, scendere negli inferi di un campionato tosto, lungo e contraddistinto da vere e proprie battaglie su campi di provincia. Dove la Roma era attesa con il coltello tra i denti da tifosi e giocatori, vogliosi di scrivere un’impresa che sarebbe rimasta negli annali delle rispettive società.

Riavvolgiamo il nastro. La Roma è reduce da un gravoso fallimento, quello legato al progetto di Fulvio Bernardini della stagione precedente, conclusa al diciassettesimo posto con una salvezza ottenuta soltanto in extremis (nonostante clamorose vittorie con Juventus e Milan). Un mix tra poca lungimiranza e scarsa organizzazione, con il presidente Pier Carlo Restagno che non volle concedere al Professore il contratto triennale e lo stesso che trovò immensa difficoltà ad amalgamare una rosa giovane, passata quell’anno dal metodo al sistema. Sarà Luigi Brunella, dalla trentaseiesima giornata, a garantire la permanenza in A ai giallorossi. Da lì a pochi anni Bernardini dimostrerà a Firenze e Bologna tutta la bontà delle sue idee, mentre la Roma, affidata nel 1950/1951 inizialmente ad Adolfo Baloncieri, conoscerà l’onta della retrocessione. Non bastano le individualità di Mario Tontodonati e il carisma di capitan Tommaso Maestrelli, che l’anno dopo verranno ceduti con il secondo che un ventennio più tardi diverrà il profeta del primo scudetto laziale. Un declassamento che era nell’aria. Gli investimenti fatti nella stagione precedente erano irripetibili e nonostante fosse stata mantenuta l’intelaiatura ci furono grandi difficoltà, tra cui l’inserimento dei tre svedesi Knut Nordhal, Sune Andersson e Stig Sundqvist. In panchina dopo Baloncieri si avvicendarono il sergente di ferro Pietro Serantoni e Guido Masetti (portiere della Roma tricolore nove anni prima). A nulla servì neanche la vittoria all’ultima giornata, contro il Milan Campione d’Italia. La Roma era in B, gettando nello sconforto buona parte della città e l’annichilito pubblico dello Stadio Nazionale.

Roma-Fanfulla Lodi. L'esordio dei capitolini in Serie B

Dal fondo si può e si deve risalire. In società torna Renato Sacerdoti, già presidente tra il 1928 e il 1935 e figura chiave nel club. Al suo rientro organizza la stagione in maniera entusiasmante, basti pensare alla campagna abbonamenti di quell’annata (seconda soltanto all’Internazionale che vincerà lo scudetto) e ai giocatori che figurano in rosa. Arriva Carletto Galli, attaccante fortissimo nel gioco aereo e conteso da diverse squadre e viene confermato Arcadio Venturi, talentuoso mediano sinistro già nel giro della Nazionale e ingaggiato come tecnico Giuseppe Viani, l’inventore, assieme ad Antonio Valese ai tempi della Salernitana negli anni ’40, del Vianema una tattica che consisteva in un importante revisione del sistema e che, di fatto, introdusse per la prima volta la figura del libero in maniera assidua. Confermato anche il capitano Armando Tre Re, granitico difensore centrale.  La Roma è pronta ad affrontare uno dei campionati di Serie B più difficili di sempre, a causa dell’unica promozione diretta in palio (la seconda, in questo caso il Brescia, se la vedrà con la terz’ultima della Serie A, in questo caso la Triestina, nello spareggio di Valdagno vinto di misura dai giuliani) per la riforma del torneo volta all’abbassamento del numero di squadre partecipanti. Il pubblico romanista ha assorbito la botta ed è pronto a invadere stadi e campi di piccola capienza, non abituati alla foga giallorossa. A tal merito Sacerdoti, per evitare che tanti si mettano in viaggio senza biglietto fa organizzare dei veri e propri cinematografi dove vedere le partite. Esemplare l’appello alla tifoseria in occasione dell’ultima partita, quella disputata a Verona, che vale la promozione. A dire il vero furono in pochi ad ascoltarlo e se le cifre ufficiali parlano di 5.000 tifosi giunti nella città di Romeo e Giulietta non si fatica a pensare che il numero potesse essere ufficiosamente più alto.

Verona-Roma. I giallorossi tornano in Serie A

Arcadio Venturi è sicuramente il giocatore più amato tra i tifosi. La sua classe e il suo modo serioso e professionale di porsi conquistano subito i supporter giallorossi. Lui, emiliano di Vignola, che ha esordito in maglia romanista proprio sul campo del Bologna, non ha dimenticato le nove stagioni all’ombra del Colosseo (18 gol in 288 presenze): “La città reagì molto male – ricorda -. Ci fu un vero e proprio scandalo, si diceva che alcuni giocatori non si impegnassero perché frequentavano ambienti poco consoni alla vita di uno sportivo. E la cosa non era poi così distante dalla realtà. Io sono sempre stato ligio alle regole, anche perché in quegli anni non si guadagnava moltissimo con il calcio e le società erano totalmente proprietarie del cartellino, disponendo della vita dei calciatori. Basti pensare che io sono andato ad abitare dove voleva il club. Eravamo da poco usciti dalla guerra, c’era la miseria e davvero poche pretese. Tuttavia avendo iniziato da poco fui quello che risentì meno della retrocessione – continua – se a livello societario la situazione era disastrosa, la stagione 1951/1952 per me fu una delle più importanti, dato che al termine del campionato potei disputare le Olimpiadi in Finlandia”Era un calcio sicuramente differente: “Vedere i campi in sintetico e tutti gli accorgimenti, a volte eccessivi, utilizzati oggi mi fa un po’ sorridere. Io ricordo che all’epoca per eludere i controlli dell’arbitro mettevamo i chiodi sotto agli scarpini, dato che eravamo costretti a giocare su pessimi terreni in ogni condizione climatica. Oggi vedo delle scarpette che a volte assomigliano più a pantofole. Sull’annata di B ho un flash: giocavamo a Messina, nel vecchio stadio Celeste, e ci venne assegnato un calcio di rigore effettivamente non nitidissimo. Io ero il rigorista e lo realizzai tra i fischi assordanti del pubblico. Valse la vittoria e per me era un orgoglio. Quando giocavo male con la Roma mi sentivo male, il giorno dopo ero costretto a rifugiarmi al bar con gli amici che mi giudicavano per ciò che ero e non per come giocavo. Ma i tifosi della Roma sono un qualcosa di unico, ti fanno diventare più grande di ciò che sei. Quell’anno, nonostante la Serie B, ci seguivano in massa ovunque e lo Stadio Nazionale era sempre pieno. In tanti venivano anche durane gli allenamenti. Quando qualcuno che conosco va a Roma gli dico sempre: “Scommetti che poco dopo esser arrivato sentirai parlare di calcio e della Roma?”. Questo non accade a Milano o Torino. È anche un’arma a doppio taglio, certo. Perché quando vincevamo il derby, ad esempio, potevamo campare di rendita e negli squadroni del Nord non te lo permettono. Io l’ho provato a Milano, con l’Inter. Devi rimanere sempre concentrato”.

Arcadio Venturi

Venturi è stato di recente inserito nella Hall of Fame dell’AS Roma: “È stata un’emozione unica entrare all’Olimpico dopo così tanti anni. Di solito vedo le partite in televisione, ma se si vuol vedere il calcio bisogna andare allo stadio. Nel 1953 – dice – inaugurai l’Olimpico (allora Stadio dei Centomila) ma ora è totalmente diverso. Mi sono seduto vicino a Losi, con cui ho giocato e abbiamo parlato dei vecchi tempi. Riso su tutte le differenze che ci sono. I ritmi sono cambiati radicalmente ma anche l’alimentazione. Ai nostri tempi ci era proibito bere e ci facevano mangiare solo proteine. Quello che mangiavo da professionista era totalmente sbagliato. Però credo anche che oggi gli allenatori siano troppo specializzati e allenare stia diventando una vera e propria scienza che non condivido. Idem per la stampa sportiva. Ai miei tempi in poche righe si riusciva a concentrare tutta la partita e il commento sportivo, oggi i giornalisti si perdono sempre in cose di poco conto”. Una lunga carriera con tante amicizie, soprattutto nella Capitale: “Sicuramente la persona con cui strinsi più rapporti fu Amos Cardarelli, anche perché successivamente andammo pure all’Internazionale insieme. Anche con Alcide Ghiggia ci fu molta amicizia, tanto che decise di dare a suo figlio il mio stesso nome. Devo dire che l’anno in cui retrocedemmo, che coincise con il mio arrivo alla Roma, ricordo molto bene la preparazione effettuata a Sora. Maestrelli e Tontodonati si aggregarono più tardi ed ebbi l’onore di conoscerli e apprendere tanto da loro. Gli allenatori non facevano i manager come ora e noi eravamo i giudici di noi stessi. Dovevamo imparare tutto e questo ci permetteva di conoscere meglio il calcio. Sapevamo come marcare i Riva o i Sivori di turno”.

Il capitano della Roma Armando Tre Re all'ingresso in campo allo stadio Magona

In un campionato estenuante e ricco di ostacoli sono la Roma e il Brescia a contendersi la vetta. I capitolini avranno la meglio per un punto, nonostante il pareggio casalingo e la sconfitta con i lombardi rimediata in una contestatissima gara disputata al vecchio Stadium Porta Venezia, con il club giallorosso che presenterà ricorso nei confronti del direttore di gara per aver fatto continuare nonostante la fitta nebbia. Tra le partite passate agli annali in quella stagione di cadetteria c’è sicuramente la sconfitta di Piombino per 3-1, contro la sorprendente compagine locale che terminerà il campionato al sesto posto. Marcello Cardinali, che del Piombino è stato portiere negli anni settanta e al tempo della partita era bambino, ricorda: “È stato sicuramente l’evento più importante a livello sportivo per l’intera città. In quella partita il Magona (stadio di proprietà dell’omonima industria siderurgica n.d.r.) si riempì all’inverosimile. C’erano ufficialmente 12.000 spettatori, non so come fecero ad entrare. È strano pensarlo vedendo oggi in che condizioni è ridotto. Per noi resta una chiesa, anzi vorremmo che tornasse a essere il nostro Colosseo: vecchio ma ben tenuto. La maggior parte dei romanisti vennero in treno, arrivando in città sin dalle prime ore dell’alba. La stazione dista circa cento metri dallo stadio e da subito cominciarono i primi sfottò tra le tifoserie. Sicuramente erano più romani che piombinesi, nonostante a sostenere i nerazzurri fossero venuti in tanti anche dal circondario. Si dice – ricorda – che quel giorno i venditori ambulanti fecero affari d’oro. Con migliaia di panini venduti. Negli anni successivi la giornata non verrà dimenticata neanche a Roma, basti pensare alle dichiarazioni di Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti e nominato presidente del club nel 1965 n.d.r.) che in una trasmissione televisiva dichiarò di amare talmente tanto la Roma da averla seguita persino in Serie B, avendola vista perdere a Piombino”. In quegli anni controlli e scorte non funzionavano certo come ora e anche il circo mediatico era meno attento a quello che succedeva all’interno e all’esterno degli stadi: “Al termine del match – racconta Cardinali – ci furono i classici sfottò dei piombinesi nei confronti dei romanisti, giunti in città con la classica strafottenza di chi pensa a una passeggiata di salute contro una piccola squadra. Addirittura nella zona della Borgata Cotona, un luogo abitato principalmente da operai della Magona, alcuni romanisti giunti in pullman furono presi di mira da numerose sassaiole”.

I tifosi romanisti a Piombino

E queste scene si ripetevano spesso nei piccoli stadi della categoria. Castellammare di Stabia, Salerno, Lucca, Valdagno. Campi stretti e tifoserie calde. Basta aprire qualsiasi giornale dell’epoca per scoprire il caos creato dall’arrivo dei tifosi giallorossi in moltissimi dei luoghi che vedevano protagonista la squadra di Viani. È anche per questo che all’indomani della promozione in A lo Sport Illustrato titolerà con un qualcosa di simile a Basta stazioni piccole e situazioni rabberciate”. Quella domenica del 22 giugno 1952 fu una vera e propria liberazione. Tra i più commossi c’erano sicuramente il direttore sportivo Vincenzo Biancone e il massaggiatore Angelino Ceretti, con il primo che imbarazzato disse di non sapere se la più grande gioia della sua carriera fosse stata lo scudetto del 1942 o la promozione in A. Al triplice fischio del Sig. Longagnani di Modena iniziò la festa al vecchio Bentegodi, con Sacerdoti che abbracciò talmente forte un giornalista da rompergli la macchinetta fotografica. Qualche giorno più tardi gliene regalò una nuova, con un biglietto di felicitazioni relativo a quella giornata.

Il trofeo assegnato per la vittoria della Serie B

“Semo giallorossi e lo sapranno, tutti l’avversari de strart’anno, finché Sacerdoti ce sta accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà”. Canzone di Campo Testaccio.

Per le foto si ringraziano il sito www.asromaultras.org e Marcello Cardinali di Piombino

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