Le immagini dello spogliatoio degli arbitri ricoperto di sangue sembrano uscite da un film dell’orrore. Ma è tutto vero. Quello che è accaduto in Argentina nel Campionato Federal B, la quarta serie del calcio albiceleste, è solo l’ultimo caso in cui un direttore sportivo viene aggredito. Questa volta sono stati i tifosi della Juventud, altre volte gli stessi calciatori.

Un episodio che ci riporta indietro di un anno quando il calciatore Ruben Rivera Vazquez colpì mortalmente l’arbitro Victor Trejo durante una partita di campionato amatoriale messicano. Dopo l’espulsione il giocatore andò su tutte le furie e sfogò la sua frustrazione sull’arbitro causandogli un’emorragia subaracnoidea che ha portato al decesso e alla conseguente fuga in automobile da parte del colpevole. Una vicenda che, come dicevamo, non rappresenta un caso isolato nella cronaca nera, sportivamente parlando.

L’arbitro è considerato diffusamente la persona più detestabile nel mondo del calcio e le sue decisioni scaturiscono spesso e volentieri in insulti e accuse. Se una volta il “cornuto” di turno era il massimo della violenza, nel corso degli anni e dei mutamenti sociali, la figura del direttore di gara si è trasformata in mostro da abbattere e unico colpevole delle disgrazie della squadra per cui si gioca o si fa il tifo. E l’esasperazione dei toni e delle reazioni è andata via via spostandosi su una dimensione che non appartiene più alla semplice manifestazione viscerale ma assume connotati davvero agli antipodi rispetto al gioco del calcio. Risse, insulti, rincorse, denunce sono il condimento tipico di una partita. La situazione è ancora più evidente quando si calcano le serie minori o giovanili, dove spesso i genitori sono “troppo allenatori” e i giocatori “troppo calciatori”. E allora i casi di aggressione si intensificano, vuoi perchè lontano dai riflettori, vuoi perchè in alcuni casi lo sperduto rettangolo verde (che poi è marrone di terra) è la sola valvola di sfogo dalla realtà personale di molti partecipanti.


A farne le spese soprattutto l’arbitro, capro espiatorio indifeso e senza supporters che in svariate situazioni laterali rispetto al calcio che conta è costretto a prestazioni di un velocista con la capacità di incassare degna di Jake LaMotta. In alcuni casi, però la situazione si ribalta e il “carnefice” diventa il direttore di gara e la “vittima” il calciatore. In altri, invece, la giacchetta nera (che nera non è più) è quello che ti salva la vita strappandoti ad un morte che ci riporta alla mente numerosi episodi di decesso in campo.

Spulciando su Internet molte sono le storie del burrascoso rapporto tra giudicante e giudicato. Il più recente, oltre a quello citato in apertura, riguarda la tentata aggressione da parte di un giocatore del Guaranì all’arbitro di una partita di terza serie brasiliana. La scintilla, come sempre, il cartellino rosso. La reazione, uno spintone che ha fatto crollare l’arbitro e quattro uomini per arginare la furia del compagno.

Ma il 2016 sembra essere stato l’annus horribilis per questo genere di situazioni. Sempre dall’America Latina precisamente dall’Argentina, il calciatore Leonardo Vera del Quilmes de Rafaela si è scagliato contro l’arbitro colpendolo ripetutamente al volto durante una partita di una serie minore. Per lui il ricovero in ospedale e prognosi di 10 giorni. Ancora peggio è andata a Sergio Castaneda, arbitro della terza categoria del Guatemala, che dopo aver estratto il cartellino rosso a Daniel Pedrosa, è stato raggiunto da una testata e un gancio e il rischio di perdere l’occhio. Per il giocatore sono scattate le manette. Tornando in Argentina, a Cordoba, l’uccisione del giudice di gara Cesar Flores, raggiunto da tre colpi di pistola al torace, al collo e alla testa per mano di Juan Marcelo Barrionuevo. Anche in questo caso, galeotto fu il cartellino rosso.

Il calcio sudamericano rappresenta spesso terreno fertile per questo tipo di “esternazioni”, tanto che l’arbitro Gabriel Murta in un partita di calcio dilettante brasiliano, dopo essere stato colpito da un calcio e uno schiaffo, reo di non aver fischiato un brutto fallo, ha estratto una pistola per calmare le acque. E così è stato, chiaramente.

Ma la situazione di certo non è migliora in Europa. Dalla Spagna arrivano le “botte” patite dall’arbitro Fernando Collados nella seconda divisione spagnola (la nostra Lega Pro). Al termine della gara i tifosi hanno cominciato a bersagliare la terna arbitrale con insulti, sputi, gavettoni e lancio di oggetti e conseguente trasporto in ospedale per un guardalinee. Suscita qualche risata, invece, il tentativo di aggressione da parte di una nonna 60enne di un calciatore in un campionato giovanile spagnolo. La signora non avendo gradito l’operato dell’arbitro, ha aspettato che uscisse dall’impianto sportivo per tagliargli la strada con la macchina e venire alle mani.

In Italia il caso dell’arbitro donna picchiato durante una partita di allievi a Merano. Dopo un rigore non concesso, i tafferugli sugli spalti tra i sostenitori delle due squadre si sono trasferiti a bordo campo. Il direttore di gara nel tentare di sedare gli animi anche dei giocatori intervenuti alla rissa, è stata colpita da un calciatore che ora rischia 3 anni di squalifica. Ruoli invertiti invece del Torneo Cavazzuoli Under 20 dove il giudice di gara, accerchiato a fine partita dai giocatori, dopo essere stato colpito da una manata, ha sferrato uno spintone verso un calciatore minorenne facendolo cadere e scatenando l’ira del pubblico, trattenuto dalle forze dell’ordine che hanno scortato l’arbitro nello spogliatoio.

Ma la vicenda più eclatante è sicuramente quella accaduta nel nord est del Brasile. Siamo nel 2013 e l’arbitro Otavio Jordao Da Silva, 20 anni, espelle il giocatore Josemir Santos Abreu, il quale comincia ad inveirgli contro e a tirare calci alla sua persona. A quel punto il fischietto ha estratto dalla cintura un coltello, colpendo a morte il calciatore. La furia dei sostenitori e dei familiari della vittima si è trasformata in ulteriore tragedia: l’arbitro è stato raggiunto dopo l’invasione di campo, è stato legato, lapidato e ucciso. Lo sfregio finale della decapitazione e l’apposizione della testa su un palo riassumono tremendamente quanto il limite venga spesso superato, non necessariamente traendo spunto dalla vicenda in questione.

Fortunatamente, esistono anche altre storie: come quelle di Daniel Garcia e Filippo Acamovic. Il primo, durante una partita di una divisione regionale spagnola, ha letteralmente salvato la vita ad un giocatore in preda a convulsioni che aveva perso i sensi dopo uno scontro aereo. Tempestivo il suo intervento con il quale ha evitato che la lingua lo soffocasse. Stessa situazione per il “nostro” Filippo Acamovic, arbitro di origini serbe,  che nel corso della partita tra i Giovanissimi Piacenza e Juve Club ha applicato la stessa manovra per respirare ad un ragazzino di 14 anni che aveva sbattuto contro il muro delimitante il campo da gioco. “Non chiamatemi eroe” queste le sue dichiarazioni.

C’è spazio quindi anche per il lieto fine in questo rapporto arbitro-giocatore. Una dicotomia lunga quanto la storia del calcio, e non solo. Una disputa che troppo spesso si è trasformata in battaglia vera e propria. Una storia di sangue.

 

 

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