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Andrea Sottil, il profeta di Siracusa: “Il Tiki Taka? Meglio Simeone”

Matteo Luciani

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In un momento storico durante il quale spopola sul web il concetto di nostalgia applicata al calcio, legata in particolare ai ruggenti anni della massima serie nostrana a cavallo dei decenni Novanta e Duemila, c’è chi può facilmente ricordare Andrea Sottil al centro delle difese di Atalanta ed Udinese (soprattutto) combattere con grinta al cospetto di avversari tutt’altro che modesti. Sul più forte affrontato, però, nessun dubbio: “In assoluto Ronaldo dell’Inter, il più forte in termini tecnici e fisici, secondo me un vero fenomeno. Giocatori non campionissimi che mi hanno messo in difficoltà ce ne sono stati tanti perché la qualità in quegli anni in Serie A era più alta e c’era una possibilità di fare grossi investimenti molto più ampia. Non riesco a dare un nome solo visto che anche tra le squadre che allora erano considerate di medio o basso livello giocavano calciatori dal grande talento.

Al termine di una carriera da calciatore di ottimo livello, chiusa ad Alessandria alla fine della stagione 2009/2010, Sottil decide immediatamente di intraprendere il percorso da allenatore. Nessun dubbio sul da farsi, l’ex difensore vuole fortemente la panchina. “Mi è sempre piaciuta l’idea, anche quando giocavo, di comandare un gruppo. In campo, facendo un ruolo di centrale di difesa che era molto tattico, soprattutto con l’avvenire della zona in cui sei sempre portato a guidare una linea, io ero colui che dettava i tempi. E’ sempre stata la mia forza e mi ha sempre affascinato l’idea di dettare i tempi anche dalla panchina. Inoltre, adoro stare sul campo. Durante il mio ultimo anno da calciatore ad Alessandria ho fatto velocemente i corsi, avevo le idee chiare. Così è arrivata la prima grande possibilità col Siracusa.

Estate 2011. Giusto il tempo di appendere al chiodo gli scarpini che arriva la chiamata della Lega Pro. Un progetto importante, che Sottil coglie al volo. La stagione è esaltante ma il finale è amaro. Il Siracusa termina primo sul campo e promosso in Serie B ma viene penalizzato a causa di alcuni problemi legati ai pagamenti degli stipendi. I siciliani sono così costretti a giocarsi i playoff, dai quali escono tuttavia sconfitti.“Si è trattato di un anno fantastico perché era la mia prima esperienza. Un’annata di crescita continua, aiutato molto dal direttore sportivo Laneri e da un gruppo eccezionale. Avevamo messo insieme una squadra sulla carta formata da buoni giocatori ma provenienti da stagioni difficili, ragazzi che cercavano rivincite. Per prima cosa abbiamo costruito una squadra di uomini veri, poi è diventata una squadra forte anche tecnicamente. Ci sono state tante giornate belle: quella in cui diventammo campioni d’inverno, la chiusura del girone d’andata da primi in classifica e la conseguente grande festa a Natale. Momenti fantastici anche durante i playoff. Lo stadio sempre pieno. Venimmo eliminati dal Lanciano solo per differenza reti, senza neppure perdere, giocando degli spareggi che non ci spettavano visto che sul campo eravamo arrivati primi. Avremmo giocato col Trapani in finale, per me a quel punto in vantaggio sia psicologico che tecnico. Le sensazioni erano che col Lanciano fosse la vera finale. Porto ancora dentro il ricordo brutto di vedere gente piangere per un sogno fallito. Proprio questo mi ha portato a scendere di categoria quest’anno: dovevo togliere quel macigno dentro di me.”

Sottil saluta la Sicilia con la morte nel cuore e si stabilizza in Lega Pro tra le fila di Gubbio, Cuneo e Paganese. Si arriva, dunque, a settembre del 2015. Il Siracusa è partito male, soltanto un punto nelle prime quattro giornate, e la panchina diventa vacante. Il direttore sportivo Laneri torna in società e Sottil decide di scendere di categoria. Il cuore prevale sulla ragione. “Per me quest’anno si è trattato di una sfida molto azzardata perché ero reduce da una grande salvezza ottenuta lo scorso anno con la Paganese in Lega Pro, un campionato importante ma sofferto visti i grossi problemi societari occorsi da gennaio in avanti. Non centrando la promozione tra i dilettanti avrei fatto un passo indietro perché, si sa, nel nostro mestiere contano solo i risultati. Ce l’abbiamo fatta però e sono contento di essere tornato tra i professionisti con il Siracusa. Il mio lavoro in Lega Pro negli ultimi anni era stato buono quindi potevo aspettare per continuare con la categoria; io, però, ho un legame bellissimo con una città meravigliosa e una struttura sportiva, non solo di calcio, dalla grande storia come quella di Siracusa. Sono innamorato della Sicilia e con la gente il rapporto è incredibile. Qui mi hanno sempre sostenuto, sin dalla prima volta quando ero un allenatore senza alcuna esperienza. Sono tornato per la piazza e per il direttore sportivo Laneri, che è tornato insieme a me. L’ottimo approccio con il presidente, poi, è stato fondamentale. Voleva vincere e salire di categoria: è ambizioso e io come lui.”

Il campionato diventa esaltante giornata dopo giornata e alla fine il Siracusa raggiunge una clamorosa quanto insperata, ad inizio stagione, promozione tra i professionisti. Sottil riesce nell’impresa di bissare il miracolo: due stagioni in Sicilia e due promozioni sul campo. “Devo dire che quando sono arrivato la situazione era precaria; parlo prima di tutto di condizione fisica. Non me ne voglia chi mi ha preceduto ma si era fatto poco. C’erano giocatori arrivati ad agosto inoltrato di fatto senza preparazione. Recuperare da un penultimo posto, con la piazza che mette pressione e una scarsa condizione fisica non era facile. Voglio sottolineare, per questo, il lavoro eccellente di tutto lo staff tecnico, a partire da Urso e Cristalli. Ho trovato poi, da parte dei ragazzi, una grande disponibilità. Conoscevo la squadra e alcuni calciatori erano con me già nella prima esperienza siracusana. Il tasso tecnico era buono ed ero convinto che si potesse essere competitivi; la possibilità di vincere, però, onestamente l’ho capita pian piano perché inizialmente recuperare 12 punti alla Cavese sembrava impossibile. E’ stata una grande impresa. Ho chiesto tantissimo ai ragazzi e loro hanno risposto alla grande. Se devo proprio scegliere un momento decisivo in cui ho maturato l’idea che tornare tra i professionisti sarebbe stato possibile, mi prendo la giornata in cui siamo diventati campioni d’inverno. Lì ho capito che si poteva fare e grazie anche a qualche ritocco durante il mercato di riparazione il sogno è diventato realtà.”

Il segreto di Sottil? Il lavoro e la scelta di ‘uomini’ prima che di ‘calciatori’. Non ho un modulo prediletto. Come dice bene Allegri “intanto prendiamo giocatori bravi, con qualità e soprattutto personalità”. Io guardo molto l’aspetto della personalità, mi serve capire prima di tutto che uomini ho a disposizione, per me è basilare. Non sono fissato su un modulo, dipende dai giocatori. In base alle loro caratteristiche si decide. Posso dire che prediligo la difesa a 4 e non a 3. Per costruire un impianto difensivo, infatti, secondo me è meglio giocare a quattro. Il calcio che piace a me è fatto di intensità. Voglio che la mia squadra giochi in profondità, che vada presto in verticale; il palleggio va bene ma non deve essere esasperato. Bisogna andare velocemente alla conclusione. Anche in allenamento chiedo tanta intensità. Le mie idee sono simili a quelle del ‘Cholo’ Simeone. Adoro la grande compattezza difensiva e le ripartenze della sua squadra. Ok il tiki taka, però il calcio deve essere più che altro pratico. E’ ovvio che poi una squadra debba saper interpretare varie fasi di una partita, non essere monocorde. Bisogna saper essere camaleontici in una stagione e all’interno di una stessa gara.”

Una battuta finale riguarda Claudio Ranieri, fresco vincitore della Premier League con il suo Leicester, che allenò Andrea Sottil a Firenze tra il 1994 ed il 1996: “Per prima cosa, faccio i miei complimenti al mister perché vincere una Premier col Leicester, con tutto il rispetto un club non di prima fascia, a oltre sessant’anni, è straordinario. Devo dire, tuttavia, che non mi meraviglia perché Ranieri è sempre stato un combattente, un uomo dal grande carisma e dalla grande personalità. Un professionista che ha sempre creduto in se stesso e lo mostrava attraverso il suo modo di comunicare con i calciatori. Sono molto contento, veramente. Il mister è molto giovanile e gli auguro mille vittorie ancora. Si tratta di un successo che corona la sua carriera; questa vittoria è una favola, è l’esempio di come essere squadra e come entrare nella testa dei giocatori per costruire un gruppo solido anche se, ovviamente, poi c’è dell’altro perché non vinci solo grazie alla grinta. Per quanto concerne aneddoti particolari, ne ricordo un paio. Durante i miei primi 4 mesi a Firenze mi ripeteva “sei il centrale più forte che ho a disposizione” e puntualmente mi mandava in tribuna; in seguito, però, mi ha fatto giocare spesso e mi ha fatto migliorare tanto. Grazie a Ranieri ho imparato a difendere a zona e a giocare a quattro in linea in difesa. Ho un bel ricordo del mister perché mi ha insegnato anche a crescere come uomo; ero molto giovane e mi ha fatto fare gavetta, mi ha insegnato a soffrire. Un altro ricordo che mi lega al mister riguarda un’amichevole disputata al Friuli con la maglia dell’Udinese contro il suo Chelsea. Nel corso della partita marcai Jimmy Floyd Hasselbaink e feci una grande prestazione. A fine match, lui mi disse che aveva fatto il mio nome al Chelsea e mi riempì di complimenti per come stava andando la mia carriera. Se c’è un rammarico per il mio percorso da calciatore è stato proprio quello: non aver giocato in Premier League. Mi ritrovo molto nello stile di gioco del calcio inglese e sarebbe stato bellissimo poterlo vivere.”

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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