Come tutti sanno il 1987 è l’anno che ha reso Napoli la città dello scudetto oltre che della pizza, dell’amore e del mandolino, in quell’anno uscì un film storico che presentava la colonna sonora di quegli anni: “Quel ragazzo della Curva B”. Il film di Scandariato con Nino D’Angelo come protagonista che aveva portato sulle scene un giovane e semi-sconosciuto Biagio Izzo aveva anche quattro nomi legati a quello scudetto: l’allenatore dei sogni Ottavio Bianchi, i pilastri Bruscolotti e Giordano, Pietro Puzone (che quell’anno non timbrò nemmeno una presenza) ed Andrea Carnevale.

Carnevale è stato un attaccante molto particolare, dal carattere difficile e dal talento cristallino, è rimasto confinato in Serie C fino a quando una bandiera del Napoli, all’epoca all’Avellino, non ci vede qualcosa di speciale, era Luis Vinicio. ‘O Lion lo catapulta nel calcio dei grandi e lui non delude a 18 anni nella massima serie.


Fino ad allora il cammino era stato lastricato dai problemi familiari. Il profetico cognome continuava a fargli brutti scherzi, scherzi sadici e terribili: il padre uccide la madre e va in galera lasciando i 7 figli in balia di se stessi. 5 anni dopo esce e si suicida. Era il 1974 quando questa agonia cominciò. Papà Gaetano, ex manovale delle Ferrovie dello Stato, emigrato per qualche anno in Germania, al suo ritorno a Monte San Biagio fu colto da un raptus di follia e uccise a colpi d’ascia la moglie Filomena. La colse di sorpresa, alle spalle, mentre la donna stava facendo il bucato sul greto di un fiume. Internato al manicomio giudiziario di Aversa, si tolse la vita nell’83. Il destino cominciò a presentare il conto a Carnevale che esce distrutto da questo episodio, come non poteva essere altrimenti, ma il caso vuole che Aversa, dove fu rinchiuso il padre, è sì in provincia di Caserta, ma a pochi chilometri da Napoli, quella che lui stesso anni dopo definirà “L’altra metà del mio cuore”.

Vinicio lo pescò, l’Udinese ci credette davvero in lui e lo fa tutt’ora (ma ci arriveremo). All’Udinese, conferma le doti di ariete d’area di rigore, ottimo uomo-sponda, bravo con i piedi, quasi infallibile di testa. Carnevale aveva dalla sua un senso di posizione e la capacità di essere decisivo come pochi. Le sedici reti messe a segno da Andrea in Friuli sono il giusto curriculum per presentarsi all’ambizioso Napoli, per impersonare il bomber di scorta, o quello a cui chiedi gol e sacrificio quando ce n’è  bisogno.

L’arrivo al Napoli  è una di quelle cose che cambiano la vita di una persona, allenarsi con gente del calibro di Bagni, Maradona e Careca non è roba da poco ma Carnevale si impone al meglio risultando uno dei calciatori più amati perché pur nettamente inferiore al magico tridente composto anche da Giordano si è sempre distinto per carattere e disponibilità. Suo è anche il goal che dona lo scudetto agli azzurri, in quel bellissimo 10 maggio 1987, in quello storico Napoli-Fiorentina finito 1-1. Poi la gioia, la Coppa Italia, la Coppa Uefa e il secondo scudetto.

Qui qualcosa si incrina. Vicini stravede per lui e lo vuole come punta titolare nel mondiale del 1990, quello delle Notti Magiche, quello di casa. La coppia per Vicini è Vialli-Carnevale ma il carattere, ancora una volta, complica i piani suoi e di chi lo allena. Dura solo due partite in quel mondiale: viene sostituito tutte e due le volte da Totò Schillaci, la seconda volta mentre torna in panchina rivolge un plateale “Vaffa” all’allenatore ed allora Andrea Carnevale scompare dal radar di Vicini. Non toccherà più il verde rettangolo di gioco, mentre Schillaci comincerà a distruggere a suon di goal tutto quello che gli capitava a tiro. Carnevale e Schillaci, così vicini, così lontani. Due uomini semplici che in quella sostituzione si sono visti passare una carriera davanti: quella di Totò, che sarebbe stata da lì in poi sfavillante, quella di Andrea, che da lì in poi avrebbe avuto problemi.

Dopo Napoli torna ad Udine, sua attuale casa, poi Pescara dove finirà la carriera, prima però sosta a Roma, dove viene fermato nel 1991 per doping, il primo grande caso di doping in Italia.

Non finisce qui però perché nell’anno del mondiale nippo-coreano nel 2002, ci sono sempre i mondiali nelle sue storie, Carnevale viene arrestato per detenzione e spaccio di Cocaina. Come molti di quel Napoli il demone della polverina bianca si era impossessato di un uomo molto complicato tanto sfortunato ma che ha grande forza d’animo. Quello scandalo cocaina colpì l’Italia nel profondo, e Carnevale finì agli arresti domiciliari nel 2003 nell’ambito della nota indagine su Vip e droga che ha coinvolto anche Gianfranco Micciché ed Emilio Colombo tra gli altri. Nel mezzo il matrimonio con la bellissima Paola Perego, nota conduttrice televisiva dalla quale ha avuto due figli (Giulia e Riccardo) per poi divorziare anche a causa delle prime inchieste sullo spaccio di stupefacenti che lo hanno coinvolto.

Carnevale capisce di aver toccato il fondo: esce da quella storia con una forza d’animo incredibile, si ripulisce, ripulisce la sua figura, si candida con poco successo al Parlamento Europeo nelle liste dell’Udeur ed entra nel progetto più bello del panorama calcistico nazionale: l’Udinese di Pozzo.

Da due lustri Carnevale va in giro per il mondo a scovare giovani talenti da regalare all’universo calcistico che lo ha reso grande.

Carnevale, una vita che andrebbe trasformata in un film, uno di quelli con un significato, perché lui ha dimostrato che non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta. Un personaggio che si è fatto amare ad Udine e a Napoli, due realtà tanto distanti, due città così lontane, ma che capiscono, come solo le tifoserie sanno fare, quand’è che ci si ritrova davanti un campione, e quando una mezza cartuccia. Oggi Carnevale è uno stimato dirigente, è stato più forte della cocaina e del fango della stampa. A Napoli il suo miglior periodo in carriera e se provi a parlare con un tifoso partenopeo di 16 anni di Carnevale, non parlerà della cocaina, ma solo del gran finale di stagione che regalò lo scudetto alla sua squadra del cuore.

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