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Storie dell'altro mondo

Andrea Whitmore-Buchanan: se il destino è più infame anche del pregiudizio razziale

Lorenzo Martini

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Da oltre quindici anni a questa parte il tennis femminile è letteralmente dominato da due tra le tenniste più vincenti di sempre: Serena e Venus Williams. Due sorelle nate nell’America dei primi anni ‘80, educate dal padre a pane e tennis e fin da piccole destinate a diventare campionesse. Con il loro stile aggressivo e improntato quasi esclusivamente sulla forza bruta e sulla fisicità hanno rivoluzionato il gioco moderno. Si potrebbe discutere per ore se questa rivoluzione abbia comportato un’evoluzione o un’involuzione nel tennis degli anni 2000. Ma in realtà il punto è un altro, le domande sono altre.

Le due sorelle avrebbero raggiunto gli stessi risultati se fossero entrate nel mondo professionistico 20 anni prima? Ma, soprattutto, 20 anni prima avrebbero avuto la possibilità di imporre il loro stile di gioco a tutto il panorama tennistico internazionale?

La storia di cui tratteremo quest’oggi avrà per protagonista proprio una giovane ragazza americana, tennista professionista negli anni ’70 e ’80, che è riuscita a raggiungere i vertici della classifica mondiale nonostante la “macchia” che l’ha sempre distinta, ossia la carnagione scura, un onere difficile da sopportare nell’America ancora fin troppo razzista degli anni 70’.

Andrea Withmore Buchanan nasce nell’aprile del 1955 a Los Angeles e prende per la prima volta una racchetta in mano a 15 anni,molto più tardi rispetto agli standard odierni. Eppure neanche un anno dopo vince un torneo a Los Angeles dedicato solo a giovani ragazze, segno che il tennis probabilmente le scorre nel sangue. Per questo, dopo aver conseguito il diploma in contabilità, prende parte a diversi tornei nell’hinterland losangelino e nel 1975 rappresenta proprio la sua città ai Campionati Nazionali dei Parchi Pubblici, una manifestazione che dà grande visibilità a quei tennisti che non possono permettersi di essere soci in ricchi circoli sportivi.  Di lì in avanti la Buchanan inizia a vincere partite dopo partite finché nel 1978 non accade la svolta.

Sempre nei Campionati Nazionali dei Parchi Pubblici, scende in campo avendo maturato un tennis più aggressivo e spericolato, che le regala una vittoria strepitosa: Andrea è protagonista di un’incredibile tripletta, riuscendo ad imporsi nel torneo singolare, nel doppio e nel doppio misto.

Lo straordinario successo fa sì che si accenda una lampadina nella testa della Buchanan, che abbandona definitivamente il suo impiego da segretaria e si lancia nel tennis professionistico. Decide inoltre che è meglio cambiare aria, perché a Los Angeles ha praticamente vinto ovunque. Ha bisogno di nuovi stimoli e di trovare un ambiente dove ci sia più competizione, per questo si trasferisce a Dorchester, nel Massachussets, presso lo Sportsman’s Tennis Club.

Questo circolo non solo è un luogo in cui apprende molto dal punto di vista umano, ma è anche l’unico negli Stati Uniti con campi indoor ad essere gestito esclusivamente da afroamericani. Inoltre, la politica del club è tale per cui ogni anno vengono ospitati mille aspiranti tennisti che vivono in ristrettezze economiche ma che hanno dimostrato di avere talento. E’ l’ideale per Andrea, che non si lascia scappare questa ghiotta opportunità: nonostante la durissima selezione, viene inserita tra le quattro giocatrici di colore più forti del circolo e ha la fortuna di allenarsi con Althea Gibson, la prima black woman ad aver vinto uno Slam.

Quest’esperienza risulta fondamentale per la giovane Buchanan: infatti la Gibson non solo le permette di migliorare il suo gioco coi suoi consigli, ma le insegna come aver successo nel mondo del tennis, malgrado lo strapotere della cultura bianca che soverchia qualsiasi minoranza. Le spiega l’importanza di avere autocontrollo e consapevolezza nei proprio mezzi, nonostante sia circondata da una realtà razzista che tende a considerarla un corpo estraneo.

Anche grazie agli insegnamenti della Gibson, la Buchanan stringe dei solidissimi rapporti di amicizia con le altre tre compagne d’avventura: Zina Garrison, Leslie Allen, Kim Sands e Andrea diventano amiche inseparabili e insieme percorrono i primi passi nel mondo professionistico. Ma dopo qualche mese, la Garrison e la Allen crescono notevolmente di livello, dimostrando di essere più forti e talentuose di Andrea, che però manifesta una cattiveria agonistica impressionante. “Se avessi i vostri colpi, vincerei ogni partita”, è questo il monito che lascia alle sue due amiche-avversarie, mostrando una determinazione incredibile.

La Buchanan diviene fin da subito una delle tenniste più conosciute del circuito femminile e si mette in mostra per il suo tennis d’attacco, finalizzato al gioco di volo. Entra tra le prime 100 giocatrici al mondo nel 1980 accede al tabellone principale di Wimbledon. L’anno seguente prende parte anche all’Open di Francia e allo Us Open, ma la sua prestazione migliore la fa registrare senza dubbio a Wimbledon: a suon di discese a rete e di colpi aggressivi, la giovane statunitense raggiunge il terzo turno e viene eliminata solamente dalla Mandlikova, futura vicecampionessa del torneo.

Il risultato dà slancio alla carriera di Andrea, che diviene una delle tenniste più stimate nel circuito femminile, nonché una tra le giocatrici-simbolo delle comunità nere in America. Peccato, però, che alcune partite storte sul finire del 1981 la inducano ad allontanarsi dal tennis professionistico, per riposarsi e ricaricare le energie. Non naviga nell’oro, quindi deve trovarsi un lavoretto per mettere i soldi da parte in vista di una prossima trasferta in Europa.

Da qui, la scelta che la segnerà per sempre.

Nei pressi di Murfield Road, nella periferia di Los Angeles, c’è un mercato del pesce dove manca personale. Andrea vive a due passi da lì e non esita a farsi assumere. Non le interessa che sia un lavoro modesto, è una ragazza umile che non si è mai lamentata se c’era da sporcarsi le mani.

E’ la mattina del 28 gennaio 1982 quando un uomo fa irruzione nel mercato e spara contro il proprietario e Andrea, ferendoli entrambi a morte. Andrea cade a terra e si spegne, i suoi sogni si smaterializzano in un istante.

La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno nel circuito femminile. La tanto amata Andrea Buchanan è stata freddata da uno sconosciuto e le sue colleghe non riescono a capacitarsene. La stessa Billie Jean King, leggendaria esponente del tennis mondiale, durante un incontro decide di abbandonare il campo, scusandosi con tutti. E’ troppo scossa, non riesce a non pensare alla tragedia che ha colpito la sua amica, al criminale che le ha tolto la vita e che è ancora in libertà.

Quella di Andrea Buchanan è una storia il cui lieto fine non è altro che un miraggio di una lontananza indecifrabile. Ma non sono certo un miraggio gli enormi passi avanti fatti nel mondo del tennis, per contrastare le ingiustizie e le discriminazioni all’ordine del giorno fino a pochi anni fa. Ovviamente c’è ancora molta strada da percorrere e molte battaglie sociali da vincere.

Ma anche Andrea, col suo umile esempio, ha aggiunto un piccolo grande mattoncino nella lotta contro la piaga del razzismo.

 

 

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Calcio

Gaetano Anzalone: storia di un Galantuomo

Matteo Latini

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Gaetano Anzalone ha scelto una mattina di metà maggio per andarsene, lontano da quei riflettori che forse non lo avevano mai illuminato a sufficienza. Destino cinico, per chi c’era stato prima. Prima di Franco Sensi, prima di Dino Viola. Prima di due scudetti, cinque Coppa Italia e due finale europee sfumate per inesperienza e sfortuna davanti alla propria gente. Agli albori di una Roma che avrebbe recitato da protagonista negli anni 80, però, c’era quell’uomo che veniva da Roiate, provincia romana che stagnava di fame e voglia di cambiare. Ce l’aveva fatta Gaetano Anzalone, prima come uomo d’affari e poi da sportivo. Il fiuto lo aveva portato a investire nel mattone che nel secondo dopo guerra imperversava e stava cambiando i connotati di una Capitale destinata ad abbandonarsi a colate di cemento e dimenticare quei larghi spazi verdi barriera incrollabile tra centro e una periferia sconfinata. Democristiano tra i democristiani, Anzalone costruì la propria fortuna sotto l’egida di quello scudo crociato che avvolgeva e proteggeva Roma, la quale vi si sarebbe schermata fino alla svolta Argan, che nel ’76 avrebbe espugnato un Campidoglio dove vi si erano saldamente arroccati tutti i sindaci dal referendum monarchia-repubblica in poi.

Il fiuto degli affari nella vita, l’amore per il calcio come passione da portare avanti, fondendolo che le abilità di chi non sta a guardare ma vuole sporcarsi le mani. Anzalone iniziò con l’Ostiense, poi la Roma, fede incrollabile, a metà di quegli anni 60 dove a comandare c’era un altro compagno di partito e andreottiano di ferro, Franco Evangelisti. Tifoso prima che dirigente, capì che le cose sarebbero dovute cambiare e in fretta negli ultimi scampoli dell’era Alvaro Marchini, il Papa Rosso, che con Anzalone non condivideva neanche la scheda elettorale. Con l’ex partigiano a guidare la società giallorossa, di successi ne erano arrivati pochi e di contrasti fin troppi. Casse vuote, cessioni dolorose. La partenza di tre giovani dalle belle speranze come Capello, Landini e Spinosi fece il resto. A far divampare le fiamme, la destinazione: Torino, sponda bianconera. Troppo, anche per Anzalone, che nel consiglio di amministrazione fece valere le proprie ragioni un anno più tardi. Marchini voleva cacciare Helenio Herrera e riportare a Roma Fulvio Bernardini. Anzalone non gradiva e spingeva per tenersi stretto il Mago. Ebbe ragione lui, che in un colpo solo ottenne tecnico e carica di presidente, ufficializzata nel ’71 e innaffiata subito dallo champagne che Ginulfi e compagni avrebbero pasteggiato nel giugno successivo, brindando al 3-1 sul Blackpool e alla conquista del Torneo Angloitaliano.

Garbo e stile a mo’ di pochette, per la riva giallorossa del Tevere Anzalone divenne il presidente gentiluomo. Avrebbero voluto si tramutasse anche in altro, ma nel decennio bollente della lotta di classe i soldi continuavano a essere troppo pochi rispetto alle ambizioni. A metterci lo zampino, tante intuizioni buone su carta e stroncate dalla pratica, tra nomi di spessore nelle lettere ma poca sostanza in campo. Il matrimonio col Mago Herrara durò appena una stagione e mezza, ancora meno la fugace relazione con quel Manlio Scopigno che una volta sbarcato al Tre Fontane fece credere a tutti si potesse replicare il miracolo Cagliari, ma senza una Gigi Riva né un Nenè al quale appigliarsi. Nel mezzo, quello sgarbo maturato nel 1974 e uno scudetto andato a finire sulle maglie di una Lazio che sotto l’egida del Sor Umberto Lenzini cresceva fino a sfiorare un titolo e poi accaparrarselo con quel Giorgio Chinaglia nemico giurato romanista. Allo smacco biancoceleste, Anzalone rispose con Nils Liedholm, non ancora Barone e non più calciatore, ma già tecnico lungimirante e predestinato a diventare signore anche in panchina. Fu forse il successo più grande di un presidente che chissà quando inconsapevolmente stava gettando le basi per quel che un decennio più tardi sarebbe accaduto. Tornò ben poco indietro ad Anzalone, che alla sua Roma diede decisamente più di quando raccolto.

Sul prato dell’Olimpico, però, il presidente gentiluomo seminò Bruno Conti e Francesco Rocca, tirati fuori dal cilindro della Primavera e di quel Settore Giovanile del quale lo stesso Anzalone si era occupato prima dell’ascesa a massimo dirigente. Ci mise su il ritorno di Picchio De Sisti dopo gli anni spesi a fare le fortune della Fiorentina del Petisso Pesaola, il colpo Pierino Prati, giudicato bollito da Buticchi a Milano e rivitalizzato alla cura Capitale, l’idea di mandare in prestito e poi riprendersi immediatamente Agostino Di Bartolomei e due nomi che di lì a poco avrebbero indentificato il modello di portiere e attaccante a cui paragonare ogni altro 1 o 9 transitati per Roma: Franco Tancredi e Roberto Pruzzo.  Proprio l’acquisto del Bomber di Crocefieschi, strappato a mezza Serie A e portato sulle sponde del Tevere direttamente dalla Gradinata Nord di Genova, spinse Anzalone a rinviare la cessione della Roma di una stagione. Giusto il tempo di godersi i frutti di tanto sudore e quattrini versati nelle casse del Grifone, salvo scontrarsi con una realtà che vide i giallorossi salvarsi alla penultima giornata, all’Olimpico, grazie a un gol di quel suo ultimo pupillo burbero e baffuto, che in una domenica di maggio seppe quantomeno porre rimedio a una stagione al di sotto di quelle grandi aspettative riposte sulle sue possente spalle da Gaetano Anzalone.

Da gentiluomo a gentiluomo, l’estate del ’79 vide il passaggio di consegne e la sua Roma affidata all’Ingegner Dino Viola. Più che un atto d’amore, un gesto di responsabilità. Troppo grande l’amore per la Roma, superiore al punto di portarlo a fare un passo indietro e cedere quel bene così caro che orami necessitava di forse fresche e capitali ben maggiori. Viola raccolse i prodomi di una squadra che da lì in poi avrebbe anche iniziato a vincere, modificando e migliorando la base solida gettata da Anzalone. Si face da parte, il presidente galantuomo, godendo da tifoso ai successi di quelle maglie sulle quali proprio lui aveva pensato di affiggere il lupetto, la cui creazione venne affiata alla genialità di Piero Gratton. Se ne è andato a 88 anni, senza clamori, con discrezione. Così come aveva fatto quarant’anni prima, separandosi solo formalmente dalla sua Roma. Lasciandola finalmente a bagnarsi della luce di quei riflettori che anche il suo amore avrebbe meritato.

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Calcio

Road to World Cup: Argentina 1978, l’Albiceleste Campione a tutti i costi

Paolo Valenti

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Quando, nel mese di marzo del 1976, la giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina, al calcio d’inizio del mondiale di calcio mancavano poco più di due anni e l’apparato organizzativo, fino a quel momento, non aveva brillato per efficienza e tempismo.

In altre parole c’era più di qualche preoccupazione legata alla buona riuscita della manifestazione che però sfumò nel momento in cui i principali esponenti della dittatura compresero il valore strumentale al quale avrebbero potuto piegare il campionato del mondo. Fu così che, grazie anche alle risorse ingenti che si decise di utilizzare, il mundial argentino si svolse senza alcun disguido logistico-organizzativo: troppo importante il ritorno di immagine, la visione di un paese ordinato, compatto e vincente da poter esportare all’estero.

La nazione, in qualche modo, ritrovò una parte della sua unità, volendo dimostrare al mondo di potercela fare. A Luis Cesar Menotti e ai suoi ragazzi venne chiesto di dare il meglio di quello che potevano: a quello che serviva fuori dal campo per vincere ci avrebbero pensato i politici. Nel 1978 venne riproposta la formula già utilizzata in Germania che, dopo il primo turno, prevedeva la costituzione di due gironi di semifinale che avrebbero promosso le vincitrici alla finale e le seconde classificate alla disputa dell’incontro per il terzo posto. Ai nastri di partenza una vera e propria favorita non c’era, anche se Germania Ovest, Olanda e Brasile sembravano avere qualcosa più delle altre. Difficile, inizialmente, capire le reali possibilità dei padroni di casa, altalenanti nei risultati raccolti nella partite pre-mondiale e con una formazione titolare trovata solo all’ultimo momento.

L’Italia partì accompagnata da sfiducia e perplessità che, come anche in altre occasioni, alla fine vennero smentite sul campo. In effetti le critiche alla rinnovata nazionale guidata da Enzo Bearzot, che aveva fallito l’appuntamento con gli europei del 1976, si basavano sulle poco brillanti esibizioni che gli azzurri avevano fornito nelle ultime amichevoli disputate: sconfitta in Spagna a inizio anno, l’Italia aveva pareggiato a Napoli a febbraio contro la Francia di un ancor giovane Michel Platini facendosi rimontare due gol e aveva giocato una pessima partita all’Olimpico contro la Jugoslavia rimediando uno 0-0 accompagnato da fischi assordanti. Bearzot pensava agli uomini da scegliere anche, forse soprattutto, in relazione alla loro capacità di creare un gruppo unito. Un valore che, oltre alle indubbie qualità tecniche, fu uno dei segreti del convincente mundial argentino, che fece scoprire al mondo due giovani ragazzi che avrebbero scritto tra le pagine più belle della storia del nostro calcio: Antonio Cabrini e Paolo Rossi.  
Alla fine la coppa riuscì a finire nelle mani gaudenti di Daniel Passarella, capitano di una squadra che, seppur aiutata dai pesanti condizionamenti che impedirono al Brasile di giungere in finale e all’Olanda di disputarla in un clima sereno, dimostrò valori indiscutibili che passavano per le giocate di calciatori del calibro di Osvaldo Ardiles, Daniel Bertoni e del capocannoniere della competizione: Mario Alberto Kempes, tornato in patria per regalare alla sua gente momenti di felicità assoluta.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Argentina 1978

LE CURIOSITA’

La festa dopo Italia-Ungheria
Battuta l’Ungheria per 3-1 nella seconda partita del girone eliminatorio, l’Italia si trovò matematicamente qualificata per il secondo turno. Ciò bastò per far scendere in strada tanti tifosi che, armati di bandiere, trombette e clacson, manifestarono una gioia forse eccessiva per la portata dell’evento. Probabilmente su quella voglia di fare festa influì in parte la situazione del Paese, che un mese prima dell’inizio del mondiale aveva dovuto sopportare il peso dell’omicidio di Aldo Moro, che aveva costituito il momento più drammatico di quei cosiddetti “anni di piombo”. La voglia di evadere dal quotidiano, di distrarsi e trovare spazi nei quali poter vivere emozioni positive aveva convogliato verso gli azzurri tutto quell’entusiasmo.

Un arbitro molto fiscale

Mar del Plata, 3 giugno 1978: Brasile e Svezia fanno il loro esordio al mondiale a vent’anni dalla finale che disputarono nel paese scandinavo, che vide i verde-oro vincere la loro prima Coppa del Mondo. Al 90° le squadre sono sull’1-1 quando Nelinho va a battere un calcio d’angolo dalla parte sinistra della porta difesa dal portiere Hellstrom: parabola a rientrare verso l’area disegnata di collo esterno destro (una specialità che il terzino brasiliano mise in evidenza anche in occasione del gol che fece a Zoff nella finale per il terzo posto) sulla quale si avventa Zico di testa. E’ il gol che avrebbe deciso la partita a favore del Brasile se l’arbitro, il gallese Clive Thomas, non avesse fischiato la fine del match proprio mentre il pallone percorreva la sua traiettoria dalla lunetta del corner verso l’area di rigore. Nonostante le proteste dei giocatori, il gol non entrò a referto. 

Il sogno di Bertoni

Daniel Bertoni, uno dei maggiori protagonisti dell’Albiceleste nel mundial ‘78, segnò il terzo gol della finale contro l’Olanda, quello che fermò il punteggio sul definitivo 3-1. Forse per lui non fu una sorpresa, dal momento che qualche tempo prima dell’inizio del campionato del mondo aveva rilasciato un’intervista nella quale dichiarava di aver sognato di realizzare “il gol della vittoria nella finale, mentre gli avversari parevano patate. Io credo nel significato dei sogni e sono convinto che questo si realizzerà”. Aveva ragione.

Il Tango

In Argentina fece il suo esordio quello che diventerà una stella del calcio mondiale. No, non stiamo parlando di un giocatore non ancora affermato ma dello strumento senza il quale sarebbe stato impossibile disputare le partite: il Tango, il pallone ufficiale del mundial 1978. Rivoluzionario soprattutto nel nuovo design grafico che andava a sostituire i vecchi pentagoni neri che si alternavano nella cucitura agli esagoni bianchi, il Tango fu subito favorevolmente accolto dagli spettatori per la facilità con cui si rendeva visibile e per gli effetti ottici che generava rotolando sul campo. I calciatori ne apprezzarono da subito la leggerezza rispetto ai precedenti palloni che tuttavia non inficiava la regolarità delle traiettorie sia dei tiri potenti che di quelli ad effetto: qualità che resero il Tango, probabilmente, il miglior pallone mai prodotto per il gioco del calcio. 

 

L’assenza di Cruijff

Per Johan Cruijff il mondiale del 1978 avrebbe potuto essere l’occasione per riscattarsi della sconfitta patita nella finale tedesca rimediata quattro anni prima a Monaco di Baviera. Ma il fuoriclasse olandese, pochi mesi prima dell’inizio del torneo, decise di non partecipare, dando anche l’addio (temporaneo) al calcio. A quel gesto vennero date molteplici interpretazioni: dai dissapori con la Federazione a una presunta protesta contro il regime argentino fino alla paura di cadere vittima di un rapimento. In realtà sembra che Cruijff prese quella decisione semplicemente perché non aveva più gli stimoli giusti per prender parte a una competizione come il mondiale. L’Olanda dovette così rinunciare al miglior giocatore che l’Europa avesse mai espresso.

 

La squalifica di Johnston

La Scozia era partita per il mondiale con aspettative elevate: l’intero Paese aveva grande fiducia nelle possibilità di andare avanti nella manifestazione e uno dei suoi più illustri cittadini, Rod Stewart, aveva anche composto un inno per l’occasione. Sul campo le cose non andarono così bene, nonostante nell’ultima partita la squadra di Kenny Dalglish, Joe Jordan e Graeme Souness riuscì a battere l’Olanda. Alla delusione del risultato si unì anche la brutta figura fatta da Willie Johnston, trentaduenne centrocampista in forza al West Bromwich Albion, che venne trovato positivo al controllo antidoping prima della partita contro l’Iran. Inizialmente il giocatore reclamò la sua innocenza sostenendo che la positività era dovuta all’assunzione di medicine per curare la febbre da fieno salvo ammettere, solo in un secondo momento, di aver preso sostanze stimolanti utilizzate anche in passato. Gli venne comminata una squalifica di un anno.

Tagliati i baffi Mario

Servì un po’ di tempo a Mario Kempes per diventare l’eroe del mundial. Nelle prime tre partite El Matador non riesce a trovare la porta e da un contributo alla squadra non all’altezza della sua fama e delle sue capacità. E’ El Flaco Menotti a trovare la chiave giusta per sbloccare Mario: nel trasferimento verso Rosario, dove l’albiceleste affronterà la Polonia, si avvicina a Kempes, lo guarda negli occhi e gli dice: “Io con questi baffi non ti ho mai visto segnare. Perché non te li tagli?”. Detto, fatto. E con la Polonia arriva la prima di tre doppiette che porteranno l’Argentina alla vittoria finale.

Il no a Maradona

Nonostante avesse già collezionato quattro presenze in nazionale e avesse cominciato a dar prova del suo talento smisurato, Diego Maradona non venne inserito da Menotti nei ventidue che avrebbero giocato il mondiale. Il ragazzo ci rimase malissimo per una scelta dettata dalla necessità di tenere unito il gruppo e dalla giovanissima età del futuro Pibe de Oro, che avrebbe avuto in futuro altre possibilità di disputare i mondiali.

P2

Nella tribuna d’onore dello stadio Monumental, il giorno della finale, a fianco del generale Videla siede un cittadino italiano. Come è facile immaginare, non si tratta di un appassionato qualsiasi bensì di Licio Gelli, venerabile Gran Maestro della loggia massonica P2 che proprio in quegli anni era in auge. Dalle ricostruzioni successive, emerse che la P2 aveva consolidato diversi legami con l’Argentina, dapprima con Peron e successivamente grazie ai rapporti con la dittatura, in particolare con l’ammiraglio Massera, tra i più cruenti repressori degli oppositori del regime e membro anch’esso della loggia massonica.

LA FINALE

Alle 16 del 25 giugno 1978 all’Estadio Monumental di Buenos Aires (quello che ospita il River Plate) tutto è pronto per il calcio d’inizio della finale del mondiale. Per certi versi è una replica simmetrica della finale del 1974, allorquando gli olandesi provarono a sottrarre la vittoria ai padroni di casa: quattro anni prima la Germania Ovest e adesso l’Argentina. Il clima è incandescente, il tifo per l’Albiceleste impressionante: centinaia, migliaia di coriandoli e stelle filanti piovono sulla pista e in mezzo al campo rendendone impossibile la pulizia. Immagini di una finale mai viste prima né dopo quel 1978.

Le formazioni scendono in campo con tenute dai colori intensi: Olanda nella classica divisa arancione coi pantaloncini bianchi, Argentina con magliette a strisce verticali coi colori della bandiera perfettamente aderenti al busto dei giocatori, luminose come non lo sono mai state. I padroni di casa mettono subito la partita sul piano della tensione, chiedendo all’arbitro, l’italiano Sergio Gonella, di verificare se la fasciatura che porta al polso René Van de Kerkhof sia regolare. Si perde un po’ di tempo, il bendaggio viene aggiustato e finalmente si può cominciare. La partita è dura, dai toni agonistici molto accesi. Colpi e botte da una parte e dall’altra, con gli olandesi che, per non farsi spaventare, rispondono col gioco duro all’atteggiamento intimidatorio di tutto l’ambiente. Il risultato si sblocca al 38° quando Mario Kempes prende una palla al limite dell’area e, trascinando con sé il difensore che lo marca, si porta verso la porta di Jongbloed, che anticipa in scivolata mettendo in rete. Gli Oranje, seppur non più brillanti come nel 1974, restano comunque una squadra di assoluto livello internazionale e, proprio quando tutto il Paese sudamericano pensa di essere già Campione del Mondo, all’82° pareggiano con Nanninga, subentrato al 58° al posto di Rep.

L’inquietudine per gli argentini non finisce qui, perché a pochi secondi dalla fine Rob Rensenbrink colpisce il palo della porta difesa da Fillol. E’ il momento della storia in cui l’Olanda si trova più vicina a vincere un mondiale ma è anche l’attimo di sliding doors che inchioda gli Oranje al loro amaro destino. Quando, alla fine del primo tempo supplementare, El Matador si ritrova a tu per tu con Jongbloed dopo un’altra delle sue progressioni in verticale, la carambola che nasce dall’impatto col portiere porta nuovamente in vantaggio l’Albiceleste. È Daniel Bertoni a chiudere definitivamente la partita al 115°, realizzando il suo sogno e quello di milioni di connazionali che aspettavano questa vittoria da quarantotto anni. Tutto il Paese è in festa: per qualche ora anche le torture e i voli della morte si sono interrotti in una sorta di tregua olimpica che ha permesso al popolo argentino di perdersi nella felicità della vittoria.

I PROTAGONISTI

Mario Alberto KempesEl Matador, soprannome guadagnato già in giovane età per via delle sue notevoli capacità realizzative, non aveva cominciato al meglio il torneo: prime tre partite all’asciutto e quell’ansia che prende ogni attaccante quando non riesce a impallinare i portieri avversari. Dovette aspettare il girone di semifinale per far vedere al suo paese e al mondo le giocate di cui era capace: sei gol nelle ultime quattro partite gli valsero la classifica dei marcatori e il titolo mondiale. Kempes era un attaccante atipico: non era una prima punta statica che trovava nell’area di rigore la sua zona di confort ma spaziava su tutto il fronte offensivo partendo preferibilmente dalla fascia sinistra o dalle zone centrali della tre quarti campo per poi inserirsi nel cuore delle difese avversarie, chiedendo il duetto con i compagni o concludendo progressioni individuali che un fisico potente ma comunque agile gli consentiva. Appena ventiduenne emigrò a Valencia dove spese gli anni più esaltanti della sua carriera e dove, ancora oggi, è venerato come una divinità. Con l’Argentina giocò anche il mondiale dell’82 senza riuscire a ripetere le mirabolanti prestazioni del 1978. Ritiratosi, girò il mondo allenando squadre ai più sconosciute. Oggi è un affermato opinionista sportivo della ESPN latinoamericana.

Antonio Cabrini – Il Bell’Antonio fu tra i giocatori che si misero maggiormente in luce nel corso del mundial argentino. Arrivato in Sudamerica come rincalzo di Maldera e Cuccureddu, il giovane terzino cremonese venne promosso titolare da Bearzot nella prima partita contro la Francia tra la sorpresa generale. Il CT friulano, la cui scelta era ancor più significativa considerando il riguardo che aveva per le gerarchie instauratesi all’interno del gruppo, cercava tra i suoi uomini quelli che potessero dare vivacità e freschezza a una squadra partita dall’Italia in condizioni opache. Cabrini, insieme a Paolo Rossi, seppe rispondere alle aspettative, mostrando le doti che poi confermò nel prosieguo della carriera. Capace di coprire tutta la fascia sinistra grazie a una buona corsa, arrivava al cross con facilità sfruttando la sua precedente esperienza di ala sinistra. Oltre a difendere e crossare era in grado di giungere spesso alla conclusione grazie a un efficace tiro dalla distanza e a buone doti nel gioco aereo. Il rendimento espresso nel corso del torneo spinse la FIFA a premiarlo come miglior giovane del mondiale 1978. Con la maglia azzurra, però, il meglio doveva ancora venire: quarto agli Europei dell’80, Cabrini fu uno dei maggiori protagonisti della vittoriosa spedizione spagnola dell’82. Disputò il suo terzo campionato del mondo nel 1986 in Messico e fece parte della rinnovata nazionale di Azeglio Vicini nel primo anno della gestione del selezionatore romagnolo. Dopo il ritiro, avvenuto nel 1991, provò con alterne fortune la carriera di allenatore trovando un ruolo stabile come tecnico della nazionale femminile, lasciata nell’estate del 2017 dopo un periodo di cinque anni.

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Basket

“I sogni alcune volte restano tali, invece questo si è avverato”: il Primo Scudetto della Scavolini Pesaro

Matteo Latini

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La prima volta non si scorda mai, neanche a distanza di trent’anni che segnano un solco quasi infinito tra il mondo di ieri e quello di oggi. Figuriamoci il basket. Vai a Pesaro e chiedi in giro cosa sia successo il 19 maggio del 1988. Probabilmente anche i granelli di sabbia sul lungo mare saprebbero darti una risposta. È trascorsa una vita e almeno una generazione, ma il ricordo di uno scudetto difficilmente ti fa cancellare anche il più piccolo e apparentemente insignificante dei particolari. Era ieri, ma di un tempo diverso e di una pallacanestro solamente lontana parente di quella attuale. Pesaro, in quei giorni di maggio, vive sospesa. Respira ansia e convinzione. Sono i giorni della serie finale contro la Milano targata Tracer: i colossi capaci di prendersi due finali di Coppa dei Campioni consecutive e spazzolare dal piatto anche l’Intercontinentale. Una cosa non da poco, neanche per chi ha le canotte rosse e a indossarle gente come Mike D’Antoni, l’eterno Dino Meneghin e Bob McAdoo, che oltretutto sul petto hanno anche cucito quel triangolino tricolore strappato appena un anno prima alla Mobiligrigi Caserta.

Pesaro invece aspetta ancora di diventare grande e spiccare finalmente le ali. Perché la città di basket ci vive e anche bene, sostenuta dai capitali di Valter Scavolini e da una piazza che in controtendenza con quasi tutto il resto d’Italia, Bologna a parte, ha scelto la palla a spicchi a quella che rotola sul prato verde della Vis. Ma da quel 1946 che ha visto nascere la società biancorossa, di allori se ne sono contati pochi. Il primo giusto qualche stagione prima, anno di grazia 1983, quando per spolverare la bacheca della società adriatica è dovuto calare il semidio jugoslavo  Petar Skansi, che la città di San Terenzio l’aveva già assaporata da giocatore, senza però centrare quel trofeo che sarebbe arrivato solo dopo il passaggio dal campo alla panchina, guidando una banda formata dai connazionali Kićanović e Jerkov, oltreché dall’idolo di casa Magnifico e lo statunitense Mike Sylvester, ad alzare la Coppa delle Coppa davanti ai francesi del Villeurbanne. Se il corso dritto delle storia bisogna farlo sterzare con le proprie forze, forse a Pesaro la svolta arriva proprio in quella notte maiorchina di marzo. La stagione successiva scorre infatti senza sussulti, quella dopo ancora il passaggio di consegne da Skansi al vice Giancarlo Sacco riporta invece entusiasmo e soprattutto trofei. La Coppa Italia nello specifico, strappata nell’allora avvincente regolamento, tra andata e ritorno, al vecchio gigante Varese marchiato Ciaocrem. Peccato quel secondo successo rimanga isolato, perché qualche mese più tardi la Scavolini si affaccerà anche alla finale scudetto, ma al cospetto della Simac Milano finisce in appena due gare e di tricolore, sulle maglie biancorosse, rimane solamente la coccarda.

I sogni restano nel cassetto, in attesa di prendere aria e iniziare a vedere la luce nell’estate dell’87, quando casa Scavolini apre le proprie porte a Valerio Bianchini. È lui l’uomo della svolta, non fosse altro perché sa come si vince e l’ha già fatto in Italia e fuori dai confini nazionali. Il Vate ha regalato sorrisi tra Cantù e Roma, conquistato due scudetti e altrettante Coppe dei Campioni. Ha vissuto l’aria di provincia e quella di una Capitale europea. Conosce i segreti, i trucchi del mestiere. Sceglie i giocatori giusti, da mettere nei posti giusti. Il resto poi è molto meno della metà dell’opera. Ma le cose non vanno da subito per il verso giusto. Alla pattuglia di italiani formata dal totem Walter Magnifico, Ario Costa, Renzo Vecchiato e Domenico Zampolini, Bianchini aggiunge l’accento slavo di Aleksandar Petrović, fratello maggiore di quel Dražen che sta incantando l’Europa dei canestri ed è destinato ad andarsi a prendere anche i parquet dall’altro lato dell’Oceano. La squadra è bella, ma balla poco e a corrente troppo alternata. Serve qualcosa che cambi le carte sul parquet e faccia saltare il banco e per Bianchini quell’asso da pescare è nel mazzo che si trova negli Stati Uniti. E siccome nessuna ciambella riesce veramente col buco se non sei direttamente tu a farla, il Vate alla scoperta dell’America ci va in prima persona. Due tappe: Pittsburgh e Boston. Dalla prima vi tira fuori Darwin Cook, un californiano capace di alternarsi tra regia e il ruolo di guardia, buono per dare atletismo e punti. Dalla capitale del Massachusetts, invece, Bianchini si riporta indietro Darren Daye che i suoi 2,03 centimetri di forza li ha fatti apprezzare a Washington prima e nei Celtics poi, dove però è finito ai margini per aver pestato i piedi sbagliati nel corso di un’intervista troppo irriverente per continuare a stare al fianco dei senatori in canotta verde Larry Bird e Kevin McHale.

Il Vate gioca le sue carte e le piazza sul tavolo, ma ci vuole tempo e far amalgamare il tutto. Lo scetticismo resta, anche perché Pesaro chiude la regular season al quinto posto, con 18 vinte e 12 perse, ma soprattutto a troppa distanza dalla battistrada Varese e dalla fresca campionessa d’Europa Trecer Milano. Motivo in più per essere scettici, un playoff che va giocato tutto, fin dal primissimo turno. Ma nel momento più delicato, la Scavolini non solo non trema, ma vede finalmente compiersi il disegno del proprio coach. Daye e Cook ingranano, danno quel che alla squadra fin lì era mancato. Agli ottavi, contro Reggio Emilia, ci vogliono tre gare per strappare il pass dei quarti, dove invece bastano appena due partite per rispedire al mittente la minaccia Caserta. Si vola in semifinale e l’incrocio pericoloso prevede Varese, che ha il vantaggio del campo e i favori del pronostico. In panca, i lombardi hanno un uomo delle Americhe come Joe Isaac, in canotta, invece, Rusconi, Vescovi e Sacchetti, oltre all’esperienza a stelle e strisce portata in dote da Charles Pittman e Corny Thompson. C’è da sudare e sovvertire i pronostici. E infatti gara 1, a Masnago, finisce tra le grinfie dei padroni di casa. Al secondo atto, Pesaro fa però valere il fattore casalingo tanto quanto i lombardi, guadagnandosi un’ultima chance da cuore caldo e sangue freddo. Finirà 78-77, ma per gli ospiti, con Cook che scippa il connazionale Thompson del pallone che sarebbe potuto valere l’ultimo attacco, forse decisivo. Pesaro si ritrova in finale, in città addirittura suonano le campane della chiesa per annunciarlo a chi non ha potuto prendere ferie o mettersi in malattia per seguire la squadra fino a Varese. Ma i giorni rimasti a disposizione verranno buoni per l’ultimo atto. Qui c’è la Milano di Franco Casalini, che nel passaggio da Dan Peterson al proprio vice non ha minimamente dimenticato come coniugare il verbo vincere. Anzi, si è appena riconfermata regina d’Europa, ha unito i due mondi dei canestri con l’Intercontinentale ed è campione d’Italia in carica. Scontato dire per chi propendano i pronostici, però…

Però Pesaro si è tolta la ruggine della sorpresa e lo fa vedere subito, alla prima in casa, davanti un Hangar stracolmo e trascinato dai cori dell’Inferno Biancorosso in curva. Finisce 90-82, poi si vola a Milano e ma lo spartito non cambia, anche perché Magnifico lo suona con una doppia doppia da 27 punti e 10 rimbalzi, ai quali si aggiungono i 34 equamente distribuiti tra Cook e Daye, che ormai non sono solo trascinatori e in campo, ma idoli di una folla che va al letto la sera e sogna tricolore, si sveglia la mattina e continua a sperare. Bisogna attendere che Milano provi a risorgere, si prende gara 3 e rimandi tutto a Pesaro. Ma forse è una conclusione sperata anche da Bianchini. Il 19 maggio 1988 era trent’anni fa e la Scavolini annientava la Trecer 98-87. Su Raitre, la voce di Gianni Decleva neanche si sente, mentre annuncia la vittoria pesarese al suono della sirena e il parquet dell’Hangar diventa terreno d’invasione festante. Bianchini centra il terzo titolo con tre squadre diverse, Pesaro il suo primo e indimenticato tricolore. “I sogni alcune volte restano tali, invece questo si è avverato”, dirà uno stanco ma felice Valter Scavolini, a fine partita, con la bandiera italiana legata al collo. L’artista Pomodoro, natio di Pesaro, di cui la sua celebre palla si trova a Roma e New York, lascio il calco dell’opera d’arte a Pesaro. Calco che venne fatto rotolare per tutta la città proprio il 19 maggio 1988. Trent’anni e una generazione dopo, nessuno si è dimenticato di quel giorno di maggio. Neanche chi non c’era. Neanche i granelli della sabbia.

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