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Da figlio della generazione dei primi anni ’90– limbo spartiacque stante a metà tra quelli che esultavano all’urlo di Tardelli a Spagna ’82 e le nuove leve che si annusano l’ascella a colpi di dub dance assieme a Cam Newton e Stephen Curry– posso dire di aver passato la mia infanzia dilettandomi non solo con i Joystick della PlayStation, ma anche con qualche passatempo vecchio stile. Le biglie (vietato sfottere), un evergreen come i mattoncini Lego e last but not least qualche puzzle.

Questi ultimi erano un bel grattacapo. Anzi, per stavolta diciamo le cose come stanno fregandocene del politically correct, erano una vera e propria rottura di palle. E ai miei parenti nulla importava che fosse il più noioso e temutissimo tra i giochi (sempre che possa essere inserito in questa categoria). Puntualmente sarebbe arrivato il mio compleanno e con altrettanta tempestività me ne avrebbero regalato un altro. L’ennesimo.

I pomeriggi di battaglie tra il me stesso bambino e quei dannati pezzi non si finiscono di contare.

Se a quei tempi la loro utilità mi pareva pressoché nulla, oggi un motivo valido per cui sia valsa la pena logorarmi il fegato per tutte quelle ore credo di averlo trovato. Il puzzle è infatti la miglior metafora utilizzabile per tentare di spiegare in maniera semplice e non troppo filosofica i concetti di “tutto” e di “uno”, che sono poi le prime filacce che tirerò per tentare di sciogliere questo gnommero gaddiano riguardante Andre Iguodala e il suo modo di stare al mondo e nel mondo.

Sebbene a volte possano apparire simili, i singoli pezzi di un puzzle hanno una configurazione propria, che si differenzia da quella di tutti gli altri. Concretamente esiste un solo posto in cui debbano essere inseriti, e presi in maniera isolata non hanno alcuna ragione di vivere.

Come se fossero delle teste non pensanti.

È unicamente incatenandosi agli elementi attorno ad essi che prendono significato, raggiungendo la massima efficienza, come singoli e come parti di un insieme. D’un tratto a quelle figure geometriche viene data un’anima.

L’opera finale definisce ciò che sono le parti individuali, ma questa è solamente la mia opinabilissima opinione, e cioè che l’esistenza di un “tutto” sia totalmente indipendente dalla presenza di un “uno”. Sta a quell’uno relazionarsi con gli altri per permetterci di chiarire la sua natura e di esaltare la sua funzionalità. Per capirci, il puzzle completo sai che esiste imprescindibilmente dal fatto che tu sia in grado di poterlo realizzare, non foss’altro per il disegno facilmente riconoscibile che trovi sopra la scatola.

Il primo passo da fare, scontato quanto sottile, per costruirlo credo sia prendere coscienza del fatto che esista ancor prima di effettuare qualsivoglia tentativo di incastrare i pezzi, anche se noi non lo possiamo già vedere coi nostri occhi o toccare con le nostre mani.

Ed è così anche nella vita.

 Io percepisco di essere perché esiste qualcosa più grande di me di cui faccio parte e che mi consente di identificarmi. Se venisse a mancare questa totalità e non fossi circondato da altre persone con cui comunicare ed interagire io non esisterei, e nemmeno voi, Io Gioco Pulito o la NBA.

È una visione collettiva di ciò che ci circonda che trova la sua sublimazione nel modo di intendere la pallacanestro di Andre Iguodala, una delle poche persone su questa Terra ad aver preso coscienza dell’importanza di questo meccanismo di interazione fra i vari componenti del gruppo.

Essere in grado di capirlo non è cosa da poco, anzi direi che è vitale nel vero senso della parola. Negli sport di squadra assimilare l’idea che il singolo debba sacrificare il proprio ego adeguandosi agli altri per il conseguimento di un obiettivo comune – e per la propria espressione – rappresenta la vera differenza tra vincere e perdere, fare la storia o morire nel dimenticatoio. Scusate se è poco.

È un iceberg contro cui prima o poi tutte le stelle devono scontrarsi. Ci sono passati i migliori. Jordan, Bryant e LeBron hanno chinato il capo seppur a fatica per capire che i 40 punti sera sì e sera no dovevano allo stesso tempo non nuocere al contesto in cui erano inseriti.

Memorabile lo sketch tra Tex Winter e il primo Michael, in cui l’assistant coach dei Bulls tenta di far entrare nella testa di His Airness questo concetto con un gioco di parole.

There’s no I in TEAM”, disse Tex.

But there’s I in WIN”, rispose il 23.

Avevano ragione entrambi. La stessa cosa accadde tra Kobe e Phil Jackson (Winter presente anche in quel caso ed è sempre bene ricordarlo), mentre James ha dovuto sbattere il muso contro quegli eccessi di isoball da parte sua, di Wade e di Bosh che l’hanno portato a vedersi rotolare a valle ad un passo dalla cima della montagna nelle Finals del 2011 contro Dallas.

Senza gruppo non si vince e se non si vince non si viene ricordati. La chimica di squadra esiste a priori, proprio come il puzzle raffigurato sul contenitore. Tocca ai singoli, siano essi piccoli pezzi o uomini non fa differenza, lavorare per trovarla.

Il meccanismo NBA però, soprattutto se sei un primo violino, i 20/25 punti di media li pretende. I grandissimi sono in grado di equilibrare le due cose, di accontentare tutti. Per quelli che sono “solamente” degli All-Star, e tra questi ci metto Iguodala (vedasi All Star Weekend di Orlando, anno di grazia 2012), rinunciare alla produzione personale è più difficile, perché spesso è quella che ti dà da mangiare.

Iggy ci è riuscito.

Credo fosse un giocatore che nei primi 10 anni della sua carriera avrebbe potuto  viaggiare costantemente attorno ai 20 punti di media, ingrassando quei libidinosi amanti dei boxscores che ingurgitano numeri – peraltro controllando quelli sbagliati – ogni mattina.

Invece no. Iguodala è smart – come oggi lo definisce il suo allenatore Steve Kerr.

E lo è sempre stato, come se questa nozione la conoscesse dalla prima volta in cui mise palla per terra. Quando era al college studiava Scottie Pippen e desiderava assomigliare a Luke Walton, due soggetti che come lui si differenziano per il contenuto del proprio cervello.

Quando venne draftato con la 12esima assoluta da Philadelphia era uno splendido giocatore che sostanzialmente faceva due cose: correre e volare. Ma correva dando la mano ai suoi compagni. Ha sempre saputo chi e dove fosse e che cosa servisse per far arrivare quei 76ers al massimo a cui potevano ambire, vale a dire un magistrale secondo turno di Playoffs nel 2012 in cui vennero eliminati in 7 partite epiche dai Celtics dei Big Three sul viale del tramonto.

L’Iguodala di Denver è stato il più divertente da ammirare, in una squadra allenata da uno come Karl che probabilmente “There’s no I in TEAM” ce l’aveva scritto anche sulla culla. Che grande collettivo quei Nuggets: il Gallo che dava segni di essere un giocatore vero; Faried che un giocatore lo sembrava solamente; Wilson Chandler che se il tuo schema è “difesa e transizione” fa sempre comodo.

E poi le partite in cui Andre Iguodala dava via più di 10 assist. Un professore che guidava una classe in gita in giro per l’America ottenendo lo storico record di franchigia di 15 vittorie consecutive in stagione. L’unico, se vogliamo essere sinceri, che durante l’upset subito al primo turno contro gli Warriors è sembrato essere pronto per giocare quel tipo di partite. C’era bisogno di dirlo?

Ecco, se uno lavora con gli altri e per gli altri prima o poi viene ripagato dal contesto. Il mondo ti fa capire che esisti. Il puzzle smette di considerarti pezzo e ti premia assorbendoti, esaltandoti senza snaturalizzarti.

Perché non è esclusivamente la squadra a trarre giovamento da questa situazione, ma è anche e prevalentemente il singolo.

Per questo Iggy ha vinto il titolo la scorsa stagione. Per questo è stato premiato come MVP delle finali. Per questo sa di esserci.

O forse è solo perché è uno straordinario fuoriclasse.

Ma il Rasoio di Occam non è roba che fa per Born in The Post. E francamente nemmeno per un visionario del gioco come Andre Iguodala.

di Daniele QuettiBorn in The Post

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