Complice l’addio alla Roma di Totti e l’imminente finale di Champions League della Juventus, prevedibile che la notizia di Cesare Prandelli prossimo allenatore dell’Al Nasr, club degli Emirati Arabi, sia passata in secondo piano. Se affascina per i contorni esotici dei suoi paesaggi e per le cifre tropicali dei suoi ingaggi, l’Arabian Gulf League (la Serie-A degli emiri) non possiede certo l’appeal tecnico e la risonanza mediatica di una Premier o di una Liga. E nel recente passato, in più di una circostanza, è stata vista come una sorta di pensione dorata per glorie del calcio europeo che, esaurita la loro parabola ad alti livelli internazionali, scelgono le rive del Golfo Persico per chiudere la carriera senza particolari stress e con cesellature diamantine ai propri conti correnti.

Non sembra però essere questo il caso dell’ex commissario tecnico della Nazionale italiana che, prossimo ai sessant’anni, ha almeno un altro decennio di panchine davanti a sé. Quanto basta per soffermarsi sulla sua nuova destinazione senza derubricarla a mera cronaca sportiva. Perché uno come Prandelli, stimato dentro e fuori i nostri confini, non ha mercato in Serie-A e in Europa e, per allenare, deve spostarsi a Dubai? Beninteso: può darsi benissimo che lui per primo abbia rifiutato offerte dall’Italia o dai principali tornei stranieri, perché non ritenute idonee a differenza di questa proveniente da latitudini medio-orientali. Però è anche vero che Prandelli in primis non ha mai fatto mistero del suo rifiuto al Leicester o del suo mancato approdo alla Lazio l’estate scorsa, per cui si può anche pensare che, Foxes a parte, non abbia davvero ricevuta alcuna proposta dopo la conclusione della sua esperienza col Valencia.

Rimane comunque l’interrogativo se il calcio europeo, quello italiano in testa, non sia diventato all’improvviso miope nei confronti di uno dei più validi e preparati allenatori apparsi sulla scena negli ultimi vent’anni. D’accordo. Le disavventure di Galatasaray e Valencia non hanno giovato al suo curriculum, ma certo non annullano il biennio di Parma – due qualificazioni europee durante il crack Parmalat – i cinque anni di Firenze – due quarti posti conditi da una semifinale di Europa League e l’eliminazione agli ottavi di Champions League più per errori della terna arbitrale che per meriti del Bayern Monaco – e il secondo posto a “Euro ’12” con l’Italia, miglior risultato degli azzurri dopo il 2006.

Prandelli non ha mai vinto un trofeo o un titolo, tranne una serie-B col Verona, però non ha mai avuto squadre attrezzate per riuscirci. Non lo era nemmeno l’Italia del mondiale brasiliano che, se è stato disastroso come dicono i risultati, allora dovrebbe coinvolgere nell’uscita dai radar dei club italiani ed europei anche gli altri responsabili di quell’infausta rassegna: i calciatori.

Così però non è, come dimostrano specialmente quelli che giocheranno la finale di Cardiff, e allora lecito chiedersi se nel calcio conti sempre qualcosa il merito e, qualora la risposta sia affermativa, perché il curriculum di Prandelli, più ricco rispetto a quello di altri colleghi, sia sfuggito ai presidenti di serie-A. Specialmente a quelli impegnati in ricostruzioni o rilanci di natura tecnica. Perché l’Inter non lo ingaggiò l’estate scorsa dopo la separazione da Mancini? Perché a lui, dopo il mondiale del 2014, non pensarono sull’altra sponda meneghina, in quella Milanello alle prese con un organico molto lontano dal valore del “Grande Milan” e che avrebbe soltanto tratto enorme giovamento, in termini di crescita individuale e collettiva, dalle conoscenze tattiche del “Mago di Orz”? E perché la Roma, per sostituire Spalletti, ha intrapreso altre strade? Infine, sempre all’ombra del Colosseo, come mai non si concretizzò il suo passaggio alla Lazio, dato per ormai fatto da parte della stampa, proprio un anno fa di questi giorni?

Di recente, Alberto Malesani, in merito alla dimenticanza del calcio italiano nei suoi confronti (“Non ho più ricevuto telefonate”) ha detto che servirebbe un plotone di servizi segreti per capirla. Forse occorrerebbero anche per il caso di Prandelli. O forse, più semplicemente, gli 007 degli emiri sono stati più abili di quelli del Vecchio Continente

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