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Calcio

Allenatore chiede il “seme” di Ibra e Ronaldo per il futuro ma non di Messi, perché?

Matteo Calautti

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Siamo a Bodø, un comune di 47 mila abitanti situato nella Nord-Norge, regione nel nord della Norvegia. Una città in cui risiede una società calcistica, ovvero il Nordstranda IL. Una compagine, quella del fotball norvegese, che non ha mai goduto della grande fama nazionale e mondiale, disputando attualmente la Fourth Division, ovvero il quinto livello dei campionati di calcio nazionali. Fin qui sembra una storia del tutto normale.

Tutto normale almeno fin quando la televisione norvegese non si è accorta di loro, decidendo di creare una sorta di reality show con protagonisti i giocatori ed il loro istrionico allenatore: Ole Vidar Toftesund. Il mister ha infatti recentemente diffuso un bizzarro appello tramite la pagina Facebook ufficiale della trasmissione televisiva, denominata per l’appunto Tofte. Un messaggio che non è passato inosservato sia tra gli utenti del social network in cui inizia a raccontare la situazione della sua squadra sulle note di una musica melodrammatica e per mezzo di banner sfogliati secondo dopo secondo. «Sono allenatore da 30 anni», «ho allenato più di mille calciatori», «ma alcuni di loro sono davvero scarsi», «sono vecchi ed alcuni grassi» e così via.

Tutto inusuale ma apparentemente non così strano. Poi, ad un certo punto, l’allenatore norvegese dice di aver avuto un’idea: «in 20 anni il Nordstranda diventerà la miglior squadra al mondo». E come? La simpatica idea è quella di far mettere in cinta le mogli dei calciatori da campioni del calcio, tra i quali cita Zlatan Ibrahimović e Cristiano Ronaldo tra i contemporanei, Paul Gascoigne tra gli ex giocatori. Conclude il messaggio chiedendo di metterlo in contatto con loro in caso qualche spettatore abbia modo di raggiungerli.

https://www.youtube.com/watch?v=R2DdWbCJSBI

Una domanda sorge spontanea. Come mai Toftesund ha nominato Zlatan e Ronaldo ma non Lionel Messi? Sulla scia ironica di questo appello video, indaghiamo adesso sul rapporto tra la stella argentina e la Norvegia. Un rapporto, quello tra Leo e lo stato scandinavo, che è stato caratterizzato da pochi momenti di gloria e momenti di grande sofferenza.

Il primo contatto fu devastante. Siamo agli ottavi di finale della Champions League 2006/07, in cui il Barcellona di Frank Rijkaard affronta il Liverpool di Rafael Benítez. All’andata i Reds espugnano il Camp Nou con le reti di Craig Bellamy e John Arne Riise, terzino primatista per quanto riguarda le presenze nella Norges herrelandslag i fotball, ovvero la nazionale norvegese. Inutili furono i goal di Deco in Catalogna e la vittoria ad Anfield Road per 0-1 nella gara di ritorno grazie alla rete dell’islandese Eiður Guðjohnsen.

Il secondo incontro non fu migliore. Il fantasista argentino, infatti, giunto alla sua 21esima presenza con la camiseta della Selección argentina, venne sconfitto sotto la guida di Alfio Basile contro la modesta Norvegia di Åge Hareide all’Ullevaal Stadion di Oslo (2-1) davanti a 24 mila persone. Una sconfitta pesante causata dalla doppietta di John Carew, quarto miglior marcatore nella nazionale norvegese. Messi in campo per 90 minuti con lo stesso Riise sul manto erboso, in una partita in cui il goal di Maxi Rodríguez negli ultimi dieci minuti risultò inutile ai fini del risultato. Non male anche il contatto indiretto nella Champions League 2007/08, in cui l’ultimo Barça di Rijkaard venne eliminato in semifinale dal Manchester United di Alex Ferguson durante l’ultima stagione con i Red Devils di Ole Gunnar Solskjær, una leggenda del calcio norvegese nonché quinto miglior marcatore. Bomber che, tuttavia, non fu convocato per la doppia sfida.

La vendetta della Pulce arrivò nel 2013, nello stesso stadio di Oslo. All’Ullevaal Stadion andava in scena un’amichevole tra il Barcellona del nuovo allenatore Tata Martino ed il Vålerenga. Partita terminata con una roboante vittoria dei Blaugrana con il risultato di 7-0, grazie anche alla rete di Messi. Infine, da ricordare anche una stella nascente del calcio norvegese e del calcio mondiale stesso è stata definita come l’erede del campione argentino. Trattasi di Martin Ødegaard, fantasista classe ’98 che dal suo Strømsgodset ha scelto tuttavia di trasferirsi ai rivali di sempre del Real Madrid, per crescere nel Real Madrid Castilla, la squadra B dei madridisti.

Sembrava un rapporto recuperato quello tra Messi e la Norvegia. Sembrava, per l’appunto.

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Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Calcio

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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