Un minuto e quarantaquattro secondi della prima ripresa davanti a 2434 spettatori paganti. Sembra un anonimo momento di un qualsiasi incontro di box della storia della nobile arte, invece è il minutaggio che ha scritto una delle pagine più controverse dello sport mondiale. Era la notte 25 Maggio 1965 e alla St. Dominic’s Arena di Lewiston nel Maine, e andava in scena la rivincita tra Muhammad Ali e Sonny Liston valevole per il titolo di campione del Mondo dei pesi massimi. Una rivincita si, dopo che Muhammad Ali, all’epoca ancora con il nome di Cassius Clay, aveva battuto l’anno prima l’orso cattivo. Già quella sfida era salita all’onore delle cronache per il ritiro, più che sospetto, di Liston alla quinta ripresa per un infortunio alla spalla. Per una macchina da guerra come Liston, che qualche anno prima aveva condotto e vinto un match con la mascella fratturata dopo 10 riprese contro Marty Marshall, un infortunio alla spalla poteva essere cosa da poco.

CLIMA ROVENTE– Ma torniamo a quella calda serata alla St.Dominic’s Arena e a quel minuto e quarantaquattro secondi che bastarono ad Alì per mettere KO Sonny Liston. Un incontro che si svolse appunto solo davanti a 2434 spettatori e in una anonima arena di una città senza cultura pugilistica, perché le ombre della combine e della mafia erano pesantissime: le autorità dello stato del Massachusetts negarono l’autorizzazione ad effettuare il match a Boston proprio perché ritenevano che “Dietro agli organizzatori c’è la mafia”. Inoltre il match si disputò in un clima a dir poco teso per la questione razziale che negli Stati Uniti stava conoscendo il suo culmine e ad una serie di avvenimenti che sconvolsero l’opinione pubblica, come l’assassinio di Malcom X e l’incendio appiccato alla casa di Ali. Proprio Ali nei giorni precedenti al match fu minacciato dai seguaci di Malcom X che ritenevano la setta Black Muslims, di cui Ali faceva parte, la colpevole della morte del loro leader. A sua volta anche Liston ricevette pesanti minacce durante una sessione di allenamento a Chicago. Addirittura si temeva per un attentato durante l’incontro e i giornalisti a bordo ring erano protetti da scudi antiproiettile. Un clima rovente per quella che, dopo appena un minuto e quarantaquattro secondi si rivelò, oppure si confermò, una vera e propria farsa. Liston andò giù ad un uno dei primi affondi del Campione in carica e l’arbitro della contesa Jersey Joe Walcott, incredulo per quanto visto, si lasciò distrarre e addirittura fece riprendere il match prima di sospenderlo. Il cronometro segnava esattamente due minuti e dodici secondi e l’inesperto arbitro decretò la fine del match solo dopo essere stato imbeccato dal pubblico della prima fila che aveva contato ben più dei fatidici dieci secondi prima che Liston si rialzasse.

LA FARSA – Poco più di un minuto e mezzo per andare al tappeto con quello che è diventato famoso come “Il pugno fantasma”, perché nessuno né dal vivo né dai replay è mai riuscito a vedere il colpo con il quale il Campione aveva messo al tappeto lo sfidante. “That punch was like throwing corn flakes at a battle ship”, tradotto “Quel pugno fu come un corn flakes scagliato contro una corazzata” parola di Joe Luis, mitico campione mondiale degli anni trenta e quaranta soprannominato il bombardiere nero.  In poche parole una farsa che fece che confermare l’ombra pesante della mafia che, in quell’occasione, aveva definitivamente scaricato Sonny Liston dopo che per anni, come testimoniarono i dossier del comitato parlamentare sulla criminalità organizzata degli Stati Uniti, aveva letteralmente tolto al pugile tutti i guadagni percepiti durante tutta la sua favolosa carriera. L’unica certezza di quella sera fu la storica foto scattata da Neil Leifer che ritrae un Muhammad Ali imbufalito (forse più per tentare di tirarsi fuori dalla combine che per vera e propria indignazione) che urla verso un Sonny Liston inerme a terra “Alzati brutto orso siamo in televisione!”. Una foto che oltre ad essere forse la più famosa nella storia dello sport, ha rappresentato l’incrocio di due storie e di due carriere. La prima, quella di Alì che ormai viaggiava spedito verso i futuri trionfi e l’altra, quella di Sonny Liston, che ormai poteva ritenersi conclusa a grandi livelli e che lo portò alla morte in solitudine anche lì in condizioni tutte da chiarire .

FOTO: www.slate.com

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