Vent’anni di carriera e un palmarès che parla da solo con centosettantanove vittorie assolute che fanno di Alessandro Petacchi uno dei grandi della storia del ciclismo di tutti i tempi. L’unico atleta azzurro ad aver vinto la classifica a punti nei tra grandi giri e il terzo in assoluto – dopo Merckx e Cipollini – per vittoria di tappa frutto di 53 successi totali suddivisi tra Giro 27, Tour 6 e Vuelta 20. C’è altro da aggiungere? Lo spezzino classe 1974 è stato uno dei più grandi sprinter di tutti i tempi e ritiratosi nel 2015 ha intrapreso da quest’anno la carriera di opinionista televisivo esordendo con Mamma Rai nel processo alla tappa al fianco della madrina Alessandra De Stefano. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo nel periodo a cavallo tra la corsa rosa e la grande boucle per discutere delle vicende del ciclismo moderno.

Buongiorno Alessandro, siamo alla partenza del Tour dopo aver vissuto le emozioni di uno splendido giro. Chi più di te può descriverci le sensazioni nel partecipare alle due kermesse. Differenze e similitudini?

Sono due corse diverse perché senza ombra dubbio le salite del giro sono le più difficili in assoluto, un Mortirolo, uno Zoncolan o un Blockaus non li ha nessuno. Però il Tour è una corsa più frenetica e nervosa dove tutte le squadre vogliono stare davanti e la campagna francese si sa è tutta un mangiaebevi con pochissime tappe interamente piatte. Devo dire però che anche il giro quest’anno è stato corso a tutta, i corridori a Milano erano davvero sfiniti.

Il Giro appena concluso, bellissimo ed emozionante. Che è esperienza è stata per te da commentatore?

E’ stato un giro emozionante e durissimo e incerto fino all’ultimo. Ha vinto meritatamente Dumoulin che è stato l’atleta più costante che ha capitalizzato le cronometro difendendosi in montagna. E’ stato bello poter analizzare le tappe al processo e avere questo rapporto coi corridori dall’altro versante, sicuramente una bella esperienza e grazie alla Rai per avermi dato questa opportunità.

Gli italiani al giro, record storico negativo di presenze con assenze di lusso e una sola vittoria di tappa con Nibali. Magra consolazione, no?

Si è vero, in questo momento non c’è il grande velocista che possa competere con i Kittel e i Gaviria di questo periodo, poi sono mancati i corridori che hanno lo spunto veloce in tappe intermedie, come Viviani o Ulissi, per strategie di squadra cosa che ci ha senz’altro penalizzato. Ringraziamo Vincenzo per l’impresa che ha fatto nel tappone con Mortirolo e Stelvio altrimenti non avremmo raccolto nulla.

Oltre a Viviani ed Ulissi mi vengono in mente Colbrelli, Felline, Trentin e De Marchi tutti atleti validissimi sacrificati per logiche di squadra che non hanno partecipato al Giro del Centenario. Tutta colpa del ciclismo moderno che impone delle scelte?

Beh in parte si, oggi i ritmi sono esasperati e gli atleti di cui parli hanno corso a tutta la prima parte della stagione partecipando alle grandi classiche del nord di inizio stagione e non avrebbero avuto le gambe per affrontare al meglio il Giro. Molti hanno optato per il Tour un po’ per scelta, un po’ per ordini di scuderia, la realtà è che oggi con i calendari professionistici che sono così compressi, delle scelte vanno comunque fatte anche se le conseguenze più nette le subiamo proprio noi con la corsa rosa che inizia ai primi di maggio.

Petacchi come ha iniziato a pedalare e quando ha capito che il ciclismo era la sua vita? Petacchi si nasce?

Da bambino con mio padre, che era un grande appassionato, seguivo le gare e per gioco pian piano sono arrivate la prime vittorie da dilettante sognando di diventare un professionista. Ho avuto la fortuna di firmare subito un contratto nel 1996 e da li è partito tutto. Petacchi in parte si nasce perché certe caratteristiche te le da madre natura poi io mi sono scoperto velocista per caso perché ho iniziato a vincere in arrivi veloci in gruppetti e da lì con tanto lavoro è venuto tutto il resto. Non c’è una ricetta magica contano tanti fattori tra cui anche la testa e da questo punto di vista la famiglia è fondamentale.

Senza entrare nello specifico tuo personale, ma il doping al ciclismo ha fatto del bene o del male al ciclismo? O entrambi?

Non ho nessun problema a parlare della mia vicenda sulla quale si è tanto discusso. Mi sono rivolto a dei dottori per il mio problema di asma da sforzo e mi hanno prescritto il salbutamolo che non è affatto dopante, ho pagato per questo e ho subito un sistema che all’epoca era così. Però posso dire in assoluto che quello che ha fatto e che fa il ciclismo contro il doping non lo fa nessun altro sport al mondo, oggi chi sbaglia paga e lo sport è più pulito di allora. Oggi si va ancora forte e questo alimenta ancora dubbi, ma posso dirti con estrema certezza che la tecnologia ha fatto passi da gigante in questi ultimi dieci anni e che certe prestazioni sono il frutto di questa continua evoluzioni di materiali, dai caschi ai body e alle bici.

Il Tour è alle porte, le chancès azzurre? Aru fresco campione d’Italia è la nostra speranza?

Di sicuro Fabio è la freccia numero uno per la classifica e avrebbe fatto senz’altro un grande giro. Ovviamente per vincere un Tour c’è bisogno di essere completi in tutte le specialità e l’esempio di Dumoulin è sotto gli occhi di tutti. Le cronometro contano e Quintana ne sta pagando le spese da qualche anno a questa parte, spero che Aru non né paghi a sua volta le spese, ma sono ottimista per un podio perché sia al Delfinato che nel campionato italiano ha dimostrato di esserci alla grande.

Parliamo di giovani, la crisi è arrivata anche nel ciclismo italiano? Gare cancellate, vivai carenti quali sono per te le cause?

Certo che l’annullamento di molte kermesse per mancanza di fondi ha avuto di sicuro il suo peso, per questo è ancora più importante che quest’anno sia partito il Giro under 23 che reputo fondamentale per i giovani italiani per confrontarsi con il fior fior dei pari livello nel mondo. Senza questi confronti non c’è crescita e anche se i risultati non sono stati soddisfacenti qualche ragazzo giovane si è messo in mostra ed è comunque un segnale che qualcosa si sta muovendo. Oggi il livellamento è alto e molte nazioni si sono evolute divenendo molto competitive, per cui è sempre più dura emergere.

Cosa ti senti di dire a che ti ha visto vincere a braccia alzate che sogna di diventare un campione?

Posso solo dirgli che non bisogna abbattersi né alla prima, alla seconda o alla terza delusione. Un atleta ha bisogno di tempo per maturare nel corpo e nella testa. Oggi le carriere, come è successo a me, si sono allungate e la piena maturità si raggiunge tra i 25-30 anni per cui è necessario essere costanti perché in questo sport la bacchetta magica non esiste. Lavoro, sacrificio, determinazione e tanta tanta pazienza.  

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