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Alban Hoxha, eroe per una notte di Champions

Lorenzo De Vidovich

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Forse c’è qualcosa nell’aria che quest’estate vuole farci divertire un po’ di più durante la pausa del calcio estivo scandita solo dal battibecco del calciomercato e delle trattative. Forse c’è una nazione che dopo l’incoraggiante prova dell’Europeo francese in un girone non facile, vuole continuare il suo graduale percorso di crescita. Forse c’è la voglia di riscattare la figuraccia europea dello Skenderbeu, nel mirino per alcune partite truccate ed escluso dalle competizioni internazionali. Come nella tradizionale Calciopoli, la squadra leader in patria. In questa caotica spirale ne esce fuori un altro episodio fuori dall’ordinario durante i preliminari di Champions League; non solo colpacci di Gibilterra e speranze da San Marino. Se in questi due casi la speranza di sorprendere dipendeva dalla forza dell’intero collettivo, stavolta si parla di un caso individuale, che arriva dall’emergente Albania. Durante il girone di ritorno secondo turno preliminare di Champions League, Ferencvàros e Partizani si sono dati battaglia sino ai calci di rigore: 1-1 all’andata in Albania, in casa di quella che è una delle squadre più titolate nella storia della Kategoria Superiore, ma allo stesso tempo ha affrontato un periodo di declino con due retrocessioni di fila nel 2009 e 2010.

Tre anni fa il ritorno nella massima serie, l’anno scorso la comparsa ai preliminari di Europa League, quest’anno il passaggio del secondo turno di Champions grazie ad una magistrale prova del portiere Alban Hoxha durante i rigori. L’estremo difensore albanese, capitano della squadra, è letteralmente salito in cattedra durante l’esecuzione finale decisiva per le sorti del turno. Tre rigori parati, tutti calciati male, bisogna ammetterlo, come occorre riconoscere la freddezza di un portiere che poco prima, però, si era reso protagonista di un altro incredibile ed improbabile gesto: un cucchiaio al portiere avversario, che ha inaugurato le danze dei tiri dal dischetto.

https://www.youtube.com/watch?v=PP8e7RYUGP4

Alban Hoxha, capitano, portiere e rigorista, si rende protagonista di un’altra vittoria albanese, trascinando i suoi verso quello che ormai sta diventando un sogno. Sulla carta, considerato il livello non eccelso di entrambe le squadre, gli ungheresi del Ferencvàros  erano considerati favoriti, ma senza fare i conti con la determinazione degli albanesi che non hanno sprecato l’occasione di sfruttare l’ondata della loro rinascita. E pensare che il Partizani inizialmente non doveva disputare la Champions League. La squadra è subentrata sostituendo lo squalificato Skenderbeu. Questa sostituzione ha permesso allo Slovan Bratislava, prevista sfidante dei campioni di Kategoria Superiore, di accedere direttamente al secondo turno, disputando anche un’amichevole di ripiego al ritorno del turno preliminare. Per il rimpiazzo Partizani, il ruolo di vice-campione e di seconda della classe sempre più insidiosa là in alto, si è improvvisamente trasformato in un’avventura europea impensabile sino a poco tempo prima. Alban Hoxha, davanti ad un decisivo punto di svolta come i rigori, avrà in qualche modo saputo incanalare in sé tutte le energie infuse nella squadra di Tirana per l’occasione di toccare il lusso europeo, un preliminare dal sapore di Europa dell’est, tra due capitali – Tirana e Budapest – e due squadre storiche in patria, Partizani e Ferencvàros.

Come in ogni storia particolare che sta ormai contraddistinguendo l’estate di calcio, arricchita dagli Europei francesi, è successo che la più piccola ha battuto la più grande, che la sorpresa imprevista, dell’ultim’ora, ha concluso in bellezza e in ignoranza il turno di qualificazione, dopo due pareggi con lo stesso punteggio: 1-1 all’andata (vantaggio dell’albanese Fili ad inizio secondo tempo e pareggio ungherese a metà con Böde), e 1-1 al ritorno (stavolta vantaggio magiaro di Gera dopo un quarto d’ora e pareggio su autogol, sino alla lotteria dei rigori).

In tutto questo, c’è un dato che da un lato è sorprendente, ma da un altro forse sta diventando consuetudine. Alla guida del Partizani Tirana, da luglio di quest’anno, c’è un allenatore italiano: il genovese Adolfo Sormani, alla prima esperienza all’estero, ultima panchina al Südtirol nel 2014-2015, prima vice al Watford, in primavera al Napoli e con le classi ancora più giovani alla Juventus per tre anni, dal 2007 al 2010. Prima di queste formative esperienze, le prime panchine furono tra la Romagna e il Veneto, nelle serie minori: Conegliano, Chioggia e Cattolica. Un riflesso al know-how italiano che ha scandito la prima esperienza europea dell’Albania con il c.t Gianni De Biasi. Come l’esperto coach veneto ha saputo dare una quadratura alla coraggiosa e crescente nazionale albanese per affrontare Euro 2016, anche Sormani ha saputo approfittare al meglio di un’occasione storica nel percorso di ripresa del Partizani. Un upgrade con tinte italiane, tra Nazionale e club locali. Che in questo secondo turno di Champions, ha trovato nel portiere Alban Hoxha il suo vero protagonista.

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  1. Manuel Lori

    luglio 21, 2016 at 9:33 pm

    NelleNellela splendida impresa del portiere albanese citerei il suo preparatore dei portieri l italianissimo Mario Capece un vero giramondo del calcio e tanti portieri allenati anche da noi quali Mirante Marchetti Seculin Pelizzoli Paroni Coser e tanti giovani… made in Italy goalkeeper…RESPECT

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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