I programmi per lo sport femminile in Afghanistan sono tra i preferiti dei mecenati occidentali, ma questa generosità spesso non viene ripagata in serietà e correttezza.

I fondi stanziati per questi progetti sono fuori controllo e i risultati sono atlete che non ricevono il giusto training, calo delle adesioni e la sfiducia dei donatori.

È un fallimento evidente quello degli sforzi del governo americano, il maggior sostenitore, per migliorare la vita delle donne afghane. Con poche eccezioni i programmi sportivi sono minati dalla corruzione e da una mentalità conservatrice che non accetta le donne nello sport.

Ciclismo – Uno dei più grandi insuccessi è rappresentato dalla nazionale di ciclismo femminile. Quella che era nata come una favola sportiva viene travolta dagli scandali. La madrina di questo team, Shannon Galpin, dopo averlo promosso instancabilmente, finanziato attraverso la sua associazione Mountain2Mountain  e averlo portato, in qualità di allenatrice, al suo esordio ai Giochi asiatici del 2014 a Incheon, annuncia il 10 aprile scorso sulla sua pagina web che non avrebbe più sostenuto la federazione ciclistica. Galpin accusa il capo della federazione, Haji Abdul Sediq Seddiqi, di poca trasparenza nella gestione dei fondi. In particolare riferendosi ad un ambiguo furto di regali degli sponsor, per un valore di $ 100.000, avvenuto dopo la loro consegna al team e a Seddiqi. Questo viene licenziato come allenatore e capo della federazione dal Comitato Olimpico dell’Afghanistan per queste accuse e per la sua condotta immorale, sembrerebbe infatti che sia stato sposato e abbia divorziato con tre membri del team. Accuse sottoscritte da Hashmat Barakzai, campione del ciclismo nazionale (Seddiqi seguiva anche la squadra maschile) di recente fuggito in Germania per chiedere asilo, che racconta di come Seddiqi abbia sfruttato come salvadanaio personale e harem il team femminile ripagandolo con allenamenti pressoché inesistenti che si riducevano a brevi uscite dove le atlete erano portate a pedalare intorno ad una rotatoria.

La nomina per il premio nobel per la pace di quest’anno dato alla squadra, spiega Galpin, è un traguardo molto importante per le donne afghane e per le atlete che vedono i loro sforzi riconosciuti ma allo stesso tempo è un premio che indirettamente viene dato anche alla federazione che, seppur non pubblicamente, sostiene questa amministrazione non trasparente.

Cricket – Non sfugge a queste dinamiche anche lo sport nazionale, il cricket. L’ambasciata statunitense ha stanziato la scorsa estate $ 450.000 per promuovere la squadra femminile che ha dato in gestione a Lapis Communications, un ente privato. Peter Anderson, allenatore australiano chiamato in Afghanistan per formare la squadra femminile, racconta come in realtà il consiglio fosse contrario alle donne nello sport, di come abbia disfatto il team e di come, quindi, sia stato costretto ad abbandonare il progetto. Shafiq Stanikzai, l’amministratore delegato della commissione del cricket dell’Afghanistan (ACB, Afghanistan Cricket Board) è accusato di aver tentato di appropriarsi di questi fondi, ora di nuovo in mano all’ambasciata.

Calcio – La squadra femminile, considerata un esempio di successo, non gioca a livello internazionale dal 2014. Shamila Kohestani era capitano della squadra femminile nel 2004, vince una borsa di studio per la Drew University nel New Jersey, ma il suo sogno era quello di tornare nel suo paese per allenare. Sogno al quale sente di dover rinunciare dopo una recente visita a Kabul che la porta a constatare che il sistema sportivo afghano non accetta ancora le donne, fingendo interesse solo perché magnete di sovvenzioni.

La squadra di calcio femminile esiste ancora solo perché le atlete sono spinte a partecipare da quello che in Afghanistan è considerato un generoso pagamento, dai 100 ai 50 dollari al mese. Si allenano poco e tra mille difficoltà (pressione delle famiglie e molestie in pubblico) e si addita come causa principale degli abbandoni il matrimonio. In Afghanistan, infatti, una donna è considerata vecchia per sposarsi dopo i 20 anni e di solito i mariti non appoggiano le mogli a continuare nello sport.

Taekwondo – Poche le storie incoraggianti. Samaya Ghulami, 23 anni, fa parte del team olimpico afghano per il Taekwondo. Una delle grandi speranze del suo paese di raggiungere il medagliere a Rio. Vive in Iran e fa la pendolare per allenarsi in Afghanistan. Come lei stessa dichiara, è fortunata ad avere una famiglia liberale che la supporta ma se dovesse vivere nel suo paese non avrebbe mai potuto praticare.

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