Se n’è andato Primo Zanzani, un pezzo di storia del motociclismo nostrano. Novantaquattro anni vissuti all’insegna dei motori. Da giovane tecnico di aeroplani nella Forlì degli anni 30, più tardi elaboratore di propulsori a due e quattro tempi nella Pesaro che l’ha accolto e consacrato. Soprattutto nel reparto corse della MotoBi, la casa nata da una costola della Benelli che con le sue moto da competizione derivate dalla serie, ricordate per il profilo ‘a uovo’ dei cilindri, fece mambassa di vittorie negli anni 60. Da pilota, un Motogiro d’Italia vinto nel 1954. Da meccanico, oltre mille successi e una schiera di giovani tecnici, suoi allievi, ‘allevati’ e lanciati verso il motomondiale. Come Franco Dionigi, ex scudiero di Graziano Rossi, papà di Valentino. Come Giancarlo Cecchini, iridato con Andrea Dovizioso.

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Zanzani l’ho conosciuto nel maggio del 2014 per un’intervista pubblicata da Retro & Classic Bike Enthusiast (Australia), Classic en Retro (Olanda), Ferro (Italia), Moto Storiche e d’Epoca (idem), oltre che nel libro Cafe Racers (Nada Editore). Tanto per far capire quanto interessava la sua storia, fuori e dentro lo Stivale.

Zanzani mi mostrò i progetti delle sue leggendarie MotoBi, oggi replicate dai figli alle porte di Pesaro e finite un po’ in tutto il globo, Giappone incluso. Mi mostrò il trofeo vinto a Daytona nel 1962, quando il suo team riuscì a battere le Honda quattro cilindri contro ogni pronostico. L’italiano burbero e taciturno che sconfigge il gigante giapponese. Una gara epica. Colonna sonora ideale, la Cavalcata delle Valchirie.

Zanzani, prima di conoscerlo, l’avevo sentito nominare. Tante, tante volte. Perché sembra che in un certo periodo, in una certa zona, chi avesse certe ambizioni sportive potesse chiamare solo lui per raggiungerle. Anni 60 e 70, la Romagna e le Marche settentrionali. La ‘culla’ delle due ruote, dove nascono prototipi e campioni. Conosciuta in tutto il mondo.

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Di lui mi parlò Giancarlo Morbidelli, l’audace imprenditore che con i suoi prototipi artigianali vinse quattro titoli mondiali fra il 1975 e il 1977, in due classi. Me ne parlò Guido Mancini, l’uomo che ha fatto esordire talenti del calibro di Loris Capirossi, Valentino Rossi e Romano Fenati. Me ne parlò Mario Lega, campione del mondo nel ’77, che oggi ricorda il ‘rito del riscaldamento’: «Tutte le MotoBi in formazione, a spina di pesce, nere, di tutte le cilindrate. Zanzani le faceva mettere in moto tutte insieme e dirigeva l’orchestra in una fantastica alternanza di rombi, un monito deterrente per tutti gli avversari: una vera corazzata».

 

Zanzani, una vita in officina. Una forte gelosia per le sue conquiste tecniche. Si dice che avesse creato un marchingegno per distruggere i componenti creati, per evitare che qualcuno li potesse vedere, copiare, rubare.

Zanzani, la meccanica come arte, lo sport come stile di vita. Zanzani, le competizioni nel sangue. Quando gli chiesi com’era la sua giornata tipo, rispose senza pensarci troppo: «Dormi, sogni, ti svegli, vai in officina e lavori finché non trovi un cavallo in più». Fatica? Sacrificio? No, affatto. «Mi sono sempre divertito. Ero affascinato dalle invenzioni e mi ci sono dedicato tutta la vita».

 

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