Il 16 settembre 2016, a 95 anni, moriva l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. E oggi avrebbe compiuto 97 anni. Un uomo che nel corso del suo mandato riportò in auge lo spirito patriottico italiano con la reintroduzione della parata per la Festa della Repubblica del 2 giugno e la valorizzazione dell’inno di Mameli come simbolo di una nazione fiera ed orgogliosa. Durante il suo incarico, tutti impararono quel “Fratelli d’Italia” (o Canto degli Italiani), compresi i calciatori che ricominciarono a cantarlo in ogni occasione in cui la Nazionale calcava un rettangolo verde.

Un Presidente intervenuto più volte anche in questioni lontane dalla politica e dal governo come lo sport. Rimane famoso il suo discorso durante il saluto alla spedizione azzurra in procinto di partire per Atene in occasione dei Giochi Olimpici del 2004.  Per lui, l’attività sportiva, specialmente quella contornata da sponsor e flussi pubblicitari aveva “il dovere di guardare agli effetti dei propri comportamenti sui cittadini”. Soprattutto  per quanto riguarda il calcio, Ciampi fu “tremendamente” profetico. Dodici anni fa, infatti, ammonì il mondo pallonaro sui rischi che questo sport poteva correre, diventando sempre più dipendente dei flussi di moneta provenienti dai diritti tv. Un tema oggi caldissimo che ha allargato la fettuccia tra campionati/club ricchi e appetibili  e quelli poveri.  Parlava di “rigenerazione morale, economica e organizzativa” senza la quale “i danari dei diritti televisivi rischiano di essere una droga che uccide il calcio italiano”.

Elogiò, invece lo sforzo di quegli italiani attraverso i quali “sport nobili e difficili in cui stentavamo si sono affermati, senza sponsorizzazioni né diritti televisivi grazie all’impegno di tante famiglie e di numerose associazioni e società sportive e hanno continuato ad attirare i giovani e a educarli ai principi della vita sana, del rispetto delle regole, della disciplina del corpo e dello spirito”. In quest’ottica, lanciava un appello al Governo e agli enti locali di supportare economicamente queste situazioni, dove il rispetto non era sufficiente a mandare avanti progetti del genere. Sul calcio invece, un altro punto di vista: “Anche lo Sport ricco – pur non avendo bisogno di soldi – , ha la responsabilità di non generare sconcerto e distacco“.

Altro tema caldeggiato da Ciampi, precursore anche in questo, fu l’aspetto legato al calcio giovanile e alla forte necessità di puntare i maggiori sforzi alla crescita dei vivai.

 “Non c’è dubbio che il calcio italiano deve tornare a investire nei giovani, nei vivai, a dare occasione ai ragazzi nati sui ‘campetti’ della nostra provincia. E’ nei vivai che giovani tuttora trovano esempi che danno speranza in questo sport così amato e così pieno di problemi. Non si può finanziare tutto a costi crescenti senza una prospettiva economica di lungo periodo che coinvolga le comunità con le quali e per le quali si pratica lo sport”.


All’epoca le sue parole furono accolte da reazioni positive e propositive. L’allora Presidente della Federcalcio Franco Carraro le definì “una grande verità che deve far meditare tutti. Mi è piaciuto l’accenno sulla valorizzazione dei giovani”. Anche Sky sostenne la tesi di Ciampi. “Condividiamo e rispettiamo il giudizio del Presidente Ciampi, che pone un problema sul quale tutti siamo chiamati a riflettere.

Il presente ci regala invece uno scenario del tutto diverso. Una situazione dove i giovani italiani stentano a decollare e i diritti tv sono i veri padroni del pallone. Dal 2004 ad oggi il calcio è cambiato. In peggio. E Ciampi ci aveva avvertito.

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