Shane Duffy oggi è protagonista con la maglia del Brighton & Hove Albion, una meravigliosa favola tra le tante che, ormai annualmente, la Premier League è in grado di regalare agli appassionati di calcio.

Soltanto qualche anno fa, tuttavia, l’ex difensore dello Yeovil Town ha seriamente rischiato di morire sul campo; un’esperienza che ora il ragazzo è in grado di raccontare in maniera anche piuttosto serena ma che lo ha segnato piuttosto profondamente.

E’ il 2010 quando Duffy si trova in ritiro con la nazionale irlandese. Si tratta di una normale mattinata di allenamento e di sfide tra compagni di squadra fino a quando non avviene sul campo un incidente terribile: Duffy viene colpito violentemente al fegato da una ginocchiata durante uno scontro su una palla inattiva.

L’impatto causa all’atleta la rottura di un’arteria e la perdita di tre litri di sangue, prima di giungere all’ospedale per quello che sarebbe poi risultato un intervento chirurgico realmente salvifico.


 

Durante il programma ‘Football Focus’, in onda sulla BBC, Duffy si è confessato riguardo a come la sua promettente carriera come difensore (all’epoca) dell’Everton e della nazionale irlandese si sia quasi conclusa in tragedia.

“All’inizio ho solo pensato di essere rimasto senza fiato, ho colpito duramente il terreno di gioco e non sono riuscito a riprendere il respiro per circa dieci secondi. Poi, però, poi ho cominciato a sentire la mia testa leggera e da lì non ci ho capito più nulla.”

“Sono stato messo su una barella con l’ossigeno e mi sono svegliato solo il giorno successivo, quando i medici mi hanno detto che avevo avuto una grave recisione dell’arteria.”

“Non c’era sangue su di me. Era tutto accaduto dentro al mio corpo e il mio cuore stava cominciando a bloccarsi dopo l’emorragia che si era creata. “

Un evento realmente tremendo, che avrebbe fermato molti calciatori

Non Duffy, tuttavia; che, anzi, al riguardo, conclude: “Per fortuna, ad essere sincero, mentre gioco non penso più a ciò che mi è accaduto ma quando parlo non dimentico mai di essere molto più che semplicemente grato a tutti i chirurghi e ai medici che mi hanno mantenuto in vita e mi hanno permesso di essere qui”.

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