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Abolizione Tessera del Tifoso: i Club si diano una svegliata, i tifosi li aiutino

Simone Meloni

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Presentato e pubblicizzato come una delle svolte epocali per il calcio italiano, il Protocollo d’Intesa siglato il mese scorso tra organi governativi del calcio e Istituzioni (Viminale in testa) – che va a soppiantare quello emanato nel giugno 2011 e modifica la circolare redatta dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive nel marzo 2007 circa il divieto per tamburi e megafoni negli impianti sportivi – dovrebbe portare all’eliminazione della tessera del tifoso nel giro dei prossimi tre anni. Una notizia importante, che di primo impatto lascia soddisfatti tutti quelli che in questi anni si sono scagliati con veemenza contro questo strumento considerato alle origini una schedatura preventiva per una fetta di cittadini (oltre che per ampliare la repressione e il controllo sociale in un ambito molto particolare come quello dello stadio) e infine un vero e proprio “doppione burocratico” per accedere sugli spalti, soprattutto in virtù dell’esistenza del biglietto nominale, attraverso cui vengono espletati gli stessi controlli attuati con la tessera del tifoso.

Una decisione che tende a superare uno dei periodi più bui per i tifosi italiani: anni che sono stati caratterizzati da un vero e proprio svuotamento degli stadi a causa degli innumerevoli cavilli per acquistare un tagliando (su tutti la fastidiosa discriminante data dalla provenienza geografica del tifoso ospite non munito di tessera) e fruire liberamente di uno spettacolo un tempo popolare. Sebbene non sia tutto oro ciò che luccica e possibili divieti e/o limitazioni non vadano propriamente in soffitta, come spiegato da una mia lunga analisi sul documento, l’obiettivo dello stesso è anche quello di abbattere suddette discriminazioni territoriali per una più facile fruizione degli impianti sportivi. Un progetto che mette al centro di tutto le società sportive, affidando loro maggiori responsabilità nel compito di ticketing e autorizzandole ad emettere tessere di fidelizzazione che, per l’appunto, dovranno andare a sostituire le attuali card.

Nelle premesse del protocollo si legge:

  • Il sistema di ticketing ha subìto le maggiori conseguenze degli interventi, ritrovandosi gravato da una disciplina, anche pattizia di non sempre agevole interpretazione. Le risoluzioni sullo stewarding e sull’impiantistica, sulla scia del contesto ambientale di quel momento storico(il post omicidio Raciti, ndr), hanno assunto una connotazione consequenziale sbilanciata verso il “controllo” ed il “contenimento” delle condotte degli utenti. Inevitabilmente, tale sistema ha comportato una serie di effetti collaterali quali un’oggettiva complessità della disciplina del ticketing, la difficoltà di accesso agli impianti, la suggestione dell’utente circa il reale pericolo di andare allo stadio, alcune situazioni di manifesta disparità di trattamento”.

 

  • Le società sportive organizzeranno le proprie Ticketing policies riservandosi l’opzione di condizionare l’acquisto del titolo di ammissione alla competizione (biglietti, abbonamenti) e/o la sottoscrizione di carte di fidelizzazione da parte dell’utente ad un’accettazione tacita di “condizioni generali di contratto”, consistenti in un codice etico predeterminato. La violazione di questo deve comportare, quale meccanismo di autotutela, la sospensione o il ritiro del gradimento della persona da parte della medesima società per una o più partite successive.

E ancora:

  • In tale contesto, le stesse società cureranno in modo particolare il rilancio del servizio del Supporter Liaison Officer (di seguito SLO), in quanto attività di mediazione strategica per l’applicazione della nuova disciplina privatistica.

Il carico di responsabilità affidato ai club è quindi evidente, così come la vera e propria ufficializzazione della figura dello SLO, finora posta negli organigrammi societari in maniera alquanto labile, solo per accogliere alle richieste formulate anzitempo dalla Uefa. Come si sta ripercuotendo questo nel “sistema calcio”? La maggior parte delle società di Serie C e Serie B hanno aderito a questo documento e – fatta eccezione per le gare giudicate a rischio dall’Osservatorio, dove ancora vige l’obbligo della tessera- stiamo assistendo a diversi “via libera” con trasferte aperte a tutti, grazie alla cooperazione dei club (due esempi random: Pro Vercelli-Frosinone e Carpi-Salernitana). Storia molto diversa in Serie A dove, fatta eccezione per cinque società (Crotone, Benevento, Spal, Udinese e Lazio) nessuno ha ancora preso visione e sottoscritto il protocollo. E questo chiaramente non volge ad appannaggio di tutti quei tifosi che sarebbero ben lieti di tornare in trasferta senza limitazioni, almeno laddove consentito. È importante non crogiolarsi nel lasso di tempo triennale, ma mettersi immediatamente all’opera onde evitare situazioni di stallo che generalmente si verificano in questo caso. Nel bene e nel male, per esempio, ricordiamo tutti le deroghe di cui molte società dovettero usufruire i primi anni dopo l’istallazione dei tornelli e le modifiche strutturali degli stadi. Se questa chance verrà sfruttata (e soprattutto compresa) il calcio italiano potrà fare seriamente un grosso passo in avanti per livellarsi con gli altri grandi campionati europei.

Che fare? I supporter hanno un ruolo chiave: sensibilizzare i propri dirigenti e le proprie società affinché i settori ospiti – ma anche altre faccende come l’ingresso allo stadio di tamburi e megafoni – vengano consideranti nuovamente aperti a tutti. Un atto di “generosità” che in realtà produrrebbe un vero e proprio effetto domino nel rapporto di reciprocità e andrebbe ad inserirsi perfettamente in quel contesto di “inclusione” anziché “esclusione” citato proprio nel protocollo. I tifosi dalla loro hanno i classici strumenti che utilizzano da sempre: striscioni, fanzine (per i meno avvezzi, si tratta di giornali autoprodotti dalle curve e distribuiti il giorno della partita) e volantini. Senza dimenticare la potenza di internet. Oltre a una campagna da portare avanti nelle proprie città, affinché il messaggio arrivi anche agli occhi di chi frequenta meno le gradinate e scardini una volta per tutte lo stereotipo del tifoso/teppista/ignorante. In poche parole: tutto quello che il nostro amato articolo 21 della Costituzione mette a disposizione. Ovviamente ciò dev’essere condotto in maniera unitaria, a prescindere dalle scelte che si sono fatte in merito all’adesione alla tessera. Questo proprio perché tale percorso determinerà l’avvenire dell’intera categoria dei frequentatori degli stadi. Nessuno può escludere che in un futuro (anche prossimo) avvengano atti di violenza in grado di produrre nuovi e ulteriori giri di vite, ma la nascita e l’affermazione di un sentimento comune per la frequentazione libera e civile delle gradinate saprebbe sicuramente porre rimedio anche a ciò. Ponendo finalmente la parola “fine” all’ottuso ragionamento che per punire un comportamento grave punisce l’intera “collettività”.

Questo implica, chiaramente, anche una presa di coscienza da parte del tifo organizzato, il quale dovrebbe essere capace di superare le tante invidie e inimicizie geografiche/calcistiche (oltre a un oltranzismo che spesse volte risulta ottuso e controproducente) in nome di un bene comune: tornare allo stadio – in particolar modo in trasferta – tutti e senza distinzioni. A ciò va aggiunto anche un aspetto che sempre il suddetto documento sembra mettere in evidenza: l’accessibilità economica, invocando il “recupero della dimensione sociale del calcio, il ritorno delle famiglie allo stadio, il contenimento dei costi sociali, il conseguimento di una sostenibilità economica – gestionale del sistema”. Si tratta di un qualcosa di fondamentale. La barriera economica è senza dubbio più alta e invalicabile di qualsiasi divieto o limitazione e negli ultimi tempi nel calcio italiano si stanno sempre più avvicendando società che impongono prezzi dei biglietti alti e fuori da ogni logica. Appare dunque ovvio che alla base di tutti questi cambiamenti ci sia una presa di coscienza, sia da parte delle istituzioni che del sistema calcio: gli interessi di molte cordate straniere che stanno investendo sul nostro campionato, quelli delle televisioni e diversi sponsor probabilmente non vogliono più puntare su un calcio dove curve e spalti sono sempre più vuoti, anche grazie alla burocrazia imperante degli ultimi dieci anni. In tutto ciò va segnalato come a favorire/trarre vantaggio questa situazione siano stati anche i gestori del ticketing, che giocoforza hanno spesso approfittato dell’impossibilità nel fare i tagliandi allo stadio per imporre balzelli e prevendite assurde anche su prezzi di modesto importo.

Ci sono ovviamente diversi interrogativi da porsi: le nostre società sono pronte a prendersi una simile responsabilità senza abusarne? E, inoltre, come si chiede giustamente l’avvocato leccese Pino Milli, in caso di revoca degli abbonamenti o situazioni di criticità tra società e tifosi, chi regolerebbe queste controversie?

Volendo fare gli avvocati del diavolo non si può non ipotizzare una presidenza dittatoriale (e in Italia ne esistono eccome) in cui alla prima contestazione, anche civile, la dirigenza opta per la revoca del titolo d’accesso ai “dissidenti”.  Rischia sicuramente di essere un’arma a doppio taglio. A cui – non dimentichiamocelo mai – va aggiunto anche un provvedimento discusso e controverso come il Daspo, che nelle ultime stagioni è stato ampiamente irrobustito e arricchito, peraltro, dell’articolo 9.

Per chi fosse poco avvezzo, cosa è l’articolo 9? Inizialmente era un vero e proprio Daspo a vita e impediva l’acquisto di qualsiasi tipo ti titolo d’accesso a chiunque avesse avuto una diffida nella propria vita. Ciò voleva dire, quindi, che se Mario Rossi era stato daspato nel 1992 per aver tirato una torcia in campo oggi non avrebbe potuto più accedere allo stadio. Ciò è stato parzialmente modificato dopo l’intervento congiunto degli avvocati Contucci e Adami, il che non è sicuramente ancora sufficiente ma ha quanto meno eliminato il Daspo a vita. Come? Oggi chi ha avuto una condanna per reati da stadio non può acquistare titoli d’accesso per i cinque anni successivi. Questo significa che se io accendo una torcia e vengo diffidato per un anno, ovviamente per questo lasso di tempo non posso frequentare le gradinate. Dopodiché ricomincio ad andare allo stadio e dopo 2/3 anni per lo stesso fatto vengo processato e condannato per cinque anni (a cui va detratto l’anno che ho già scontato) non posso fare biglietti.

Tuttavia perché questo continua ad essere un qualcosa di assurdo? Un soggetto ritenuto non più pericoloso dalla stessa Questura che ha emesso il Daspo non può comunque acquistare biglietti per quattro anni in virtù di questa norma. Il paradosso ulteriore è che, in questo modo, viene privilegiato chi è più violento: se io accoltello a morte un tifoso avversario mi danno ovviamente cinque anni di diffida, scontati quei cinque anni posso tornare allo stadio. Mettiamo che venga processato e ritenuto colpevole entro in blacklist per altri cinque anni, ai quali però vanno sottratti proprio quelli che ho già scontato. Quindi, de factochi assume il comportamento più pericoloso e lesivo può non entrare proprio in blacklist, a differenza di chi invece viene condannato per aver festeggiato il gol della propria squadra con un fumone.

Di questo aspetto il protocollo non si fa carico. Ed è senza dubbio uno dei punti fondamentali di tutto l’impianto repressivo messo in piedi in questi ultimi anni. Tanto è vero che la “battaglia” delle tifoserie organizzate in questi ultimi anni si è spostata – più che sulla tessera del tifoso – proprio sull’articolo 9. Presente anche sul biglietto e in grado potenzialmente di colpire chiunque frequenti uno stadio.

È dunque lapalissiano come soltanto un cammino congiunto, orchestrato da un modo pragmatico e intelligente di vedere il calcio e il tifo, possa trasformare questo protocollo in un’arma vincente

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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