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Abdon Pamich: in marcia, con il Ricordo nel cuore

Francesco Cavallini

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Istria e Dalmazia. Lo senti subito che sono nomi di terre di confine, di quelle che senti puntualmente nominare quando studi i trattati di pace. Come l’Alsazia, o la Lorena. Quei territori che non sono di nessuno, ma che vengono rivendicati da tutti. Che nel corso dei secoli hanno visto un campionario di umanità così vario, che meriterebbero di essere considerate cittadine del mondo ad honorem. Come l’Istria e la Dalmazia, già non più Italia ma non ancora Balcani, tra spiagge assolate e villaggi arroccati. Una evidente peculiarità geografica, acuita da un millennio di migrazioni e cambi di sovranità, più o meno cruenti. Un crocevia di popoli e di lingue, dove lo slavo, l’italiano e il tedesco hanno avuto pari dignità e diffusione. Il porto di Fiume, l’Arena di Pola, il promontorio che sovrasta Isola. La nostra storia parte qui, in questo angolo di mondo, sospeso tra un passato che sembra non volersene mai andare e un futuro che arriva, è il caso di dirlo, a passo di marcia.


 

Siamo nel 1933, e Fiume è parte integrante del Regno d’Italia. Lo è diventata nel 1924, dopo un tira e molla che sembrava infinito con la neonata Jugoslavia e la Società delle Nazioni. È una città viva, pulsante, dove la vita quotidiana e lo sport vanno a braccetto, formando un legame quasi inscindibile. Canottaggio, pugilato, atletica, calcio. I bambini fiumani crescono seguendo le imprese di personaggi quasi mitologici, come “Sciabbolone” Volk, primo storico centravanti della Roma, o Ezio Loik, talentuosa mezzala del Grande Torino. Quella generazione di istriani, i figli del primo dopoguerra, produrrà sportivi di livello mondiale, come il grande Nino Benvenuti. Ed è proprio in questo stimolante ambiente che il 3 ottobre nasce Abdon Pamich. Le origini sono venete, pare che tra gli antenati da parte di madre ci sia addirittura un doge. Che sia vero o no, la sua è una famiglia orgogliosa delle proprie radici italiane e molto legata al territorio. Il piccolo Abdon cresce assieme a suo fratello Giovanni, di poco più grande, ed impara presto ad amare lo sport. Caratteristica di famiglia, dato che suo zio organizza e arbitra incontri di pugilato. È proprio lo zio instillare nel ragazzo la passione per le discipline sportive. Alla richiesta del nipote di salire sul ring risponde con una promessa. A tredici anni, non prima. Prima non si può, sono le regole. Questa promessa, purtroppo, non potrà mai essere mantenuta.

Perché è vero che la spensieratezza dell’infanzia non può durare per sempre, ma in questo caso viene spezzata molto prima del previsto. La guerra, i razionamenti, le bombe e infine l’invasione. I partigiani di Tito dilagano nella Venezia Giulia e Fiume non fa eccezione. Rastrellamenti ed esecuzioni sono all’ordine del giorno. I primi obiettivi sono i soldati della Wehrmacht, le milizie della Repubblica Sociale e gli Ustascia croati. Ma presto si comprende che c’è sotto un disegno più grande. Gli italiani non sono più i benvenuti, senza distinzione di credo politico o gerarchia sociale. Ex-fascisti e membri del CLN, stimati professionisti o semplici cittadini, chiunque è nel mirino della polizia segreta jugoslava. L’obiettivo è quello di rimuovere, anche fisicamente, qualsiasi resistenza ad una futura annessione dei territori dalmati e giuliani. Si muore in molte maniere in quei giorni, fucilati per rappresaglia o di fame e di freddo nei campi di prigionia. Ma il terrore degli italiani, ormai stranieri in quella che è stata casa loro, si riassume in una parola. FOIBE. Un buco nel terreno, la terra che ti inghiotte e poi il buio. Questa è la tetra promessa dei partigiani jugoslavi.

E quando l’amato zio viene arrestato per motivi non ben precisati (e poi fortunatamente rilasciato), la famiglia Pamich comprende presto che non c’è più posto per lei a Fiume, che tra l’altro ora si chiama Rijeka. Il padre di Abdon decide quindi di partire verso ovest, alla ricerca di un lavoro che gli permetta di portare via moglie e figli da quel paradiso ormai divenuto inferno. Come loro, tanti altri. La stragrande maggioranza degli italiani opta per l’esilio. Ma c’è da attendere, ed i Pamich sanno di non poter aspettare in eterno. Ecco perché il 23 settembre 1947, sette mesi dopo la cessione formale della Venezia Giulia alla Jugoslavia, Abdon e Giovanni lasciano la mamma e i due fratelli più piccoli e affrontano, seppur inconsapevolmente, la prima marcia della loro carriera. Una rocambolesca fuga su un treno per Trieste, una fila interminabile per ottenere il permesso di entrare in città e poi un esodo, lungo e faticoso. Milano, Udine, Novara e infine Genova, dove finalmente la famiglia si riunisce. Una fuga a lieto fine, a fronte di una sofferenza immane e a differenza di molti altri italiani, che invece non ce l’hanno fatta.

In riva al Tirreno Pamich ricomincia da dove aveva lasciato. L’amore per lo sport è rimasto, nonostante il terribile fardello di un’esperienza che nessun adolescente dovrebbe mai affrontare. Giovanni, su consiglio di un compagno di università, scopre la marcia e quando a diciotto anni Abdon decide di emulare il fratello, scatta il colpo di fulmine. E se Giovanni abbandonerà presto l’attività agonistica per diventare uno stimato chirurgo, Abdon Pamich non smetterà mai di marciare e di vincere. Sviluppa la sua tecnica grazie a Giuseppe Malaspina, ex campione italiano di marcia, che avrebbe dovuto partecipare alle Olimpiadi di Tokyo 1940, poi annullate per la guerra. Negli insegnamenti del suo primo allenatore Pamich scopre la psicologia dello sport, un’altra delle sue passioni, sfociata poi in una laurea e nell’attività di mental coaching della nazionale di pallamano. Ma torniamo alla marcia. Della metodica e incessante ricerca della perfezione nella propria prestazione, Abdon fa il proprio credo. Nonostante l’abnegazione nell’allenamento, fisico e soprattutto mentale, i risultati stentano però ad arrivare. Il suo punto debole è la volata. Ma Pamich è già atleta moderno e parte per quello che oggi definiremmo un viaggio di aggiornamento. La meta è l’Inghilterra, dove i marciatori di solito non amano gestire le forze in gara e non attendono l’arrivo in gruppo per tentare la zampata vincente. Allenandosi con queste inconsapevoli lepri, il nostro eroe sviluppa una nuova tattica di gara ed inizia a vincere. La prima affermazione di rilievo è in Cecoslovacchia, dove Abdon nella 50km tra Praga e Podebrady mette in riga olimpionici e campioni europei.

Nel 1955 vince l’oro ai Giochi del Mediterraneo e l’anno successivo arriva all’altro capo del mondo per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Melbourne. Gareggia nella 20km terminando undicesimo e riporta a casa la poco gradita medaglia di legno nella “sua” 50km. Ma nel mondo di Abdon Pamich il fallimento è il primo passo per il successo. Passo dopo passo, l’Italia, l’Europa e il mondo intero si inchinano alla classe del marciatore fiumano. E se a Roma 1960 la medaglia è di bronzo, complice una difficile preparazione fisica, nei quattro anni successivi è solo la luce dell’oro a risplendere. Si comincia nel 1961, con il record mondiale della 50km stabilito sulla pista dello Stadio Olimpico. L’anno successivo è il tempo per una piccola rivincita personale. Nella Belgrado di Tito, Pamich si prende il lusso di stravincere l’oro europeo, staccando tutti gli altri di cinque minuti netti. Arriviamo così al fatidico 18 ottobre 1964. A Tokyo è in corso la 50km di marcia. Abdon ha preparato la gara in maniera meticolosa, deciso a non farsi sfuggire di nuovo l’alloro olimpico. Parte subito forte, ma non è l’unico. Paul Nihill, che è inglese, attua la sua stessa strategia. La gara si trasforma quindi in un testa a testa infinito, nella spasmodica attesa dello strappo vincente di uno dei due atleti. Al chilometro 35 sembra però tutto deciso. Un bicchiere d’acqua troppo freddo provoca a Pamich fortissimi dolori addominali. Nihill pare non accorgersene e continua con un passo normale, ma il marciatore italiano è in preda a spasmi. La leggenda narra che l’unica soluzione, sebbene poco ortodossa, venga offerta da un cespuglio. La realtà dice che, data l’impossibilità di uscire dal percorso transennato, sono due ignari soldati a coprire la scena alla vista del pubblico. Qualsiasi versione preferiate, il risultato non cambia. Una volta liberatosi, il nostro Abdon vola. L’inglese viene risucchiato in un attimo e immediatamente staccato. È finalmente oro. Nel cielo di Tokyo può sventolare fiero il tricolore, grazie al figlio di un’Italia che esattamente come lui ha saputo soffrire per poter rinascere.

È l’apice di una luminosa carriera, coronata da altri trionfi in Italia e all’estero. Nel mezzo, tanti lavori, perché come dice lui una volta lo sport era divertimento, mica ti portava soldi. Esso, Finmeccanica ed infine Sip, un curriculum che potrebbe appartenere ad un semplice colletto blu, ma che invece porta il nome di un campione olimpico. Una volta appese le scarpe al chiodo, subentra l’impegno. Perché Abdon Pamich non ha mai dimenticato Fiume e i tanti che come lui sono dovuti fuggire, costretti a scegliere tra l’abbandono della propria terra e una vita di privazioni. È quindi logica la sua collaborazione con la Società di Studi Fiumani e la convinta e apprezzata partecipazione alle tante commemorazioni che la comunità degli esuli dalmati e giuliani organizza in tutta Italia. Ed è altrettanto naturale che l’organizzazione della Corsa del Ricordo, che ogni 10 febbraio si tiene a Roma nel quartiere Giuliano-Dalmata, lo veda orgogliosamente protagonista. Del resto, la vita di Abdon Pamich è stata una lunga ed emozionante marcia. Prima verso la libertà, poi verso la gloria. E alla fine, una marcia all’indietro, verso il Ricordo. Perché per sapere chi sei o chi sarai, non puoi permetterti dimenticare chi sei stato.

 

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  1. Giampaolo

    febbraio 28, 2017 at 3:22 pm

    Mi recordo Di pamich con il quake si condivideva lo stesso spogliatoio del carlini dove giocavamo a baseball con il cus Genova .Si allenava Sulla pista per ore e ore.Grande serieta’ ed umilta’.Un grandissimo Aleta

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Wilma Rudolph, la Gazzella Nera che conquistò Berruti e l’Italia

Simone Nastasi

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Per i 79 anni compiuti oggi dalla Leggenda Livio Berruti, vi raccontiamo della sua amicizia con un altro pilastro della storia dello Sport, Wilma Rudolph, con le Olimpiadi di Roma del 1960 a fare da sfondo.

Livio e Wilma. La storia di due campioni che potrebbe essere la trama di un romanzo. Una foto li ritrae insieme, mano nella mano nei giorni delle Olimpiadi di Roma del 1960. Entrambi giovanissimi: lui ventunenne; lei appena ventenne. Lui è Livio Berruti, velocista piemontese; lei è Wilma Rudolph, giovanissima promessa afroamericana dell’atletica leggera. Quell’anno, alle Olimpiadi romane, entrambi scriveranno pagine di storia dello sport mondiale. Livio Berruti conquisterà la medaglia d’oro nella finale dei 200 m piani, piazzandosi davanti a tutti con il tempo di 20’5 (suo record personale). Lei, Wilma Rudolph  vincerà invece più o meno tutto quello che c’era da vincere: conquisterà la medaglia d’oro prima nella finale dei 100 m; poi quella dei 200; infine la staffetta 4X100.

Da quel momento in poi, Wilma Rudolph divenne per tutti la “gazzella nera”. Roma cadde ai suoi piedi e molti italiani rimasero letteralmente stregati dalla velocità delle sue gambe e da quei suoi occhi neri. Tra questi anche lo stesso Livio Berruti, che molti anni più tardi (nel 2010) dichiarerà al Corriere della Sera, di non aver mai “consumato” quell’amore nutrito per la Rudolph. Per colpa, disse, di un giovanissimo pugile americano destinato a diventare leggenda. Sul quale Wilma, a quanto pare, aveva messo gli occhi. Si chiamava ancora Cassius Clay. Prima che, qualche anno più tardi, dopo essersi convertito all’Islam, vorrà farsi chiamare Muhammad Ali. Fu per “colpa” di Clay che Livio e Wilma non andarono oltre quell’immagine che li ritrae insieme come fossero proprio due fidanzati.

Ma Livio non si scorderà mai di Wilma. Così come neanche molti italiani. Lei, che proprio quell’anno in Italia vinse tutto e poi non vinse più niente. Semplicemente perché volle fare altro. Preferì dedicarsi all’insegnamento che continuare la carriera di velocista. Quella stessa carriera che molti anni prima era stata messa a repentaglio dalle precarie condizioni di salute. Per colpa di una poliomelite che Wilma aveva contratto da bambina. E che aveva rischiato di farla rimanere zoppa per sempre. Ma proprio nella gara più importante, Wilma seppe bruciare sul tempo anche l’avversario più pericoloso: la morte. E finalmente, dopo che per anni fu costretta a camminare con un apparecchio correttivo, a dodici anni, riuscì a sconfiggere definitivamente il male. Da quel momento in poi, come molte altre ragazze della sua età, anche Wilma potè dedicarsi allo sport. Prima la pallacanestro poi l’atletica leggera dopo essere stata notata da un allenatore locale che decise di puntare su di lei. Mai scelta fu più azzeccata.

Pochi anni dopo, quando Wilma era sedicenne, arrivò anche la prima medaglia (di bronzo) alle Olimpiadi del 1956 nella staffetta 4X100. Solo l’antipasto di quello che accadde quattro anni dopo. Quando Wilma entrò definitivamente nella storia alle Olimpiadi di Roma. Proprio come quella fotografia che la ritrasse insieme a Livio Berruti e che ebbe un impatto fortissimo per quelli che erano i tempi di allora. Anni nei quali l’apartheid dall’Africa cominciava a fare proseliti anche nel resto del mondo. Tre anni più tardi quella fotografia, nel 1963, arrivò lo storico discorso dell’ I have a dream pronunciato da Martin Luther King a Washington. Anche quella volta, evidentemente, Livio e Wilma seppero arrivare al traguardo prima degli altri.

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Magro fino a scoppiarti il cuore: Clenbuterolo, il Doping da banco che compri sotto casa

Emanuele Sabatino

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Continua la nostra inchiesta sul doping da banco utilizzato soprattutto per dimagrire. Dopo l’Efedrina oggi è il turno del Clenbuterolo,  un composto broncodilatatore, più precisamente una amina simpaticomimetica, con attività di tipo agonista, a lunga durata d’azione e selettivo sui recettori β2-adrenergici.

Nel mondo dello sport il clenbuterolo è conosciuto soprattutto per le sue forti proprietà termogeniche e lipolitiche. Un ottimo strumento per monitorare gli effetti termogeni di un farmaco è la misurazione della temperatura corporea.  All’inizio della terapia con clenbuterolo si assiste ad un innalzamento della colonnina di mercurio che si manterrà al di sopra dei valori normali per alcuni giorni. Dopo due o tre settimane di uso continuato tali valori rientrano nel range di normalità, poiché l’organismo sviluppa una sorta di resistenza al farmaco.

Per questo l’utilizzo di Clenbuterolo viene ciclizzato solitamente con due settimane on e due settimane off. Nelle settimane off di solito viene assunto lo stack caffeina ed efedrina per prolungare l’effetto della perdita di grasso.

Il grasso corporeo è sin dagli albori dell’essere umano l’energia che accumuliamo per farci trovare pronti in caso di grande carenza di cibo. Controllori del processo della perdita di grasso (ossidazione dei lipidi) sono i ricettori beta-andrenergici. Agendo proprio su questi recettori, inibendoli, il clenbuterolo aiuta nella perdita di grasso.

L’AMORE DI MODELLI E BODYBUILDER

Vien da se che questo farmaco, che rientra nella lista delle sostanze dopanti stilata dalla WADA, sia molto ambito da chi con l’estetica ci lavora ovvero i modelli. Il ciclo Clenbuterolo alternato ad Efedrina + caffeina, unito ad una dieta chetogenica (bassissimo apporto di carboidrati) uno o due mesi prima di uno shooting fotografico fa arrivare i modelli/e asciuttissimi all’appuntamento e con i muscoli ben definiti.

In alcuni studi condotti su animali questo farmaco ha dimostrato anche proprietà anaboliche degne di nota se assunto a dosi massicce > 200mg/day. Quando un atleta, un bodybuilder, in prossimità della competizione, interrompe l’utilizzo di steroidi anabolizzanti per risultare negativo ai test antidoping, sostituisce questi prodotti con il clenbuterolo. Questa strategia viene adottata per limitare la perdita di massa muscolare e migliorare la definizione.

L’OBBLIGO DI RICETTA MEDICA vs LA REALTA’ DEI FATTI

Per ottenere il Clenbuterolo in farmacia, viene venduto sotto diversi nomi ma il più famoso è il Monores, bisogna assolutamente avere la ricetta medica. Purtroppo però la realtà spesso è opposto rispetto alla teoria. In un esperimento fatto da noi su dieci farmacie, entrando e chiedendo il Monores in quanto affetti da Asma, sprovvisti di ricetta alcuna, otto di esse ce lo hanno venduto senza battere ciglio. Queste farmacie hanno venduto del doping ma soprattutto una sostanza molto pericolosa senza nessun controllo.

In Clenbuterolo infatti può causare effetti indesiderati come irrequietezza, tremori, insonnia, mal di testa e tachicardia. Non solo, se assunto ad alte dosi per lunghi periodi tende ad aumentare le dimensioni del cuore compromettendone la funzionalità fino a causarne il definitivo arresto.

Nonostante il clenbuterolo sia un farmaco promettente (per la sua capacità di influenzare positivamente la composizione corporea, riducendo il grasso e aumentando le masse muscolari) la presenza di gravi effetti collaterali dovrebbe far desistere chiunque dall’idea di utilizzarlo.

LA DIFFERENZA CON L’EFEDRINA ED IL RISCHIO OVERDOSE

Clenbuterolo ed Efedrina hanno effetti positivi ed indesiderati molto simili ma due sostanziali differenze. La prima differenza è la disponibilità ed il prezzo: l’efedrina è quasi introvabile e sul mercato nero si trova sopra i 100 euro per confezione, mentre il Clenbuterolo si prende in farmacia sotto i 10 euro a confezione. La seconda differenza, forse quella più importante, è la vita del farmaco nel nostro corpo: l’effetto dell’efedrina dura in media 4-6 ore, mentre quello del Clenbuterolo in media 36 ore. Questo vuol dire che se lunedì prendiamo 20 mg di clenbuterolo (una compressa), ed il giorno dopo alla stessa ora un’altra compressa, avremo per 12 ore in corpo due compresse di questa sostanza. Facile comprendere come la possibilità di sbagliarsi con le dosi sia molto probabile così come l’incorrere in overdose. Non solo, in caso di effetti indesiderati molto marcati questi non passeranno nel giro di qualche ora, anzi, si avrà un disagio molto molto lungo. Uomo avvisato mezzo salvato…

 

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Gli Sport più strani delle vecchie Olimpiadi

Leonardo Ciccarelli

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Il 14 Maggio 1900 iniziavano le II Olimpiadi dell’Era Moderna, le prime del ‘900. All’epoca e negli anni a seguire le discipline in cui si fronteggiavano gli atleti erano una più strana dell’altra.

Per il Comitato Olimpico Internazionale attualmente sono 25 gli sport ammessi al programma dei Giochi olimpici estivi e 7 quelli ammessi al programma dei Giochi olimpici invernali ma prima, soprattutto agli albori di questa fantastica manifestazione che unisce tutto il mondo, c’erano degli sport davvero strani.

Alla II Olimpiade, Parigi 1900, uno degli sport più seguiti fu quello del tiro alla fune. Si sfidarono atleti francesi contro atleti danesi e svedesi che riuscirono ad imporsi e a vincere l’oro olimpico. Il tiro alla fune restò in programma fino ai Giochi Olimpici del 1920, la VII Olimpiade ad Anversa, in Belgio.

Sempre in Francia nel ‘900 ci fu la prima ed unica gara di nuoto subacqueo: la gara non fu mai più ripetuta perché ritenuta troppo noiosa. La competizione si basava sia sulla distanza percorsa sott’acqua, sia sul numero di secondi in apnea. La medaglia d’oro fu una gara a due tra De Vendeville e Six, vinta per soli 2,9 punti dal primo, mentre quella di bronzo se la contesero Lykkeberg e De Romand, con il danese vincitore, con 1,8 punti di differenza; il distacco tra i primi due e il terzo e il quarto è di circa quaranta punti.

Andando avanti con gli anni, ci troviamo a Los Angeles 1932 dove la prima curiosità fu l’avvento del Football Americano come disciplina dimostrativa e che nell’hockey si presentarono solo 3 nazioni, India, Giappone e Stati Uniti, quindi a prescindere dai risultati, tutte e 3 ottennero una medaglia ma la vera curiosità dei giochi della X Olimpiade fu l’inserire le clave indiane nella ginnastica. A Los Angeles una serie di atleti in calzamaglia si sfidarono portando in scena le loro coreografie.

Restando in America, restando nella Città degli Angeli, curiosa è la disciplina inserita ai Giochi di Los Angeles nel 1984 e tenuta fino a quelli di Barcellona ’92: nuoto sincronizzato singolo. Il CIO ci ha messo 3 edizioni per intuire l’impossibilità di stabilire quanto fosse difficile valutare la sincronizzazione se non c’è un compagno di lato e di fatto questa disciplina singola fu semplicemente un esercizio di stile, una specie di danza subacquea.

Nuovo passo indietro: Parigi 1900. Durante questa olimpiade un tratto della Senna fu chiuso per il nuoto ad ostacoli. La competizione si svolgeva su 200 metri e prevedeva oltre al nuoto, il superare una fila di imbarcazioni in slalom e sott’acqua oltre che arrampicarsi su una pertica.

La disciplina forse più strana è però il duello con la pistola. Ad inizio ‘900 i duelli erano molto in voga in Europa e negli Stati Uniti ed allora alle Olimpiadi di Londra nel 1906 furono organizzate due gare, a distanze di 20 e 30 metri, tra due pistoleri. Non si sfidavano tra di loro all’ultimo sangue, bensì dovevano sparare 30 colpi contro delle sagome e chi le colpiva di più sui 30 proiettili vinceva il duello.

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