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Abdon Pamich: in marcia, con il Ricordo nel cuore

Francesco Cavallini

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Istria e Dalmazia. Lo senti subito che sono nomi di terre di confine, di quelle che senti puntualmente nominare quando studi i trattati di pace. Come l’Alsazia, o la Lorena. Quei territori che non sono di nessuno, ma che vengono rivendicati da tutti. Che nel corso dei secoli hanno visto un campionario di umanità così vario, che meriterebbero di essere considerate cittadine del mondo ad honorem. Come l’Istria e la Dalmazia, già non più Italia ma non ancora Balcani, tra spiagge assolate e villaggi arroccati. Una evidente peculiarità geografica, acuita da un millennio di migrazioni e cambi di sovranità, più o meno cruenti. Un crocevia di popoli e di lingue, dove lo slavo, l’italiano e il tedesco hanno avuto pari dignità e diffusione. Il porto di Fiume, l’Arena di Pola, il promontorio che sovrasta Isola. La nostra storia parte qui, in questo angolo di mondo, sospeso tra un passato che sembra non volersene mai andare e un futuro che arriva, è il caso di dirlo, a passo di marcia.

Siamo nel 1933, e Fiume è parte integrante del Regno d’Italia. Lo è diventata nel 1924, dopo un tira e molla che sembrava infinito con la neonata Jugoslavia e la Società delle Nazioni. È una città viva, pulsante, dove la vita quotidiana e lo sport vanno a braccetto, formando un legame quasi inscindibile. Canottaggio, pugilato, atletica, calcio. I bambini fiumani crescono seguendo le imprese di personaggi quasi mitologici, come “Sciabbolone” Volk, primo storico centravanti della Roma, o Ezio Loik, talentuosa mezzala del Grande Torino. Quella generazione di istriani, i figli del primo dopoguerra, produrrà sportivi di livello mondiale, come il grande Nino Benvenuti. Ed è proprio in questo stimolante ambiente che il 3 ottobre nasce Abdon Pamich. Le origini sono venete, pare che tra gli antenati da parte di madre ci sia addirittura un doge. Che sia vero o no, la sua è una famiglia orgogliosa delle proprie radici italiane e molto legata al territorio. Il piccolo Abdon cresce assieme a suo fratello Giovanni, di poco più grande, ed impara presto ad amare lo sport. Caratteristica di famiglia, dato che suo zio organizza e arbitra incontri di pugilato. È proprio lo zio instillare nel ragazzo la passione per le discipline sportive. Alla richiesta del nipote di salire sul ring risponde con una promessa. A tredici anni, non prima. Prima non si può, sono le regole. Questa promessa, purtroppo, non potrà mai essere mantenuta.

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Perché è vero che la spensieratezza dell’infanzia non può durare per sempre, ma in questo caso viene spezzata molto prima del previsto. La guerra, i razionamenti, le bombe e infine l’invasione. I partigiani di Tito dilagano nella Venezia Giulia e Fiume non fa eccezione. Rastrellamenti ed esecuzioni sono all’ordine del giorno. I primi obiettivi sono i soldati della Wehrmacht, le milizie della Repubblica Sociale e gli Ustascia croati. Ma presto si comprende che c’è sotto un disegno più grande. Gli italiani non sono più i benvenuti, senza distinzione di credo politico o gerarchia sociale. Ex-fascisti e membri del CLN, stimati professionisti o semplici cittadini, chiunque è nel mirino della polizia segreta jugoslava. L’obiettivo è quello di rimuovere, anche fisicamente, qualsiasi resistenza ad una futura annessione dei territori dalmati e giuliani. Si muore in molte maniere in quei giorni, fucilati per rappresaglia o di fame e di freddo nei campi di prigionia. Ma il terrore degli italiani, ormai stranieri in quella che è stata casa loro, si riassume in una parola. FOIBE. Un buco nel terreno, la terra che ti inghiotte e poi il buio. Questa è la tetra promessa dei partigiani jugoslavi.

E quando l’amato zio viene arrestato per motivi non ben precisati (e poi fortunatamente rilasciato), la famiglia Pamich comprende presto che non c’è più posto per lei a Fiume, che tra l’altro ora si chiama Rijeka. Il padre di Abdon decide quindi di partire verso ovest, alla ricerca di un lavoro che gli permetta di portare via moglie e figli da quel paradiso ormai divenuto inferno. Come loro, tanti altri. La stragrande maggioranza degli italiani opta per l’esilio. Ma c’è da attendere, ed i Pamich sanno di non poter aspettare in eterno. Ecco perché il 23 settembre 1947, sette mesi dopo la cessione formale della Venezia Giulia alla Jugoslavia, Abdon e Giovanni lasciano la mamma e i due fratelli più piccoli e affrontano, seppur inconsapevolmente, la prima marcia della loro carriera. Una rocambolesca fuga su un treno per Trieste, una fila interminabile per ottenere il permesso di entrare in città e poi un esodo, lungo e faticoso. Milano, Udine, Novara e infine Genova, dove finalmente la famiglia si riunisce. Una fuga a lieto fine, a fronte di una sofferenza immane e a differenza di molti altri italiani, che invece non ce l’hanno fatta.

Abdon-Pamich

In riva al Tirreno Pamich ricomincia da dove aveva lasciato. L’amore per lo sport è rimasto, nonostante il terribile fardello di un’esperienza che nessun adolescente dovrebbe mai affrontare. Giovanni, su consiglio di un compagno di università, scopre la marcia e quando a diciotto anni Abdon decide di emulare il fratello, scatta il colpo di fulmine. E se Giovanni abbandonerà presto l’attività agonistica per diventare uno stimato chirurgo, Abdon Pamich non smetterà mai di marciare e di vincere. Sviluppa la sua tecnica grazie a Giuseppe Malaspina, ex campione italiano di marcia, che avrebbe dovuto partecipare alle Olimpiadi di Tokyo 1940, poi annullate per la guerra. Negli insegnamenti del suo primo allenatore Pamich scopre la psicologia dello sport, un’altra delle sue passioni, sfociata poi in una laurea e nell’attività di mental coaching della nazionale di pallamano. Ma torniamo alla marcia. Della metodica e incessante ricerca della perfezione nella propria prestazione, Abdon fa il proprio credo. Nonostante l’abnegazione nell’allenamento, fisico e soprattutto mentale, i risultati stentano però ad arrivare. Il suo punto debole è la volata. Ma Pamich è già atleta moderno e parte per quello che oggi definiremmo un viaggio di aggiornamento. La meta è l’Inghilterra, dove i marciatori di solito non amano gestire le forze in gara e non attendono l’arrivo in gruppo per tentare la zampata vincente. Allenandosi con queste inconsapevoli lepri, il nostro eroe sviluppa una nuova tattica di gara ed inizia a vincere. La prima affermazione di rilievo è in Cecoslovacchia, dove Abdon nella 50km tra Praga e Podebrady mette in riga olimpionici e campioni europei.

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Nel 1955 vince l’oro ai Giochi del Mediterraneo e l’anno successivo arriva all’altro capo del mondo per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Melbourne. Gareggia nella 20km terminando undicesimo e riporta a casa la poco gradita medaglia di legno nella “sua” 50km. Ma nel mondo di Abdon Pamich il fallimento è il primo passo per il successo. Passo dopo passo, l’Italia, l’Europa e il mondo intero si inchinano alla classe del marciatore fiumano. E se a Roma 1960 la medaglia è di bronzo, complice una difficile preparazione fisica, nei quattro anni successivi è solo la luce dell’oro a risplendere. Si comincia nel 1961, con il record mondiale della 50km stabilito sulla pista dello Stadio Olimpico. L’anno successivo è il tempo per una piccola rivincita personale. Nella Belgrado di Tito, Pamich si prende il lusso di stravincere l’oro europeo, staccando tutti gli altri di cinque minuti netti. Arriviamo così al fatidico 18 ottobre 1964. A Tokyo è in corso la 50km di marcia. Abdon ha preparato la gara in maniera meticolosa, deciso a non farsi sfuggire di nuovo l’alloro olimpico. Parte subito forte, ma non è l’unico. Paul Nihill, che è inglese, attua la sua stessa strategia. La gara si trasforma quindi in un testa a testa infinito, nella spasmodica attesa dello strappo vincente di uno dei due atleti. Al chilometro 35 sembra però tutto deciso. Un bicchiere d’acqua troppo freddo provoca a Pamich fortissimi dolori addominali. Nihill pare non accorgersene e continua con un passo normale, ma il marciatore italiano è in preda a spasmi. La leggenda narra che l’unica soluzione, sebbene poco ortodossa, venga offerta da un cespuglio. La realtà dice che, data l’impossibilità di uscire dal percorso transennato, sono due ignari soldati a coprire la scena alla vista del pubblico. Qualsiasi versione preferiate, il risultato non cambia. Una volta liberatosi, il nostro Abdon vola. L’inglese viene risucchiato in un attimo e immediatamente staccato. È finalmente oro. Nel cielo di Tokyo può sventolare fiero il tricolore, grazie al figlio di un’Italia che esattamente come lui ha saputo soffrire per poter rinascere.

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È l’apice di una luminosa carriera, coronata da altri trionfi in Italia e all’estero. Nel mezzo, tanti lavori, perché come dice lui una volta lo sport era divertimento, mica ti portava soldi. Esso, Finmeccanica ed infine Sip, un curriculum che potrebbe appartenere ad un semplice colletto blu, ma che invece porta il nome di un campione olimpico. Una volta appese le scarpe al chiodo, subentra l’impegno. Perché Abdon Pamich non ha mai dimenticato Fiume e i tanti che come lui sono dovuti fuggire, costretti a scegliere tra l’abbandono della propria terra e una vita di privazioni. È quindi logica la sua collaborazione con la Società di Studi Fiumani e la convinta e apprezzata partecipazione alle tante commemorazioni che la comunità degli esuli dalmati e giuliani organizza in tutta Italia. Ed è altrettanto naturale che l’organizzazione della Corsa del Ricordo, che ogni 10 febbraio si tiene a Roma nel quartiere Giuliano-Dalmata, lo veda orgogliosamente protagonista. Del resto, la vita di Abdon Pamich è stata una lunga ed emozionante marcia. Prima verso la libertà, poi verso la gloria. E alla fine, una marcia all’indietro, verso il Ricordo. Perché per sapere chi sei o chi sarai, non puoi permetterti dimenticare chi sei stato.

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  1. Giampaolo

    febbraio 28, 2017 at 3:22 pm

    Mi recordo Di pamich con il quake si condivideva lo stesso spogliatoio del carlini dove giocavamo a baseball con il cus Genova .Si allenava Sulla pista per ore e ore.Grande serieta’ ed umilta’.Un grandissimo Aleta

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Gino Bartali, il fascismo e quel Tour de France che “salvò” l’Italia

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 104 anni Gino Bartali, leggenda del ciclismo italiano e mondiale, recentemente dichiarato cittadino onorario di Gerusalemme. La sua vita e la sua carriera attraversarono la storia di un’Italia prima sotto il Regime Fascista e poi intenta a ricostruirsi un’identità e unità nazionale.

Su “Io Gioco Pulitosi era già parlato dello stretto e inscindibile legame che lega il Giro d’Italia alla storia contemporanea del nostro paese attraverso una simbiosi continua, che ha permesso di leggere nella “Corsa Rosa” lo specchio dei sentimenti, delle ambizioni, degli ideali e delle speranze che hanno animato nel corso dei decenni i nostri connazionali. La forte identificazione tra l’Italia e il Giro spiega almeno in parte la forte empatia storicamente provata dagli italiani per i più grandi protagonisti del ciclismo tricolore, divenuti al tempo stesso idoli e figliocci degli appassionati di questo sport. Ciò era ancora più evidente ai tempi in cui tra il pubblico e i campioni non vi erano tutte le barriere, fisiche e metaforiche, che oggigiorno li separano, in cui i tifosi delle due ruote apprezzavano i ciclisti italiani in quanto genuini rappresentanti del caloroso popolo che li seguiva sulle strade del Belpaese.

Certi legami riescono a rompere la loro stretta contingenza temporale e assumono una rilevanza superiore, come testimonia l’assoluta attualità della figura di Gino Bartali, un fuoriclasse del ciclismo eroico della prima metà del Novecento che ha saputo a tempo debito mettere le sue pedalate al servizio di ideali superiori, conquistandosi un rispetto ancora oggi sentito e vissuto in particolar modo nella sua nativa Toscana. A perenne ricordo dell’impresa più grande di Bartali vi sono oggi due alberi e un’onorificenza postuma, che testimoniano l’impegno che Ginettaccio profuse in piena seconda guerra mondiale, in un’Italia sconvolta, invasa, divisa e umiliata, per proteggere centinaia di cittadini ebrei dallo sterminio nazista.

L’onorificenza è la Medaglia d’Oro al Valore Civile attribuita a Bartali nel 2005, cinque anni dopo la sua morte, dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; gli alberi sono componenti di due distinti “Giardini dei Giusti”, i memoriali viventi degli uomini che salvarono vite durante l’Olocausto e altri genocidi della storia del Novecento, a Padova e a Gerusalemme, nei quali la pianta dedicata a Bartali è stata interrata rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Secondo gli studiosi, sarebbero almeno ottocento le persone a cui il fuoriclasse toscano contribuì a salvare la vita mettendo la sua bicicletta al servizio della rete di sicurezza imbastita dall’arcivescovo di Firenze Elia Angelo Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto, per conto dei quali Bartali trasportò documenti, fotografie e lettere dell’organizzazione clandestina di resistenza all’Olocausto inserendoli nel telaio della sua bicicletta; data la sua notorietà, Bartali non venne mai fermato durante le sue pedalate tra i paesi della Toscana, funzionali alla sua missione nascosta, visto che poteva usare dinnanzi a eventuali sospettosi l’alibi dell’allenamento, e le sue escursioni prolungate in certi casi fino ad Assisi erano autorizzate persino dal comandante del reparto in cui Bartali era stato coscritto dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, un battaglione motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana. Nell’epoca del travaglio interiore per milioni di italiani, il gesto di Bartali non fu di certo isolato: migliaia di coraggiosi, in gran parte rimasti anonimi, contribuirono a proteggere potenziali vittime della repressione degli occupanti tedeschi da una fine orribile, tuttavia il caso di Bartali è emblematico se si considerano la celebrità del personaggio e le continue avances portate avanti dal governo fascista, prima della deflagrazione della guerra, per spronarlo a indossare in pianta stabile la camicia nera.

Mussolini e il Regime tentarono infatti di rendere Bartali un loro alfiere nel momento in cui Ginettaccio fu convinto (leggi: costretto) a disertare l’edizione 1938 del Giro d’Italia per competere sulle strade del Tour de France, ove riportò un’affermazione perentoria che più volte fu sfruttata a fini propagandistici dal governo fascista nei suoi tentativi di arruolare Bartali tra le icone sportive dell’Italia littoria, a fianco di Primo Carnera e della nazionale di calcio bicampione del mondo. Questi tentativi furono più volte frustrati dallo stesso Bartali, uomo libero e dai principi solidi che mai si sarebbe prestato a figurante di interessi di parte. La fermezza delle sue convinzioni si rivelò nel momento in cui, chiamato al dovere più importante della sua vita, Bartali non si rifiutò e, anzi, seppe agire da vero cristiano qual era, spinto dalla sua travolgente umanità che sarà tanto apprezzata dagli italiani nel dopoguerra.

Mentre dopo la fine del conflitto Bartali divenne assieme a Coppi l’emblema stesso della ripartenza, la rivalità cavalleresca tra i due campioni fu da alcuni interpreti vista come lo specchio della progressiva polarizzazione dell’Italia tra lo schieramento politico-sociale facente capo alla Democrazia Cristiana e l’opposizione di sinistra gravitante attorno al Partito Comunista, sebbene tanto Bartali quanto Coppi fossero restii a prestarsi nuovamente a diventare strumenti di fazioni ristrette, loro che con le loro imprese ciclistiche stavano aiutando una nazione a trovare nuova coesione.

La dialettica tra forze di coesione e spinte centrifughe che animavano la società italiana negli anni della neonata Repubblica, la spiccata ideologizzazione della vita pubblica e le tensioni latenti tra i fautori di due diverse concezioni del mondo e del progresso umano crearono forti attriti, tensioni manifeste e un’accesa conflittualità in seno alla nazione italiana, che vide il suo apice il 14 luglio 1948, quando un esagitato anticomunista, Antonio Pallante, attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, una delle personalità più note del panorama politico internazionale, riducendolo in fin di vita e portando sulle barricate decine di migliaia di manifestanti in diverse città d’Italia. La Spezia, Roma, Napoli, Genova, Taranto furono teatro di cortei spontanei animati da convinti comunisti che incitavano alla rivoluzione e furono repressi dalle forze dell’ordine, lasciando diversi morti sul terreno. L’Italia visse per alcune ore un clima di autentica guerra civile, spaccata in due dai colpi di pistola indirizzati a Togliatti, ma nei due giorni successivi a rasserenare gli animi e distogliere gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta giunsero le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France: con due azioni magistrali, centinaia di chilometri di fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier, Gino Bartali aveva ribaltato le sorti del Tour de France, recuperando venti minuti a Louison Bobet e giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi.

Quel 14 luglio, una telefonata ancora oggi velata dal mistero e dal mito era intercorsa tra Roma e Cannes, mettendo in contatto Bartali con Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, che chiese ad uno degli sportivi più amati d’Italia un contributo alla risoluzione della crisi sociale apertasi d’improvviso in Italia. Bartali sapeva unire, e seppe dimostrarlo nell’ora di massimo bisogno: sebbene meno determinanti degli appelli conciliatori di Togliatti, ripresosi nelle stesse ore dalle operazioni successive all’attentato, è infatti innegabile che le sue gesta e le vittorie sul suolo francese ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla normalità dell’Italia dopo tre giorni roventi; sulle reali parole scambiate da Bartali e De Gasperi si è molto dibattuto, e lo stesso fuoriclasse ha più volte chiosato, cercando di sminuire il suo ruolo nella vicenda in ossequio alla sua proverbiale modestia. Tuttavia, una cosa è certa: il grande statista democristiano sentì più volte il bisogno di ringraziare pubblicamente Ginettaccio, certificando una volta per tutte il suo ruolo di primo piano in una vicenda tra le più scottanti dell’Italia del Novecento.

E mentre a settant’anni di distanza l’Italia continua a essere, seppur con toni e modalità differenti, un paese diviso, una nazione fondamentalmente incompiuta, nel Belpaese c’è carenza e assoluta necessità di uomini come Bartali. Bartali, l’Umile che è stato autenticamente e profondamente italiano, arrivando a unire e creare una generale concordia attorno al suo nome come pochi sportivi, e figure pubbliche in generale, nell’Italia del Novecento. Bartali, il Giusto il cui ricordo oggi vive rigoglioso in due alberi, a Gerusalemme e Padova, a memoria della più grande delle sue vittorie, siglata nel palmarès più prestigioso in cui sia apposto il nome di Ginettaccio: quello dei benefattori del genere umano.

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Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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