Istria e Dalmazia. Lo senti subito che sono nomi di terre di confine, di quelle che senti puntualmente nominare quando studi i trattati di pace. Come l’Alsazia, o la Lorena. Quei territori che non sono di nessuno, ma che vengono rivendicati da tutti. Che nel corso dei secoli hanno visto un campionario di umanità così vario, che meriterebbero di essere considerate cittadine del mondo ad honorem. Come l’Istria e la Dalmazia, già non più Italia ma non ancora Balcani, tra spiagge assolate e villaggi arroccati. Una evidente peculiarità geografica, acuita da un millennio di migrazioni e cambi di sovranità, più o meno cruenti. Un crocevia di popoli e di lingue, dove lo slavo, l’italiano e il tedesco hanno avuto pari dignità e diffusione. Il porto di Fiume, l’Arena di Pola, il promontorio che sovrasta Isola. La nostra storia parte qui, in questo angolo di mondo, sospeso tra un passato che sembra non volersene mai andare e un futuro che arriva, è il caso di dirlo, a passo di marcia.

Siamo nel 1933, e Fiume è parte integrante del Regno d’Italia. Lo è diventata nel 1924, dopo un tira e molla che sembrava infinito con la neonata Jugoslavia e la Società delle Nazioni. È una città viva, pulsante, dove la vita quotidiana e lo sport vanno a braccetto, formando un legame quasi inscindibile. Canottaggio, pugilato, atletica, calcio. I bambini fiumani crescono seguendo le imprese di personaggi quasi mitologici, come “Sciabbolone” Volk, primo storico centravanti della Roma, o Ezio Loik, talentuosa mezzala del Grande Torino. Quella generazione di istriani, i figli del primo dopoguerra, produrrà sportivi di livello mondiale, come il grande Nino Benvenuti. Ed è proprio in questo stimolante ambiente che il 3 ottobre nasce Abdon Pamich. Le origini sono venete, pare che tra gli antenati da parte di madre ci sia addirittura un doge. Che sia vero o no, la sua è una famiglia orgogliosa delle proprie radici italiane e molto legata al territorio. Il piccolo Abdon cresce assieme a suo fratello Giovanni, di poco più grande, ed impara presto ad amare lo sport. Caratteristica di famiglia, dato che suo zio organizza e arbitra incontri di pugilato. È proprio lo zio instillare nel ragazzo la passione per le discipline sportive. Alla richiesta del nipote di salire sul ring risponde con una promessa. A tredici anni, non prima. Prima non si può, sono le regole. Questa promessa, purtroppo, non potrà mai essere mantenuta.

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Perché è vero che la spensieratezza dell’infanzia non può durare per sempre, ma in questo caso viene spezzata molto prima del previsto. La guerra, i razionamenti, le bombe e infine l’invasione. I partigiani di Tito dilagano nella Venezia Giulia e Fiume non fa eccezione. Rastrellamenti ed esecuzioni sono all’ordine del giorno. I primi obiettivi sono i soldati della Wehrmacht, le milizie della Repubblica Sociale e gli Ustascia croati. Ma presto si comprende che c’è sotto un disegno più grande. Gli italiani non sono più i benvenuti, senza distinzione di credo politico o gerarchia sociale. Ex-fascisti e membri del CLN, stimati professionisti o semplici cittadini, chiunque è nel mirino della polizia segreta jugoslava. L’obiettivo è quello di rimuovere, anche fisicamente, qualsiasi resistenza ad una futura annessione dei territori dalmati e giuliani. Si muore in molte maniere in quei giorni, fucilati per rappresaglia o di fame e di freddo nei campi di prigionia. Ma il terrore degli italiani, ormai stranieri in quella che è stata casa loro, si riassume in una parola. FOIBE. Un buco nel terreno, la terra che ti inghiotte e poi il buio. Questa è la tetra promessa dei partigiani jugoslavi.

E quando l’amato zio viene arrestato per motivi non ben precisati (e poi fortunatamente rilasciato), la famiglia Pamich comprende presto che non c’è più posto per lei a Fiume, che tra l’altro ora si chiama Rijeka. Il padre di Abdon decide quindi di partire verso ovest, alla ricerca di un lavoro che gli permetta di portare via moglie e figli da quel paradiso ormai divenuto inferno. Come loro, tanti altri. La stragrande maggioranza degli italiani opta per l’esilio. Ma c’è da attendere, ed i Pamich sanno di non poter aspettare in eterno. Ecco perché il 23 settembre 1947, sette mesi dopo la cessione formale della Venezia Giulia alla Jugoslavia, Abdon e Giovanni lasciano la mamma e i due fratelli più piccoli e affrontano, seppur inconsapevolmente, la prima marcia della loro carriera. Una rocambolesca fuga su un treno per Trieste, una fila interminabile per ottenere il permesso di entrare in città e poi un esodo, lungo e faticoso. Milano, Udine, Novara e infine Genova, dove finalmente la famiglia si riunisce. Una fuga a lieto fine, a fronte di una sofferenza immane e a differenza di molti altri italiani, che invece non ce l’hanno fatta.

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In riva al Tirreno Pamich ricomincia da dove aveva lasciato. L’amore per lo sport è rimasto, nonostante il terribile fardello di un’esperienza che nessun adolescente dovrebbe mai affrontare. Giovanni, su consiglio di un compagno di università, scopre la marcia e quando a diciotto anni Abdon decide di emulare il fratello, scatta il colpo di fulmine. E se Giovanni abbandonerà presto l’attività agonistica per diventare uno stimato chirurgo, Abdon Pamich non smetterà mai di marciare e di vincere. Sviluppa la sua tecnica grazie a Giuseppe Malaspina, ex campione italiano di marcia, che avrebbe dovuto partecipare alle Olimpiadi di Tokyo 1940, poi annullate per la guerra. Negli insegnamenti del suo primo allenatore Pamich scopre la psicologia dello sport, un’altra delle sue passioni, sfociata poi in una laurea e nell’attività di mental coaching della nazionale di pallamano. Ma torniamo alla marcia. Della metodica e incessante ricerca della perfezione nella propria prestazione, Abdon fa il proprio credo. Nonostante l’abnegazione nell’allenamento, fisico e soprattutto mentale, i risultati stentano però ad arrivare. Il suo punto debole è la volata. Ma Pamich è già atleta moderno e parte per quello che oggi definiremmo un viaggio di aggiornamento. La meta è l’Inghilterra, dove i marciatori di solito non amano gestire le forze in gara e non attendono l’arrivo in gruppo per tentare la zampata vincente. Allenandosi con queste inconsapevoli lepri, il nostro eroe sviluppa una nuova tattica di gara ed inizia a vincere. La prima affermazione di rilievo è in Cecoslovacchia, dove Abdon nella 50km tra Praga e Podebrady mette in riga olimpionici e campioni europei.

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Nel 1955 vince l’oro ai Giochi del Mediterraneo e l’anno successivo arriva all’altro capo del mondo per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Melbourne. Gareggia nella 20km terminando undicesimo e riporta a casa la poco gradita medaglia di legno nella “sua” 50km. Ma nel mondo di Abdon Pamich il fallimento è il primo passo per il successo. Passo dopo passo, l’Italia, l’Europa e il mondo intero si inchinano alla classe del marciatore fiumano. E se a Roma 1960 la medaglia è di bronzo, complice una difficile preparazione fisica, nei quattro anni successivi è solo la luce dell’oro a risplendere. Si comincia nel 1961, con il record mondiale della 50km stabilito sulla pista dello Stadio Olimpico. L’anno successivo è il tempo per una piccola rivincita personale. Nella Belgrado di Tito, Pamich si prende il lusso di stravincere l’oro europeo, staccando tutti gli altri di cinque minuti netti. Arriviamo così al fatidico 18 ottobre 1964. A Tokyo è in corso la 50km di marcia. Abdon ha preparato la gara in maniera meticolosa, deciso a non farsi sfuggire di nuovo l’alloro olimpico. Parte subito forte, ma non è l’unico. Paul Nihill, che è inglese, attua la sua stessa strategia. La gara si trasforma quindi in un testa a testa infinito, nella spasmodica attesa dello strappo vincente di uno dei due atleti. Al chilometro 35 sembra però tutto deciso. Un bicchiere d’acqua troppo freddo provoca a Pamich fortissimi dolori addominali. Nihill pare non accorgersene e continua con un passo normale, ma il marciatore italiano è in preda a spasmi. La leggenda narra che l’unica soluzione, sebbene poco ortodossa, venga offerta da un cespuglio. La realtà dice che, data l’impossibilità di uscire dal percorso transennato, sono due ignari soldati a coprire la scena alla vista del pubblico. Qualsiasi versione preferiate, il risultato non cambia. Una volta liberatosi, il nostro Abdon vola. L’inglese viene risucchiato in un attimo e immediatamente staccato. È finalmente oro. Nel cielo di Tokyo può sventolare fiero il tricolore, grazie al figlio di un’Italia che esattamente come lui ha saputo soffrire per poter rinascere.

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È l’apice di una luminosa carriera, coronata da altri trionfi in Italia e all’estero. Nel mezzo, tanti lavori, perché come dice lui una volta lo sport era divertimento, mica ti portava soldi. Esso, Finmeccanica ed infine Sip, un curriculum che potrebbe appartenere ad un semplice colletto blu, ma che invece porta il nome di un campione olimpico. Una volta appese le scarpe al chiodo, subentra l’impegno. Perché Abdon Pamich non ha mai dimenticato Fiume e i tanti che come lui sono dovuti fuggire, costretti a scegliere tra l’abbandono della propria terra e una vita di privazioni. È quindi logica la sua collaborazione con la Società di Studi Fiumani e la convinta e apprezzata partecipazione alle tante commemorazioni che la comunità degli esuli dalmati e giuliani organizza in tutta Italia. Ed è altrettanto naturale che l’organizzazione della Corsa del Ricordo, che ogni 10 febbraio si tiene a Roma nel quartiere Giuliano-Dalmata, lo veda orgogliosamente protagonista. Del resto, la vita di Abdon Pamich è stata una lunga ed emozionante marcia. Prima verso la libertà, poi verso la gloria. E alla fine, una marcia all’indietro, verso il Ricordo. Perché per sapere chi sei o chi sarai, non puoi permetterti dimenticare chi sei stato.

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