Càpitano di quei momenti che ti dici: adesso devo fare un bel pezzo. Ma bello. Ma proprio bello.

Perché questa storia lo merita, ti dici. E allora hai il dovere di esser perfetto. A freno la retorica, occhio che ci stai mettendo troppo pathos, troppo coinvolgimento, ragazzo. Sobrietà, ragazzo.

Poi, capita che negli anni ti accorgi che ogni qual volta sei alle prese con una storia a cui tieni particolarmente, fallisci sempre: il pathos fa il suo corso, la sobrietà corre il rischio di distrarsi, e non ci riesci, non c’è scampo. E allora accetti: e io accetto, anche in questo caso non verrà poi così bene. Mi sto consegnando disarmato: con Valentina Vezzali non sarò sobrio, non chiuderò il pathos in una stanza. Non verrà bene, ma lo accetto e non posso farci niente, e tanto vale buttarsi e andare. E allora cominciamo.

Valentina Vezzali ha chiuso con le gare, e qualcosa, nei ventricoli di chi ama lo sport, si è chiuso insieme a lei. La storia resta, non ce la porta via nessuno. Non le medaglie, l’esaltazione, il cannibalismo della più grande sportiva italiana di sempre. Quelli sarebbero anche dettagli. È la storia umana, la parabola, l’ispirazione.

Questa è una storia di quelle che partono dalla fine. O meglio, partono dal momento sbagliato.

Anzi, come se fosse un film di Scola, questa storia si lascia raccontare cominciando da un sorriso strano e agrodolce, dentro un momento sbagliato. Per chi la ama, Valentina Vezzali non è (o non soltanto) le 9 medaglie olimpiche di cui 6 ori, i 16 ori, 6 argenti e 4 bronzi mondiali. Il ritratto, l’inquadratura perfetta di che cos’è Valentina Vezzali, il fotogramma da conservare tra i souvenir più preziosi, è quello di una serata sbagliata. La sera forse più nera, eppure più abbagliante della sua immensa carriera, quella in cui firmò l’opera d’arte più bella. Non vinse l’oro Valentina, il 27  luglio del 2012, a Londra: anzi, fu il suo risultato olimpico individuale meno positivo. Ma l’emozione fu la più grande. Il cuore impazzì, e ricorda alle perfezione le sue lacrime olimpiche più belle e dolci di sempre che, per un fato beffardo, arrivarono per un bronzo. Un bronzo, immediatamente dopo la sconfitta nella semifinale tutta italiana, in palio per chi non aveva mai saputo neanche che colore avesse, il bronzo.

E Valentina, infatti, sembrava non esserci, mentre seguivamo con l’impotente rabbia agonistica avvolta dentro la tenerezza del commiato quella finalina con la coreana Nam. Non era né cronometricamente, né umanamente possibile rimontare, sotto di 4 stoccate, a 12 secondi dalla fine, confessava il telecronista. Non così, non certamente con il carico emotivo addosso a Valentina, dopo aver visto sfumare l’oro della leggenda, il quarto consecutivo nell’individuale, come nessuna donna mai nella storia dei Giochi Olimpici. Non certo in una finale, quella per il metallo meno pregiato, che fino a 12 secondi dalla fine sembrava distruggerla per il solo fatto di disputarla. Ma scrivere una leggenda anche dopo la sconfitta più cocente, non è roba qualsiasi. Questo è favola, è parabola, è ispirazione: urlava l’Italia, godeva l’anima di ogni romanziere, mentre Valentina vinceva quel bronzo già perso. In 12 secondi.

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La Vezzali c’era, c’era sempre, e ci fu anche quando non c’era: oggi è pura didattica, è certezza che è l’alzare la testa che certifica l’impossibile diventato regola. Correlativo oggettivo, lo chiamava il poeta: e il fioretto, quella sera, fu umanissimo simbolo. Dentro ogni storia umana, ogni esperienza, ogni lotta, è come se ci fosse un po’ di quella sera londinese, quel cronometro di cui infischiarsi, quel punteggio che no, non si può fare, quel furioso attacco del 12 pari tirato fuori da chissà quale pozzo di forza, in quella finale che non ebbe il valore dell’oro, ma ha il valore universale della metafora dell’inguaribile incapacità di piegarsi, della semantica dell’imperfetta vittoria quale medaglia più bella e inossidabile. Si può fare, si può. A voi. Non è necessario aver digerito un bel po’ di scherma, per capire cosa successe quella sera sulla pedana di Londra tra la Vezzali e la Nam. Ma aver digerito un bel po’ di vita, questo sì, per capire che non finisce mai, mai. Mai.

È quel 13-12, non i sei ori olimpici, non il cannibalismo della combattente, non lo sconcerto e il disarmo che leggevi negli occhi delle avversarie malcapitate, che racconta cosa è Valentina Vezzali, portabandiera d’anima, donna che ha raccontato quanto aleatorio sia il “si può, non si può, per chi possiede testa, cuore, e un po’ del pazzesco ossimoro dun incosciente equilibrio. Quanto piansi, quella sera. Senza vergogna, senza freno: non passerà mai. Che lezione, Valentina. Che favola, Valentina.

Poi, solo poi, viene il resto di questa storia, a ritroso, fino all’inizio. Le statistiche, i numeri imbarazzanti per qualsiasi dio dello sport, dell’alternanza, dell’incognita. Ma questo, oggi, è già letteratura sportiva. Questo, per chi la ama, può essere un dettaglio.

Ripesco quello che scrissi, dopo quella finale per il terzo posto con la Nam, la meno amata (c’è da giurarci) dalla più grande sportiva italiana di tutti i tempi, eppure la più preziosa di tutte. E allora, fallire per fallire un pezzo che voleva esser bello, e invece è solo l’assalto d’un pathos sconsiderato, sbracato, vergognosamente sincero, le rileggo, e le riscrivo, non tradendone una sillaba. Grazie Valentina, storia meravigliosa, parabola, ispirazione. Non finirai mai. Non passerai mai.

Guarda il Video : Vezzali – Nam, finale terzo posto Londra 2012

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