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89 anni di AS Roma: il sogno che unisce generazioni e classi sociali

Simone Meloni

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La maglietta bucata. Come ai bei tempi. Come in quel Roma-Juventus 4-0. La doppietta di Cassano che porta a quattro le marcature, e un’intera curva che ti cade addosso festante. Le lacrime di una ragazza che sembra aver visto per la prima volta la cosa più bella del mondo. Gli improperi di mia mamma per l’ennesimo capo d’abbigliamento da buttare. Le scintille delle torce e la cappa nebbiosa dei fumogeni, che ti stordiscono, non ti permettono di respirare per qualche minuto, ma ti riportano indietro almeno di una decade. L’acre odore della pirotecnica che ti penetra dentro, lo senti ancora quando ti levi la maglia e la poggi sulla sedia di casa, per andare a dormire sognando di alzarti al mattino dopo sapendo che è domenica. Accorgendoti anche che, di riflesso, ha preso i colori di ciò che hai sempre vissuto, amato e veduto con venerazione. Di ciò che in parte ti hanno tolto e stuprato. Il sogno di poter raggiungere l’Obelisco prima, la Palla poi, le entrate della Sud infine. Tifare. Come fu in principio, quando un popolo non doveva attendere una nottata per sentirsi un pochino più libero, per abbracciarsi esattamente come in quei quattro schiaffi ai nemici di sempre e vedere gli occhi sognanti e allegri di tanti ragazzi. Bandierine alla mano e sciarpe al collo.

“Ti amo”, recita uno stendardo a due aste che sovrasta la “fiumana” di gente. Come quella coreografia di tanti e tanti anni fa, come quel sentimento tramandato di generazione in generazione per un qualcosa difficile da spiegare se non lo vivi, paradossalmente molto più vicino al tuo dirimpettaio nei derby o nei big match, che al modo di essere della società di oggi. E della tua città. Divenuta sin troppo frettolosamente un contenitore di moralismo e perbenismo, esattamente mentre tutto le crollava attorno. Ma questa sera è diversa, Gabriella Ferri la fotograferebbe con la chitarra in mano, e sotto quella sua chioma bionda strimpellerebbe con poesia: “Sotto un manto di stelle, Roma bella m’appare, solitario il mio cuor, disilluso d’amor vuol nell’ombra cantare, una muta fontana, un balcone lassù…”.

L’abbiamo attesa dalla fine del campionato. Dall’ultimo triplice fischio che ci ha lasciato tanta amarezza nel cuore. Perchè sappiamo che la natura del tifoso, dell’appassionato, e persino del simpatizzante, quest’anno è stata delusa, tradita e fortemente colpita da un infame fendente. E non sono stati solo i gol mancati da Dzeko a mortificare il romanista. Ma la fine, si spera a tempo determinato, di ciò che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Sapevamo che questa sarebbe stata una delle poche serate ancora aggregative, una delle poche che ti permettono di baciare in senso figurato i luoghi dove sei nato e cresciuto. E che spesso tutto il mondo ti invidia. Ci sono state le barriere, la repressione e tante altre cose che hanno messo a dura prova i tifosi di Roma. E allora ci hanno riprovato. Da Piazza San Silvestro, rinnovata da poco con il suo spazio pedonale. Dietro Via del Corso. La via dello shopping la chiamano, quando occorrerebbe ricordarne il senso più ancestrale, con tutti i tradizionali festeggiamenti capitolini celebrati ai dì che furono. Quando il popolo si è mischiato, odiato, amato, ha inveito, litigato e fatto l’amore. Tutto in nome, per conto e grazie al suolo patrio. Dall’Isola Tiberina all’Agro Romano. Perchè la faccia più pulita della mia città è quell’esultanza curvaiola in cui l’avvocato stritola di gioia il pescivendolo dell’Idroscalo, a Ostia, l’asfaltatore che ti permette di transitare a Viale Trastevere così come a Via Lemonia, due passi dietro al Parco degli Acquedotti, dove la bellezza affascinante di ciò che fu unisce ancora una volta il centro con la periferia, il sacro con il profano, l’anima con la ragione.

Sì. Il 22 luglio è anche un’occasione per riprenderci momentaneamente la città. Per toccarla, accarezzarla e dirle quanto la amiamo. Pur sapendo che somme firme dell’editoria romana e internauti sciacalli sono pronti, irti sui loro scranni, a dileggiare e sporcare l’immagine di tantissimi ragazzi, ragazze, bambini e signori scesi per le strade. A dipingerli come volgari rappresentati della plebe che nulla hanno a che spartire con la magnificenza di quei luoghi che furono di Ottaviano Augusto e di Giulio Cesare. E poco importa se accedere nella zona del Parlamento sia diventato paragonabile all’ingresso nella Striscia di Gaza, oppure se ogni angolo del centro storico sia presidiato da militari, poliziotti, carabinieri e agenti in borghese come se fossimo in guerra. Per una serata il clima di pesantezza che avvolge la Capitale va tramutato in gioia. In un paio d’ore di allegria e piacere di stare insieme. Anche se non ci si conosce. Pure se in una serata qualsiasi, probabilmente, ci si starebbe antipatici a vicenda. La forza del calcio, del tifo e della fede è questa. Mi risulta anche stucchevole scriverlo, per quanto è ovvio. Ma repetita juvant.

E poi c’è il romanismo. Che non è un’opinione, ma un modus vivendi. C’è la volontà di tener vivo il ricordo di chi quei colori li ha portati nel cuore anche oltre la vita, come Antonio De Falchi e Agostino Di Bartolomei, a lungo invocati dal serpentone che con voce e colori ha sfilato per qualche centinaio di metri fino a Via degli Uffici del Vicario, dove il 22 luglio di 89 anni fa, il presidente Italo Foschi, firmò il primo ordine del giorno della storia giallorossa. E ancora una volta ricorrono i caratteri aristocratici e popolare dell’AS Roma, con le sue tre anime, Alba, Roman e Fortitudo, in grado di benedire e santificare tutti i tifosi. Senza esclusione.

Gli ultimi anni sono stati segnati da una vibrante polemica tra il club che, attraverso ricerche storiche, ha voluto mettere in evidenza un’altra data in cui la Roma sarebbe stata effettivamente fondata, e i tifosi che tradizionalmente hanno sempre identificato nel 22 luglio il giorno in cui festeggiare la propria amata. Quello che molti, in seno alla società, non hanno capito, mostrando una certa cecità, è che da parte dei supporter non c’è la volontà di impuntarsi su un dato storico effettivamente discutibile, ma su una serie di atteggiamenti che sono sembrati volti a stravolgere usi e costumi del romanista. Perchè, se sulla fondazione si può aprire un dibattito, sul cambio di stemma e sul voler imporre una mentalità spesso distante anni luce non solo dal soggetto curvaiolo, non si possono pretendere compromessi. E invece il tutto è arrivato assieme e senza diritto di appello. Imposto. E le cose imposte non fanno mai breccia nel cuore di chi le subisce. Per questo mi trovo perfettamente d’accordo con quanto scritto da My Roma un paio di giorni fa: “…prendiamo atto di un solo incontrovertibile fatto: il 22 luglio è la data che tradizionalmente il popolo giallorosso ha scelto di festeggiare. E questo ci basta. D’altronde, nessuno si sognerebbe mai di disertare il pranzo di Natale perché “è improbabile che Gesù sia nato esattamente quel giorno, visto che il 25 dicembre gli antichi romani festeggiavano già la divinità del Sol Invictus.

Ma ora è giunta mezzanotte. Si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè. Che in questo caso è rappresentato dalla storica gelateria Giolitti. Il fumo spegne tutto attorno, creando il buio. Un’oscurità accesa di tanto in tanto da torce che sputano le loro scintille prima di alzarsi al cielo. Si levano i cori, che vanno a rafforzare quelli che ormai da quasi un’ora già rimbombavano poderosi. Come non mai. In questa serata di mezza estate c’è l’esplosione di tutta quella voglia e quel senso di appartenenza soffocati in questi mesi. Starebbero a cantare fino a domattina. Spazzando il fumo con i bandieroni per riportarci tutti in quel tempio che ci ha cresciuti, sfamati regalato emozioni uniche e irripetibili. In un calcio che non esiste più, vivano in eternità i tifosi, unici custodi e degni eredi di storie, aneddoti, vittorie e sconfitte.

Quando la stradina compressa tra Parlamento e Pantheon si libera, l’orologio segna l’una passata. Se ne sono andati intonando la Canzone di Campo Testaccio. Dandosi appuntamento alla prossima occasione. Sapendo che si ritroveranno là, nel bene o nel male. I turisti, che hanno accolto tutto ciò con foto e sorrisi, possono tornare a circolare tranquillamente. Il torpore di una Capitale abbandonata a se stessa, sventrata dai suoi gestori degli ultimi anni, per una notte è stato soppiantato dal colore della sua Gens. Un passo all’indietro. Una mano tesa per afferrare quella romanità perduta, sempre più ad appannaggio di un’impalpabilità e una distruzione dell’anima che ha reso Roma unica nel suo genere.

“Le strade son deserte, deserte e silenziose, un ultima carrozza cigolando se ne va. Il fiume scorre lento, frusciando sotto i ponti, la luna splende in cielo dorme tutta la città…”. Non resta che andare a dormire, bevendo acqua da una delle fontane centenarie che le stradine regalano di tanto in tanto per togliersi di bocca quel sapore forte e soffocante di polvere da sparo e fumo. Roma non è morta. Lunga vita ai suoi tifosi.

 Ringraziamento speciale per il materiale fotografico a  Fabiano Casedonte, Gianvittorio De Gennaro e Valerio Curcio

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Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

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Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

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Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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