La maglietta bucata. Come ai bei tempi. Come in quel Roma-Juventus 4-0. La doppietta di Cassano che porta a quattro le marcature, e un’intera curva che ti cade addosso festante. Le lacrime di una ragazza che sembra aver visto per la prima volta la cosa più bella del mondo. Gli improperi di mia mamma per l’ennesimo capo d’abbigliamento da buttare. Le scintille delle torce e la cappa nebbiosa dei fumogeni, che ti stordiscono, non ti permettono di respirare per qualche minuto, ma ti riportano indietro almeno di una decade. L’acre odore della pirotecnica che ti penetra dentro, lo senti ancora quando ti levi la maglia e la poggi sulla sedia di casa, per andare a dormire sognando di alzarti al mattino dopo sapendo che è domenica. Accorgendoti anche che, di riflesso, ha preso i colori di ciò che hai sempre vissuto, amato e veduto con venerazione. Di ciò che in parte ti hanno tolto e stuprato. Il sogno di poter raggiungere l’Obelisco prima, la Palla poi, le entrate della Sud infine. Tifare. Come fu in principio, quando un popolo non doveva attendere una nottata per sentirsi un pochino più libero, per abbracciarsi esattamente come in quei quattro schiaffi ai nemici di sempre e vedere gli occhi sognanti e allegri di tanti ragazzi. Bandierine alla mano e sciarpe al collo.

“Ti amo”, recita uno stendardo a due aste che sovrasta la “fiumana” di gente. Come quella coreografia di tanti e tanti anni fa, come quel sentimento tramandato di generazione in generazione per un qualcosa difficile da spiegare se non lo vivi, paradossalmente molto più vicino al tuo dirimpettaio nei derby o nei big match, che al modo di essere della società di oggi. E della tua città. Divenuta sin troppo frettolosamente un contenitore di moralismo e perbenismo, esattamente mentre tutto le crollava attorno. Ma questa sera è diversa, Gabriella Ferri la fotograferebbe con la chitarra in mano, e sotto quella sua chioma bionda strimpellerebbe con poesia: “Sotto un manto di stelle, Roma bella m’appare, solitario il mio cuor, disilluso d’amor vuol nell’ombra cantare, una muta fontana, un balcone lassù…”.

L’abbiamo attesa dalla fine del campionato. Dall’ultimo triplice fischio che ci ha lasciato tanta amarezza nel cuore. Perchè sappiamo che la natura del tifoso, dell’appassionato, e persino del simpatizzante, quest’anno è stata delusa, tradita e fortemente colpita da un infame fendente. E non sono stati solo i gol mancati da Dzeko a mortificare il romanista. Ma la fine, si spera a tempo determinato, di ciò che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Sapevamo che questa sarebbe stata una delle poche serate ancora aggregative, una delle poche che ti permettono di baciare in senso figurato i luoghi dove sei nato e cresciuto. E che spesso tutto il mondo ti invidia. Ci sono state le barriere, la repressione e tante altre cose che hanno messo a dura prova i tifosi di Roma. E allora ci hanno riprovato. Da Piazza San Silvestro, rinnovata da poco con il suo spazio pedonale. Dietro Via del Corso. La via dello shopping la chiamano, quando occorrerebbe ricordarne il senso più ancestrale, con tutti i tradizionali festeggiamenti capitolini celebrati ai dì che furono. Quando il popolo si è mischiato, odiato, amato, ha inveito, litigato e fatto l’amore. Tutto in nome, per conto e grazie al suolo patrio. Dall’Isola Tiberina all’Agro Romano. Perchè la faccia più pulita della mia città è quell’esultanza curvaiola in cui l’avvocato stritola di gioia il pescivendolo dell’Idroscalo, a Ostia, l’asfaltatore che ti permette di transitare a Viale Trastevere così come a Via Lemonia, due passi dietro al Parco degli Acquedotti, dove la bellezza affascinante di ciò che fu unisce ancora una volta il centro con la periferia, il sacro con il profano, l’anima con la ragione.

Sì. Il 22 luglio è anche un’occasione per riprenderci momentaneamente la città. Per toccarla, accarezzarla e dirle quanto la amiamo. Pur sapendo che somme firme dell’editoria romana e internauti sciacalli sono pronti, irti sui loro scranni, a dileggiare e sporcare l’immagine di tantissimi ragazzi, ragazze, bambini e signori scesi per le strade. A dipingerli come volgari rappresentati della plebe che nulla hanno a che spartire con la magnificenza di quei luoghi che furono di Ottaviano Augusto e di Giulio Cesare. E poco importa se accedere nella zona del Parlamento sia diventato paragonabile all’ingresso nella Striscia di Gaza, oppure se ogni angolo del centro storico sia presidiato da militari, poliziotti, carabinieri e agenti in borghese come se fossimo in guerra. Per una serata il clima di pesantezza che avvolge la Capitale va tramutato in gioia. In un paio d’ore di allegria e piacere di stare insieme. Anche se non ci si conosce. Pure se in una serata qualsiasi, probabilmente, ci si starebbe antipatici a vicenda. La forza del calcio, del tifo e della fede è questa. Mi risulta anche stucchevole scriverlo, per quanto è ovvio. Ma repetita juvant.

E poi c’è il romanismo. Che non è un’opinione, ma un modus vivendi. C’è la volontà di tener vivo il ricordo di chi quei colori li ha portati nel cuore anche oltre la vita, come Antonio De Falchi e Agostino Di Bartolomei, a lungo invocati dal serpentone che con voce e colori ha sfilato per qualche centinaio di metri fino a Via degli Uffici del Vicario, dove il 22 luglio di 89 anni fa, il presidente Italo Foschi, firmò il primo ordine del giorno della storia giallorossa. E ancora una volta ricorrono i caratteri aristocratici e popolare dell’AS Roma, con le sue tre anime, Alba, Roman e Fortitudo, in grado di benedire e santificare tutti i tifosi. Senza esclusione.

Gli ultimi anni sono stati segnati da una vibrante polemica tra il club che, attraverso ricerche storiche, ha voluto mettere in evidenza un’altra data in cui la Roma sarebbe stata effettivamente fondata, e i tifosi che tradizionalmente hanno sempre identificato nel 22 luglio il giorno in cui festeggiare la propria amata. Quello che molti, in seno alla società, non hanno capito, mostrando una certa cecità, è che da parte dei supporter non c’è la volontà di impuntarsi su un dato storico effettivamente discutibile, ma su una serie di atteggiamenti che sono sembrati volti a stravolgere usi e costumi del romanista. Perchè, se sulla fondazione si può aprire un dibattito, sul cambio di stemma e sul voler imporre una mentalità spesso distante anni luce non solo dal soggetto curvaiolo, non si possono pretendere compromessi. E invece il tutto è arrivato assieme e senza diritto di appello. Imposto. E le cose imposte non fanno mai breccia nel cuore di chi le subisce. Per questo mi trovo perfettamente d’accordo con quanto scritto da My Roma un paio di giorni fa: “…prendiamo atto di un solo incontrovertibile fatto: il 22 luglio è la data che tradizionalmente il popolo giallorosso ha scelto di festeggiare. E questo ci basta. D’altronde, nessuno si sognerebbe mai di disertare il pranzo di Natale perché “è improbabile che Gesù sia nato esattamente quel giorno, visto che il 25 dicembre gli antichi romani festeggiavano già la divinità del Sol Invictus.

Ma ora è giunta mezzanotte. Si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè. Che in questo caso è rappresentato dalla storica gelateria Giolitti. Il fumo spegne tutto attorno, creando il buio. Un’oscurità accesa di tanto in tanto da torce che sputano le loro scintille prima di alzarsi al cielo. Si levano i cori, che vanno a rafforzare quelli che ormai da quasi un’ora già rimbombavano poderosi. Come non mai. In questa serata di mezza estate c’è l’esplosione di tutta quella voglia e quel senso di appartenenza soffocati in questi mesi. Starebbero a cantare fino a domattina. Spazzando il fumo con i bandieroni per riportarci tutti in quel tempio che ci ha cresciuti, sfamati regalato emozioni uniche e irripetibili. In un calcio che non esiste più, vivano in eternità i tifosi, unici custodi e degni eredi di storie, aneddoti, vittorie e sconfitte.

Quando la stradina compressa tra Parlamento e Pantheon si libera, l’orologio segna l’una passata. Se ne sono andati intonando la Canzone di Campo Testaccio. Dandosi appuntamento alla prossima occasione. Sapendo che si ritroveranno là, nel bene o nel male. I turisti, che hanno accolto tutto ciò con foto e sorrisi, possono tornare a circolare tranquillamente. Il torpore di una Capitale abbandonata a se stessa, sventrata dai suoi gestori degli ultimi anni, per una notte è stato soppiantato dal colore della sua Gens. Un passo all’indietro. Una mano tesa per afferrare quella romanità perduta, sempre più ad appannaggio di un’impalpabilità e una distruzione dell’anima che ha reso Roma unica nel suo genere.

“Le strade son deserte, deserte e silenziose, un ultima carrozza cigolando se ne va. Il fiume scorre lento, frusciando sotto i ponti, la luna splende in cielo dorme tutta la città…”. Non resta che andare a dormire, bevendo acqua da una delle fontane centenarie che le stradine regalano di tanto in tanto per togliersi di bocca quel sapore forte e soffocante di polvere da sparo e fumo. Roma non è morta. Lunga vita ai suoi tifosi.

 Ringraziamento speciale per il materiale fotografico a  Fabiano Casedonte, Gianvittorio De Gennaro e Valerio Curcio

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