Ce la farò, padre? Io credo di sì. Mi avete dato due volte l’estrema unzione, eppure eccomi, sono ancora qua. Non basta a fermarmi, eh. Sono vecchio e un po’ malandato, ma non mi terranno qui. Non a lungo almeno. Non appena potrò alzarmi, farò il giro delle camere di questo maledetto ospedale e andrò a trovare i miei ragazzi. Perché i miei ragazzi sono bravi, lo sa, padre? Ma certo che lo sa, sarà passato da loro come è stato qui con me. Immagini padre, immagini il conforto che dà sapere che nonostante tutto, Dio ci è stato vicino. Che siamo sopravvissuti. Che un giorno quei ragazzi potranno ricordare questi giorni e pensare che è stata solo una brutta esperienza. Io sono avanti con gli anni e mi hanno trovato mal ridotto, ma loro sono giovani. Giovani e forti. Prenda Duncan, padre. Ce l’ha presente Duncan? È il primo che voglio abbracciare non appena mi daranno il permesso di lasciare questo letto. Ma lei che li ha visti, padre, come stanno i ragazzi? Li hanno fatti uscire? Non me lo dica, di certo sono già tornati in campo… E Duncan? Come sta il nostro Duncan?

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Nel suo letto d’ospedale, Matt Busby è isolato dal mondo. I medici non gli hanno ancora detto nulla dei suoi ragazzi. Lo shock potrebbe essergli fatale, date le pessime condizioni in cui versa. Nel terribile schianto di Monaco di Baviera lo scozzese ha rischiato la vita, più volte è stato dato per spacciato. Ma ha la pellaccia dura Busby. Eppure, nessuno ha avuto il coraggio di raccontargli cosa è accaduto agli altri. Come fare a spiegargli che un decollo frettoloso su una pista ghiacciata ha spezzato ben ventitré vite? Ma il frate cappuccino che gli si avvicina non sa nulla di quel premuroso silenzio. E quando l’allenatore dello United gli chiede di Edwards il suo sguardo si fa triste.

Duncan Edwards ha ventidue anni, è solo un ragazzo. Un ragazzo, si dice, destinato a sollevare la Coppa del Mondo. Billy Wright non aspetta altro che mettergli al braccio la fascia, tutta l’Inghilterra è certa che il prossimo capitano della nazionale sarà Duncan. E al diavolo la Football Association, con le sue regole e i suoi divieti. La gioventù non è un peccato. Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelè e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

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Perché quel calciatore divino muore in terra straniera, lontano dai suoi affetti. Un decollo in condizioni proibitive, lo schianto e poi il buio. Duncan lotta tra la vita e la morte per più di dieci giorni. Le tentano tutte, provano addirittura a impiantargli un rene artificiale. Ma il destino decide altrimenti. La partita contro i Wolves, che tanto premeva a squadra e tifosi, Edwards non la giocherà mai. Ma avrebbe davvero voluto farlo, tanto che pare che con un filo di voce abbia più e più volte chiesto a Jimmy Murphy, l’allenatore in seconda che su quell’aereo non c’era, “A che ora inizia il match, Jimmy? Non posso mancare”.  E invece il 21 febbraio 1958, quasi due settimane dopo i compagni morti sul colpo, in un letto di ospedale di Monaco di Baviera si spegne la grande speranza del calcio inglese. Duncan Edwards raggiunge nella leggenda Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor e Billy Whelan. I Busby Babes li chiamavano. Una squadra giovane e piena di talento, spazzata via da una tragedia tanto terribile quanto insensata. Matt li aveva cresciuti, calcisticamente e non. Comprensibile quindi che nessuno abbia ancora avuto voglia di dargli questo ulteriore dolore. Ma ormai il muro è caduto. E allora si avvicinano i medici, gli infermieri e soprattutto Jean. Tocca a lei, l’amore di una vita, fare a suo marito il triste elenco di quelli che non ci sono più.

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Anche Tommy? Come è possibile? Una volta l’ho visto scontrarsi con un muro, padre, il nostro Tommy Taylor. Voleva riprendere un pallone vagante e bam, dritto sulla parete a tutta velocità. Eppure niente, neanche un graffio. Era una forza della natura Tommy, non lo fermavi neanche a calci. E Dio sa quante volte ci ho provato in allenamento. Non sono mai stato un terzino, ma una scivolata la potrei ancora fare, se non fossi bloccato in questo maledetto letto. Eppure Tommy non lo buttavi giù. Neanche Duncan ci riusciva. Una spallata e via, era pronto a spaccare la porta. Quanti gol gli ho visto fare, padre. Di piede, di testa, con il sole e con la pioggia. Nessuno al mondo poteva fermare Tommy Taylor. Ci hanno provato a portarmelo via, sono venuti dall’Italia. Ma gliel’ho detto padre, dove potevano metterseli quei soldi. Sessantacinquemila sterline sono tante, soprattutto se pensiamo a chi non ha il denaro per comprare un pezzo di pane. Ma non abbastanza per Tommy. Fosse venuto il Ministro della Difesa e me lo avesse chiesto per l’esercito, sarei partito io al suo posto. Era prezioso Tommy. Un caro ragazzo. Poveri noi. E povera Carol…

Carol avrebbe sposato Tommy Taylor, probabilmente dopo la Coppa del Mondo in Svezia. Altri sei mesi, giusto il tempo di indossare la numero nove in terra scandinava e scardinare le difese di mezzo mondo. E invece quel nove lo prenderà Derek Kevan, che si farà anche valere, segnando due delle quattro reti dell’Inghilterra. Un altra maglia, quella rossa, accompagna Tommy nel suo ultimo viaggio, assieme alle reti, ai trofei e all’affetto dei suoi tifosi, che al suo arrivo lo eleggono subito a idolo indiscusso. Difficile non innamorarsi di uno così, grande e grosso che a vederlo fa quasi paura, ma con uno spirito di squadra infinito. È semplice tenere i conti delle reti segnate. Quello che nessuna statistica potrà mai quantificare è il sudore. Sono le botte prese. Sono le sponde, i rimpalli, i contrasti, i tuffi disperati a riprendere palloni impossibili. Lo United perde è un gigante buono, imbattibile sulle palle alte, che con la sfera tra i piedi sembra goffo, ma sa calciare come e meglio di molti altri. Ma a queste cose, Matt ora proprio non ci pensa. Di Tommy Taylor rivede solo il sorriso. Il sorriso di un ragazzo di ventisei anni, che il destino ha cancellato troppo presto.

Li ho uccisi io, padre, dal primo all’ultimo. Roger, Billy, Eddie, Mark, David, Geoff. È colpa mia, solo colpa mia. Sono io che non ho rinunciato a quella stramaledetta coppa, io li ho portati lontani da casa. Quante persone ho fatto soffrire, quante famiglie… Figli che cresceranno senza i loro padri, padri che hanno visto morire i propri figli… È contro natura padre, queste cose non dovrebbero mai accadere. E invece accadono, proprio per colpa di gente come Matt Busby.

Roger è Roger Byrne, capitano di quello United. Non ha i piedi buoni, manca di stacco aereo e certe volte eccede con la foga negli interventi. Ma ha un senso innato della posizione, un carisma immenso e, in un’epoca in cui i terzini di solito fanno compagnia ai propri portieri, spesso e volentieri rompe gli schemi e si getta in supporto delle ali. Byrne non può certo immaginare che a casa lo attende la sua Joy, per dirgli che è in attesa del loro primo figlio. La fascia da capitano brucia con lui nella fusoliera dell’aereo. Roger Byrne jr nascerà otto mesi dopo e del padre potrà solo conoscere solo il dolcissimo ricordo che ogni tifoso dello United serba nel suo cuore.

Billy è Billy Whelan, figlio d’Irlanda nato con il vizio del gol, Eddie è Eddie Colman, il baby of the Babes con i suoi ventuno anni appena compiuti, una mezzala dotata di un dribbling ubriacante, un altro potenziale campione del mondo andato via in un attimo. Mark è Mark Jones, centrale di difesa, che a inizio carriera dopo gli allenamenti arrotondava facendo il muratore. David è David Pegg, ala che impressiona talmente tanto il Real Madrid da mettere in preventivo l’acquisto di un nuovo terzino appositamente per stargli appresso sulla sua fascia. E Geoff è Geoff Bent, che su quell’aereo neanche doveva esserci. Non gioca da parecchi mesi, si sta riprendendo da una frattura al piede, ma a Belgrado ci va comunque, perché non si sa se capitan Byrne potrà essere della partita.

Matt Busby si prende personalmente tutto il peso di questa generazione di campioni distrutta. All’inizio il club sarà freddo, distante, fino ad arrivare quasi a dimenticare. Ma il senso di colpa verso le famiglie dei suoi ragazzi non abbandonerà mai il manager. Sarà presente a ogni cerimonia, ogni piccolo ricordo o commemorazione. Anche dopo il ritiro, si occuperà degli orfani e delle vedove dei martiri di Monaco di Baviera. E seguirà passo dopo passo la guarigione e la riabilitazione, fisica e psicologica, di chi come lui ce l’ha fatta. Bobby Charlton e Bill Foulkes nel 1968 alzeranno la Coppa dei Campioni, con Matt al loro fianco. Altri, come Dennis Viollet o Harry Gregg, non proveranno questa gioia, ma torneranno comunque a giocare ad alto livello. E poi c’è chi si è salvato, ma non darà mai più un calcio ad un pallone, come Jackie Blanchflower o Johnny Berry.

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Lo schianto del volo 609 della British Airways porta via altre vite, altri nomi. Padri, mariti, figli. Da Monaco di Baviera non torneranno più anche due membri dell’equipaggio, otto giornalisti, il segretario dello United e due allenatori, oltre a un agente di viaggio e a un tifoso, un caro amico di Busby che aveva avuto l’onore di viaggiare con la squadra. Quello che le cronache non possono però riportare è che il 6 febbraio 1958 muore inesorabilmente una parte di Sir Matt. Le ferite lasciano il posto alle cicatrici, ma lo squarcio che si apre nel suo cuore non si rimarginerà mai. Piangerà sangue ogni momento, lo si comprende nel momento in cui, dopo lunghi mesi di riabilitazione, è di nuovo in grado di guidare il suo United dalla panchina. Ogni parola è difficoltosa, ogni secondo è un colpo al cuore.

Riposarmi in Germania era un conto, affrontare l’Old Trafford è tutta un’altra storia. Quando sono entrato in campo, tra le decine di migliaia di tifosi, non trovavo il coraggio di guardare. Sapevo che i fantasmi dei miei ragazzi sarebbero stati lì ad attendermi. E sono lì, ci rimarranno per l’eternità. Proprio come rimarranno nel cuore di chi li ha visti almeno una volta attraversare quella passerella. Saranno per sempre dei fantasmi giovani e felici, vestiti di rosso sulla splendente erba verde di Old Trafford.

Arriveranno altri campioni, altri trionfi. Il Manchester United tornerà ad essere la squadra invincibile che il manager stava creando. Ma nulla potrà riempire il vuoto lasciato in Matt Busby dai volti di chi non c’è più. Dal ricordo agrodolce dei sorrisi di quegli otto ragazzi, troppo giovani per morire, ma troppo grandi per non diventare immortali.

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