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Calcio

6 febbraio 1958 – Monaco di Baviera, fiori rossi nella neve

Francesco Cavallini

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Ce la farò, padre? Io credo di sì. Mi avete dato due volte l’estrema unzione, eppure eccomi, sono ancora qua. Non basta a fermarmi, eh. Sono vecchio e un po’ malandato, ma non mi terranno qui. Non a lungo almeno. Non appena potrò alzarmi, farò il giro delle camere di questo maledetto ospedale e andrò a trovare i miei ragazzi. Perché i miei ragazzi sono bravi, lo sa, padre? Ma certo che lo sa, sarà passato da loro come è stato qui con me. Immagini padre, immagini il conforto che dà sapere che nonostante tutto, Dio ci è stato vicino. Che siamo sopravvissuti. Che un giorno quei ragazzi potranno ricordare questi giorni e pensare che è stata solo una brutta esperienza. Io sono avanti con gli anni e mi hanno trovato mal ridotto, ma loro sono giovani. Giovani e forti. Prenda Duncan, padre. Ce l’ha presente Duncan? È il primo che voglio abbracciare non appena mi daranno il permesso di lasciare questo letto. Ma lei che li ha visti, padre, come stanno i ragazzi? Li hanno fatti uscire? Non me lo dica, di certo sono già tornati in campo… E Duncan? Come sta il nostro Duncan?

Nel suo letto d’ospedale, Matt Busby è isolato dal mondo. I medici non gli hanno ancora detto nulla dei suoi ragazzi. Lo shock potrebbe essergli fatale, date le pessime condizioni in cui versa. Nel terribile schianto di Monaco di Baviera lo scozzese ha rischiato la vita, più volte è stato dato per spacciato. Ma ha la pellaccia dura Busby. Eppure, nessuno ha avuto il coraggio di raccontargli cosa è accaduto agli altri. Come fare a spiegargli che un decollo frettoloso su una pista ghiacciata ha spezzato ben ventitré vite? Ma il frate cappuccino che gli si avvicina non sa nulla di quel premuroso silenzio. E quando l’allenatore dello United gli chiede di Edwards il suo sguardo si fa triste.

Duncan Edwards ha ventidue anni, è solo un ragazzo. Un ragazzo, si dice, destinato a sollevare la Coppa del Mondo. Billy Wright non aspetta altro che mettergli al braccio la fascia, tutta l’Inghilterra è certa che il prossimo capitano della nazionale sarà Duncan. E al diavolo la Football Association, con le sue regole e i suoi divieti. La gioventù non è un peccato. Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelè e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

Perché quel calciatore divino muore in terra straniera, lontano dai suoi affetti. Un decollo in condizioni proibitive, lo schianto e poi il buio. Duncan lotta tra la vita e la morte per più di dieci giorni. Le tentano tutte, provano addirittura a impiantargli un rene artificiale. Ma il destino decide altrimenti. La partita contro i Wolves, che tanto premeva a squadra e tifosi, Edwards non la giocherà mai. Ma avrebbe davvero voluto farlo, tanto che pare che con un filo di voce abbia più e più volte chiesto a Jimmy Murphy, l’allenatore in seconda che su quell’aereo non c’era, “A che ora inizia il match, Jimmy? Non posso mancare”.  E invece il 21 febbraio 1958, quasi due settimane dopo i compagni morti sul colpo, in un letto di ospedale di Monaco di Baviera si spegne la grande speranza del calcio inglese. Duncan Edwards raggiunge nella leggenda Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor e Billy Whelan. I Busby Babes li chiamavano. Una squadra giovane e piena di talento, spazzata via da una tragedia tanto terribile quanto insensata. Matt li aveva cresciuti, calcisticamente e non. Comprensibile quindi che nessuno abbia ancora avuto voglia di dargli questo ulteriore dolore. Ma ormai il muro è caduto. E allora si avvicinano i medici, gli infermieri e soprattutto Jean. Tocca a lei, l’amore di una vita, fare a suo marito il triste elenco di quelli che non ci sono più.

Anche Tommy? Come è possibile? Una volta l’ho visto scontrarsi con un muro, padre, il nostro Tommy Taylor. Voleva riprendere un pallone vagante e bam, dritto sulla parete a tutta velocità. Eppure niente, neanche un graffio. Era una forza della natura Tommy, non lo fermavi neanche a calci. E Dio sa quante volte ci ho provato in allenamento. Non sono mai stato un terzino, ma una scivolata la potrei ancora fare, se non fossi bloccato in questo maledetto letto. Eppure Tommy non lo buttavi giù. Neanche Duncan ci riusciva. Una spallata e via, era pronto a spaccare la porta. Quanti gol gli ho visto fare, padre. Di piede, di testa, con il sole e con la pioggia. Nessuno al mondo poteva fermare Tommy Taylor. Ci hanno provato a portarmelo via, sono venuti dall’Italia. Ma gliel’ho detto padre, dove potevano metterseli quei soldi. Sessantacinquemila sterline sono tante, soprattutto se pensiamo a chi non ha il denaro per comprare un pezzo di pane. Ma non abbastanza per Tommy. Fosse venuto il Ministro della Difesa e me lo avesse chiesto per l’esercito, sarei partito io al suo posto. Era prezioso Tommy. Un caro ragazzo. Poveri noi. E povera Carol…

Carol avrebbe sposato Tommy Taylor, probabilmente dopo la Coppa del Mondo in Svezia. Altri sei mesi, giusto il tempo di indossare la numero nove in terra scandinava e scardinare le difese di mezzo mondo. E invece quel nove lo prenderà Derek Kevan, che si farà anche valere, segnando due delle quattro reti dell’Inghilterra. Un altra maglia, quella rossa, accompagna Tommy nel suo ultimo viaggio, assieme alle reti, ai trofei e all’affetto dei suoi tifosi, che al suo arrivo lo eleggono subito a idolo indiscusso. Difficile non innamorarsi di uno così, grande e grosso che a vederlo fa quasi paura, ma con uno spirito di squadra infinito. È semplice tenere i conti delle reti segnate. Quello che nessuna statistica potrà mai quantificare è il sudore. Sono le botte prese. Sono le sponde, i rimpalli, i contrasti, i tuffi disperati a riprendere palloni impossibili. Lo United perde è un gigante buono, imbattibile sulle palle alte, che con la sfera tra i piedi sembra goffo, ma sa calciare come e meglio di molti altri. Ma a queste cose, Matt ora proprio non ci pensa. Di Tommy Taylor rivede solo il sorriso. Il sorriso di un ragazzo di ventisei anni, che il destino ha cancellato troppo presto.

Li ho uccisi io, padre, dal primo all’ultimo. Roger, Billy, Eddie, Mark, David, Geoff. È colpa mia, solo colpa mia. Sono io che non ho rinunciato a quella stramaledetta coppa, io li ho portati lontani da casa. Quante persone ho fatto soffrire, quante famiglie… Figli che cresceranno senza i loro padri, padri che hanno visto morire i propri figli… È contro natura padre, queste cose non dovrebbero mai accadere. E invece accadono, proprio per colpa di gente come Matt Busby.

Roger è Roger Byrne, capitano di quello United. Non ha i piedi buoni, manca di stacco aereo e certe volte eccede con la foga negli interventi. Ma ha un senso innato della posizione, un carisma immenso e, in un’epoca in cui i terzini di solito fanno compagnia ai propri portieri, spesso e volentieri rompe gli schemi e si getta in supporto delle ali. Byrne non può certo immaginare che a casa lo attende la sua Joy, per dirgli che è in attesa del loro primo figlio. La fascia da capitano brucia con lui nella fusoliera dell’aereo. Roger Byrne jr nascerà otto mesi dopo e del padre potrà solo conoscere solo il dolcissimo ricordo che ogni tifoso dello United serba nel suo cuore.



Billy è Billy Whelan, figlio d’Irlanda nato con il vizio del gol, Eddie è Eddie Colman, il baby of the Babes con i suoi ventuno anni appena compiuti, una mezzala dotata di un dribbling ubriacante, un altro potenziale campione del mondo andato via in un attimo. Mark è Mark Jones, centrale di difesa, che a inizio carriera dopo gli allenamenti arrotondava facendo il muratore. David è David Pegg, ala che impressiona talmente tanto il Real Madrid da mettere in preventivo l’acquisto di un nuovo terzino appositamente per stargli appresso sulla sua fascia. E Geoff è Geoff Bent, che su quell’aereo neanche doveva esserci. Non gioca da parecchi mesi, si sta riprendendo da una frattura al piede, ma a Belgrado ci va comunque, perché non si sa se capitan Byrne potrà essere della partita.

Matt Busby si prende personalmente tutto il peso di questa generazione di campioni distrutta. All’inizio il club sarà freddo, distante, fino ad arrivare quasi a dimenticare. Ma il senso di colpa verso le famiglie dei suoi ragazzi non abbandonerà mai il manager. Sarà presente a ogni cerimonia, ogni piccolo ricordo o commemorazione. Anche dopo il ritiro, si occuperà degli orfani e delle vedove dei martiri di Monaco di Baviera. E seguirà passo dopo passo la guarigione e la riabilitazione, fisica e psicologica, di chi come lui ce l’ha fatta. Bobby Charlton e Bill Foulkes nel 1968 alzeranno la Coppa dei Campioni, con Matt al loro fianco. Altri, come Dennis Viollet o Harry Gregg, non proveranno questa gioia, ma torneranno comunque a giocare ad alto livello. E poi c’è chi si è salvato, ma non darà mai più un calcio ad un pallone, come Jackie Blanchflower o Johnny Berry.

Lo schianto del volo 609 della British Airways porta via altre vite, altri nomi. Padri, mariti, figli. Da Monaco di Baviera non torneranno più anche due membri dell’equipaggio, otto giornalisti, il segretario dello United e due allenatori, oltre a un agente di viaggio e a un tifoso, un caro amico di Busby che aveva avuto l’onore di viaggiare con la squadra. Quello che le cronache non possono però riportare è che il 6 febbraio 1958 muore inesorabilmente una parte di Sir Matt. Le ferite lasciano il posto alle cicatrici, ma lo squarcio che si apre nel suo cuore non si rimarginerà mai. Piangerà sangue ogni momento, lo si comprende nel momento in cui, dopo lunghi mesi di riabilitazione, è di nuovo in grado di guidare il suo United dalla panchina. Ogni parola è difficoltosa, ogni secondo è un colpo al cuore.

Riposarmi in Germania era un conto, affrontare l’Old Trafford è tutta un’altra storia. Quando sono entrato in campo, tra le decine di migliaia di tifosi, non trovavo il coraggio di guardare. Sapevo che i fantasmi dei miei ragazzi sarebbero stati lì ad attendermi. E sono lì, ci rimarranno per l’eternità. Proprio come rimarranno nel cuore di chi li ha visti almeno una volta attraversare quella passerella. Saranno per sempre dei fantasmi giovani e felici, vestiti di rosso sulla splendente erba verde di Old Trafford.

Arriveranno altri campioni, altri trionfi. Il Manchester United tornerà ad essere la squadra invincibile che il manager stava creando. Ma nulla potrà riempire il vuoto lasciato in Matt Busby dai volti di chi non c’è più. Dal ricordo agrodolce dei sorrisi di quegli otto ragazzi, troppo giovani per morire, ma troppo grandi per non diventare immortali.

 

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

La parte gialla del governo giallo-verde ha dovuto battere un colpo, c’è davvero timore per questo decreto nel mondo del Gambling o si ha la sensazione che siamo di fronte alla classica legge italiana dove una volta fatta, si trova subito l’inganno e soprattutto non c’è controllo?

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese

Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescente di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?

Certamente le scommesse virtuali, introdotte dalla regolazione italiana nel 2014, hanno caratteristiche diverse dalle scommesse sportive. Tuttavia per ripetitività e istantaneità (l’altro carattere che induce alla ludopatia) sono ancora molto meno aggressive di altri prodotti di gioco come le slot e le videolotteries. Però non vorrei neanche mettermi a fare una classifica tra “giochi buoni” e “giochi cattivi”: tutti i giochi sono buoni se fatti con moderazione, tutti i giochi sono cattivi se fatti in modo estremo. Il problema reale è rendere l’offerta più controllata ed avere la capacità di intervenire quando fenomeni di ludopatia emergono nei comportamenti concreti dei giocatori. La rete retail deve meglio attrezzarsi in questo senso, il gioco online, già estremamente controllato e limitato, ha al suo interno tutti i dati perchè possa esserci un monitoraggio continuo. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che tutte queste iniziative possono essere fatte insieme agli operatori legali, mentre in reti illegali e parallele nessuna di queste azioni è possibile. Ogni volta che si agisce nel settore del gioco bisogna ricordarsi che esiste una rete illegale nella quale, di sicuro, non accade nulla che possa tutelare il giocatore. Creare spazi, indirettamente, in cui queste reti possono trovare sviluppo significa abbassare le tutele complessive per i giocatori che si vogliono proteggere

E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale in forma cash perchè puro azzardo, Texas legale in forma torneo, perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati?

Personalmente, la distinzione tra giochi buoni e cattivi non la comprendo. Io credo che sia opportuno responsabilizzare chi offre gioco e chi gioca. Limitare in modo eccessivo ciò che non piace può generare oggi effetti opposti inattesi. Io credo che sia opportuno aumentare le tutele ai giocatori e la qualità della rete retail in termini di attenzione al giocatore. Se poi si vuole ridurre la pubblicità per ridurre l’induzione al gioco posso essere d’accordo. E’ l’idea di usare la regolamentazione di settore per reprimere qualcosa che non piace (per motivi morali, sanitari o altro) che mi sembra sbagliata. Questo intento punitivo, associato ad una retorica piena di imprecisioni sul settore, mi sembra davvero un approccio molto deludente ad un problema che io per primo dico che esiste. Tuttavia parlarne tirando fuori i dati sulla tassazione calcolata sulla raccolta per dire che la pressione fiscale sul gioco è bassa (come ancora vedo fare anche da illustri opinionisti) mi pare più che una notizia giornalistica interessante un segno di sciatteria nell’analisi. E mi chiedo quanto il settore del gioco ha sbagliato negli scorsi anni per meritarsi adesso tanta approssimazione nel modo in cui viene rappresentato…

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Coppa del Mondo: in Russia c’era anche l’Italia. Quella della musica

Tommaso Nelli

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C’è un’Italia che ha comunque partecipato al Mondiale in Russia. È quella della musica che, grazie al compositore Ettore Grenci, può dire anche di essersi tolta delle belle soddisfazioni. Il singolo realizzato dall’artista di origini napoletane, “United by love”, una delle canzoni di accompagnamento della rassegna iridata, nel giro di pochi giorni ha superato i 9 milioni di visualizzazioni sul canale YouTube della Warner Mùsica.
Interpretato dall’uruguagia Natalia Oreiro, star internazionale della musica pop latina, il brano, le cui parole sono di Silvia Molina (moglie dello stesso Grenci) è cantato in tre lingue – russo, inglese e dialetto castigliano – ed è un inno alla pace, all’amore e alla fratellanza.

Per Grenci, che ha realizzato l’opera con il produttore discografico Diego Córdoba e che ha dedicato al padre scomparso da poco, si tratta di un altro risultato di prestigio all’interno di una carriera che lo ha visto collaborare, fra gli altri, con altri personaggi di spicco del panorama musicale mondiale, fra i quali Demi Lovato, Marc Anthony e Ricky Martin.
Proprio quest’ultimo, rimanendo in tema di canzoni mondiali, fu l’interprete de ‘La copa de la vida’, colonna sonora dell’edizione di ‘Francia’ 98′, culminata col successo in finale dei padroni di casa per 3-0 sul Brasile di Ronaldo.
A differenza del successo dell’asso portoricano, quello di Grenci non è stato il singolo ufficiale della rassegna russa, riconoscimento andato a “Live it up” di Nick Jam (con la partecipazione di Era Istrefi e Will Smith), bensì uno di quelli di accompagnamento.

Un riconoscimento più che considerevole se si pensa che, dal 1962 a oggi (cioè da quando è previsto che la Coppa del Mondo abbia un suo motivo canoro), questo onore, per gli artisti italiani, era spettato soltanto al “Nessun Dorma”, con voce dell’indimenticato Luciano Pavarotti, durante “Italia’ 90”. In quell’occasione altri due artisti nostrani, Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, dettero forma a “Un’estate italiana”, canzone ufficiale della manifestazione che stampò indelebili nelle menti dei tifosi le gesta degli azzurri di Azeglio Vicini e di Totò Schillaci. E pensando anche al maestro Ennio Morricone, compositore della “Marcha del Mundial” argentino del 1978 assieme alla “Orquesta Filarmonica de Buenos Aires”, Grenci è quindi in ottima e illustre compagnia nella galleria dove s’incontrano la musica e il calcio ai suoi massimi livelli.
E l’auspicio è che le ottime intenzioni emanate da “United by love” arrivino anche alle orecchie e soprattutto al cuore della Nazionale di Roberto Mancini, spingendola a leggere nell’assenza da questo Mondiale una grande occasione per risollevare la testa e ambire a un deciso riscatto internazionale sul piano dell’immagine e dei risultati.

Non ci resta che ascoltarla..

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