C’è una scritta non distante da casa mia. La vedo spesso quando il semaforo mi impone l’alt, o quando percorro quella strada a velocità sostenuta. Sta su un muretto basso, che fa da parapetto al capolinea degli autobus in Viale di Torre Maura, nella periferia sud-est di Roma. “4-6-1989: Antonio De Falchi vive”. È messa là, non per caso. Antonio è cresciuto in quelle strade, ha respirato l’odore della periferia impregnandosi con i colori giallorossi. Da queste parti essere della Roma è quasi obbligatorio. Bastava passarci qualche anno fa, quando il calcio era ancora in perfetta armonia con il popolo. Bandiere giallorosse ovunque e quel pizzico di ruvidezza tipica del romano scalcinato e ironicamente malinconico.

Ho pensato a lui le prime volte che mi sono avvicinato alle entrate del Meazza, percorrendo a piedi quel pezzo di asfalto che divide Piazzale Lotto dalla Scala del Calcio. Ho rivisto le sue foto, gli striscioni a lui dedicati, i cori. Roma. Milano. Una rivalità che andava ben oltre il calcio. Un modus vivendi differente, di due popoli, due entità e due città agli antipodi. Stereotipate, certo. Ma con tante verità di fondo. Dall’una e dall’altra parte. Antonio De Falchi è morto in maniera meschina. Infame. Senza una logica, senza un perché e senza una giustificazione. E a noi non interessa  star qui a fare retorica o, peggio ancora, morale. Perché forse non ne abbiamo neanche il diritto. E perché della morale ce ne sbattiamo, quando sanno tutti come andarono le cose nei mesi, negli anni, seguenti a quella maledetta domenica. Il processo farsa, la libertà comprata a suon di milioni, i colpevoli subito a piede libero. Un’altra umiliazione per la famiglia De Falchi.

Chi ha il diritto di dire a qualcun altro cosa è moralmente giusto e cosa non lo è? La signora Esperia, la mamma di Antonio, ha smesso da tempo di chiederselo. Lei, la sua famiglia, forse lo rivedono partire allegro per la trasferta, al seguito della Roma. Non sapendo che sarebbe stata l’ultima. Non sapevano che carissimi gli sarebbero costati quei pochi passi compiuti da Piazzale Axum, dove il tram per lo stadio faceva capolinea, al cancello numero 16, quello riservato ai tifosi ospiti. Una domanda: “Che ore sono?”, il suo accento inconfondibile, e la carica di oltre trenta persone nascoste dietro un muretto improvvisato per i lavori di ristrutturazione in vista dei mondiali 1990. Trenta contro tre. Se non c’è giustizia nel cadere inermi a diciotto anni, c’è ancora più viltà nel farlo così. Per mano di chi voleva dimostrarsi uomo a tutti gli effetti . Duro e puro. Mostrando al mondo, invece, l’esatto opposto. Morire in un giorno di festa. Morire in piena gioventù.

Le lacrime che scendono a mamma Esperia sono le stesse da ventotto anni. Asciugate dai ragazzi e dalle ragazze che tengono vivo il ricordo di Antonio, che ne onorano la memoria e che lo hanno reso un’icona del romanismo. Anche oggi che la Curva Sud è in difficoltà, divisa e spaccata in due. Con il cuore che pulsa ancora sangue, ma fa una fatica terribile.

In ogni coro, in ogni partita, in ogni trasferta gli ultras hanno deciso che Antonio De Falchi ci deve essere. E il suo ricordo si è tramandato. Silente ma forte. Di generazione in generazione. Sì, lo hanno deciso gli ultras. Perché lontani sono i tempi di Dino Viola. Presente ai funerali nella chiesa di San Giovanni Leonardi, a Torre Maura. Il Presidente si fece carico della funzione, cercando di stare vicino a un cuore di mamma straziato dal dolore. Dopo di lui nessuno si ricordò più di Antonio. Mai una parola, mai un mazzo di fiori, mai un messaggio.

E allora giusto che a tutti questi anni di distanza viva solo nel ricordo di chi è stato ed è come lui. Di chi ogni volta che la Roma gioca a Milano gli dedica un pensiero, passando davanti al punto dove i suoi occhi si chiusero per sempre. Perché neanche la batosta sportiva più atroce subita in terra meneghina potrà essere paragonata alla morte di un ragazzo da poco maggiorenne. Oggi avrebbe quarantasette anni. E probabilmente indosserebbe ancora la sciarpa giallorossa per sostenere la sua città, la sua squadra e il suo popolo. Che mai lo dimenticherà.

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