Quando lo scorso anno ha festeggiato la promozione in Bundesliga, l’RB Lipsia ha riportato sul palcoscenico del calcio tedesco una squadra dell’ex DDR sette anni dopo l’Energie Cottbus e ha restituito splendore alla cittadina della gloriosa Lokomotiv (finalista in Coppa delle Coppe nel 1987), caduta in disgrazia dopo la dissoluzione dell’Oberliga e il crollo del Muro di Berlino. Era il 1989 e il grande calcio la salutò come in Goodbye Lenin sembra fare la statua del padre della Rivoluzione Russa nei confronti del protagonista, che la osserva attonito mentre una gru la porta via all’indomani di quel 9 novembre che cambiò il mondo.

Oggi quella scena sembra svolgersi, ma al contrario. Con il football d’autore che sbarca nuovamente oltre Checkpoint Charlie a più di trent’anni delle ultime affermazioni europee del “socialismo reale”. Nel 1986, se cominciava a cadere sul piano socio-politico con la tragedia di Chernobyl, l’Est s’issava ai vertici del pallone continentale conquistando l’allora Coppa Campioni e l’ancora esistente Coppa delle Coppe con Steaua Bucarest e Dinamo Kiev. Creature figlie dello stesso padre, ma di madri diverse: grintosi quasi al confine della provocazione e preoccupati più alla difesa, i rumeni. Atletici, sincronici nei movimenti e preposti all’attacco, i sovietici.

La Steaua fu la prima squadra di un Paese del Patto di Varsavia ad aggiudicarsi il trofeo più prestigioso in un’edizione passata alla storia per l’assenza delle squadre inglesi a seguito della tragedia dell’Heysel, per lo scandaloso arbitraggio del francese Wurz nel ritorno degli ottavi di finale tra Juventus e Verona, per le reti fallite dal bianconero Pacione nel ritorno dei quarti contro il Barcellona, per la clamorosa rimonta dei catalani in semifinale contro il Göteborg (ribaltato al “Camp Nou” lo 0-3 dell’andata prima di prevalere ai calci di rigore) e per l’excursus sportivo del Kuusyi Lathi, che raggiunse i quarti di finale dove fu eliminato a fatica proprio dalla Steaua, che in semifinale ebbe la meglio su un’altra sorpresa, l’Anderlecht di Scifo, che al turno precedente aveva estromesso nientepopodimeno che il Bayern Monaco.

Volavano con l’ala Lacatus, futuro viola, ed erano guidati dal nocchiero Belodedici, i balcanici, la cui icona si chiamò Helmuth Duckadam. A Siviglia, in una delle più inguardabili finali che la Coppa Campioni ricordi, parò tutti e quattro i tiri dal dischetto ai giocatori del Barcellona. E la coppa atterrò in Transilvania.

Se al tempo il vento fischiava ancora, fu anche per merito dell’imposizione in Coppa delle Coppe della squadra più forte di sempre del calcio dell’Est: la Dinamo Kiev. Allenata dal leggendario colonnello Lobanovskyj con metodi tra il militare, sedute il giorno dopo la partita anche in condizioni meteo proibitive, e l’avveniristico, campo suddiviso in nove zone con un computer a calcolare i passi compiuti da ciascun calciatore in ciascuna zona, la fucina della casa madre sovietica (dodici convocati tra i ventidue di Messico ’86) dominò la manifestazione dal primo turno alla finale, dove si scolò l’Atletico Madrid con un 3-0 senza repliche. Quella sera, allo “Stade de Gerland” di Lione, qualcuno disse d’aver visto il calcio del futuro con almeno vent’anni d’anticipo. Certo è che quella Dinamo sbalordì per l’impeccabilità dei meccanismi di gioco, l’elevata tenuta atletica dei suoi uomini, la loro consapevolezza d’inserirsi al momento giusto e il loro talento al servizio del collettivo, ben riflesso da Blochin, Zavarov e Bjelanov (Pallone d’Oro quell’anno) capocannonieri di quell’edizione con cinque reti ciascuno.

Qualche mese più tardi Steaua e Dinamo si sarebbero sfidate per la Supercoppa Europea, che prese la strada di Bucarest grazie a un gol di un giovanissimo Gheorghe Hagi, arrivato in prestito proprio per quella partita salvo poi non essere più restituito al suo club di provenienza. Era il 1986 e c’era uno spettro che si aggirava per gli stadi d’Europa…

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