C’è del marcio in Danimarca. Non è una citazione di Shakespeare. Ma la bomba lanciata dal giornalista Renato Farminelli sul giornale il Tifone nel 1927. Con questo titolo l’autore sconvolgeva il calcio italiano, facendo scoprire al popolo di appassionati del football una pratica che sa molto di calcio moderno ma che, nei fatti, apparteneva anche al tanto rimpianto pallone ancora solo radiofonico: la combine per pilotare il risultato di una partita, di un campionato.

Stagione 1926-27. Fase finale di una Serie A che si apprestava ad essere unita sotto un unico girone. A contendersi il titolo, Torino e Bologna con la Juventus attardata, ormai fuori dai giochi.

Il presidente granata Marone voleva fortemente quello scudetto e l’ultimo scoglio da superare per una sfilata comoda verso il successo finale era rappresentato dall’altra sponda di Torino, la Juve di Edoardo Agnelli. 5 giugno 1927. Al Filadelfia le squadre si contendono il risultato che rimane in bilico fino al decisivo 2 a 1 a sfavore della Vecchia Signora. All’epoca il Torino non era ancora Grande e quella vittoria l’avrebbe portato a raggiungere il primo tricolore della sua storia. Fin qui nulla di strano.

Ma la faccenda si complica: Farminelli vive nella Pensione Madonna degli Angeli di Via Lagrange e, nello stesso stabile, è situata anche l’abitazione del terzino sinistro bianconero Luigi Allemandi. Nei giorni successivi il Derby della Mole, Farminelli ascolta inavvertitamente (?) un’accesa discussione tra il giocatore della Juventus e un giovane studente siciliano, tale Francesco Gaudioso. I toni sono forti e tra le frasi pronunciate dai due esce fuori che i motivi della litigata sono riconducibili al mancato pagamento di una somma di denaro da parte di un dirigente del Torino, il dottor Nani. Ma cosa c’entra un giocatore della Juventus, un dirigente del Torino e un ragazzo venuto dalla lontana Sicilia? La risposta è sconvolgente e potrebbe benissimo calzare in un film di intrighi internazionali. Pare, infatti, che Nani, volenteroso di esaudire il sogno tricolore del suo Presidente, avesse preso contatti con Allemandi, tramite Gaudioso, anche lui residente nella Pensione, per proporgli una combine in cambio del pagamento di 50 mila lire (che rappresentavano circa 125 volte lo stipendio mensile del giocatore), di cui 25 prima della partita (il derby in questione) e il restante a risultato acquisito, chiaramente in favore del Torino. La cosa strana, a posteriori, è rappresentata dall’insistenza con cui il calciatore avesse richiesto il resto della “mazzetta”, essendo stato, nel corso della stracittadina in questione, uno dei migliori in campo sponda bianconera, cercando in tutti i modi di arginare le avanzate di un Toro più motivato.

Il vaso di Pandora scoperchiato a fine campionato da Farminelli, che non aveva mai avuto buoni rapporti con il Torino per via di una mancata consegna della tessera per l’accesso allo Stadio Filadelfia, mette in allarme la Federcalcio. Nella persona del Presidente Arpinati, fascista convinto, viene aperta un’inchiesta. Dopo attenta analisi e ricerche all’interno dell’appartamento di Allemandi viene a galla la scomoda verità: in un cestino, l’ispettore Zanetti, il vice di Arpinati, rinviene un biglietto strappato in molti pezzi che, dopo 18 ore di minuziose ricostruzioni, porta alla luce un messaggio contenente la richiesta da parte di Allemandi del restante 50 per cento promesso dal Nani.

Il dirigente crolla così come Gaudioso di fronte alle domande degli inquirenti. Le conseguenze sono immediate e asprissime: revoca della scudetto e squalifica a vita per il calciatore. Nell’inchiesta vengono coinvolti altri due giocatori juventini: Federico Munerati per aver ricevuto dei “doni” da una società non specificata e Piero Pastore, reo di aver scommesso contro la sua squadra in occasione del derby, nel quale, guarda caso, venne anche espulso per reazione. Per i due, però, solo un avvertimento a non ripetere quanto fatto. Per la Juve, nessuna pena, essendo estranea ad un’iniziativa del tutto personale del giocatore. Ma non è finita: infatti, a margine del derby della discordia, un altro episodio turbò, quasi un mese prima, il campionato italiano: in occasione della partita di andata tra Torino e Bologna, l’arbitro Pinasco aveva annullato un gol-no gol dei felsinei sul risultato di uno a zero per i granata che valse i 2 punti alla squadra piemontese. Una settimana dopo la partita Torino-Juve, era giunto un telegramma in cui si diceva che Pinasco aveva fatto un dietrofront sulla decisione, richiamando il CITA (un comitato dell’epoca simile al giudice sportivo) il quale dichiarava che la partita andava rigiocata. Anche in quel caso la sfida venne vinta dal Torino. L’arbitro Dani, giacchetta nera che nella gara della fase iniziale del campionato, Torino-Bologna, aveva fischiato un contestatissimo rigore ai piemontesi per il 2 a 1 finale, si rese di nuovo protagonista assegnando un penalty dubbio ai granata che fissò il risultato sull’1 a zero. In questo caso, le proteste furono quasi nulle.

Allemandi, dopo solo un anno di squalifica, ottenne l’amnistia anche grazie alla medaglia di bronzo dell’Italia durante le Olimpiadi del 1928.

Il dibattito non si è mai placato. Perché non assegnare lo scudetto del 1927 alla seconda classificata Bologna? E perché, soprattutto, Luigi Allemandi giocò così bene quel derby per il quale era stato “pagato” per comprometterlo?

Si dice che fosse stato il Regime fascista a non voler assegnare lo scudetto al Bologna per non alimentare i sospetti di un favoreggiamento nei confronti della squadra emiliana di cui Arpinati, bolognese, era sostenitore e anche il rigore a favore del Toro nella partita rigiocata sembra essere stato un modo raffazzonato di riportare le cose nell’ordine prestabilito.

Per quanto riguarda Allemandi, per molti, tra cui il grande Gianni Brera, pur avendo accettato il compenso, il giocatore juventino pare fosse solo un intermediario e una “pedina da sacrificare” per nascondere il vero colpevole, o i veri colpevoli. Tra i nomi che spuntarono all’epoca anche quello di Virginio Rosetta, grande terzino destro bianconero, simbolo di integrità, che nel corso di quella partita maledetta era stato artefice di un errore grossolano, facendo passare la palla sotto le gambe in occasione della punizione dell’uno a uno del Torino. Le prove a conforto di questa tesi non ci sono e la verità non si saprà mai.

Ad ogni modo, molte cose rimasero irrisolte in quel campionato del 1926-27. Bolognesi e Torinesi ancora si battono per la restituzione o l’assegnazione dello Scudetto. Il Presidente Cairo, sta combattendo affinché il Toro possa riavere il titolo.

Corsi e ricorsi storici. Lo sport più bello del mondo. E quel lato oscuro insito nella sua natura che non appartiene solo al nostro tanto bistrattato presente.