Juventus retrocessa in B? Sì una sola volta, nel 2006, ma da condannata. Forse, però, non tutti sanno che i bianconeri più di un secolo fa, retrocessero sul campo. E si salvarono indovinate dove? In FIGC.

La storia risale alla stagione 1912-1913, quando la federazione riforma il campionato. Il progetto Vavassori-Faroppa garantisce un respiro nazionale al calcio, ormai evolutosi a macchia d’olio lungo l’intera penisola. La Prima Categoria prevede 30 squadre divise in gironi regionali al Nord (Veneto – Emliano, Lombardo-Ligure, Piemontese) e al Centro- Sud (Toscano, Laziale, Campano).  Vince la Pro Vercelli. Sin qui, tutto ok.

Il problema nasce dal regolamento: la riforma prevede anche il meccanismo “promozioni e retrocessioni”, studiato per garantire “mobilità sociale” ai vari club. Una soluzione, sulla carta, sportiva. Sul campo, però, tramutatasi in un incidente diplomatico. Già, perchè fra le prime retrocesse della storia del calcio italiano c’è anche la Juventus, ultima nel girone Piemontese. Annata disastrosa: 3 punti in 10 partite, frutto di 1 vittoria, 1 pareggio, 8 sconfitte 14 reti realizzate e 35 subite. La retrocessione è sentenziata dal campo, ma ribaltata nelle scrivanie dei piani alti del calcio.

Artefice del “miracolo sportivo” (?), Umberto Malvano. Il presidente della Juventus chiede e ottiene un “incontro straordinario” in FIGC dopo che l’assemblea societaria bianconera si chiude con l’intervento dei Regi Carabinieri, chiamati a sedare una rissa fra dissidenti che, in caso di retrocessione, minacciano di non finanziare la squadra e destinarla al fallimento. Malvano, terrorizzato dall’ipotesi, chiede la “salvezza”. Raggiungibile con un artifizio: ripescare e “spostare” la Juventus in un altro girone. Non molto sportivo, ma applicabile. Del resto, anche nel 1912, siamo in Italia. Non importa se una richiesta è discutibile. L’importante è che qualcuno la appoggi. E quel tale c’è. Malvano è un ex calciatore della Juventus, ma anche del Milan. Ed è in ottimi rapporti con il vice presidente federale Giovanni Mauro. Insomma, quanto basta affinché la FIGC dica “sì”.

Resta da giustificare la scelta. Detto, fatto. La FIGC nell’assemblea federale del 24 agosto 1913, sposa in larga parte il progetto Baraldi – Baruffini che prevede un ampliamento delle partecipanti alla Prima Caegoria. In più, aggiunge il blocco totale delle retrocessioni risalenti all’anno precedente. Soluzione ottima, per la Juventus (e le altre retrocesse), ma indigesta per i Comitati Regionali chiamati a riorganizzare i tornei. Il Piemonte è saturo: deve accogliere l’Alessandria e ha anche il “peso” del Novara, salvo (penultimo nel 1912-1913) e meritevole di un soggiorno in massima serie. E ora? Che si fa?

La FIGC non si scompone: una soluzione si trova sempre. E così la Prima Categoria, anno 1913-1914, prende vita in barba ai criteri sportivi e…geografici: le squadre sono suddivise in ordine di…convenienza. La Liguria che “riempiva” il girone Lombardo-Ligure, è dislocata dalla Lombardia e si accorpa al Piemonte. Ciò libera due posti ad est del Monviso. E sono, ovviamente, appannaggio di Novara e Juventus che giocano nel neonato girone “Lombardia”. Obiezione: sono piemontesi. Respinta. Anzi, non fate troppe domande, chè c’è da accontentare il Brescia, divenuto scomodo “quid in più” in Lombardia dopo il trasloco forzato delle due piemontesi. No problem. Le rondinelle trovano un nuovo e accogliente nido nel girone Veneto-Emiliano. Tutto bene. Fantastico. Applausi. Adesso, in FIGC, non resta che tutelarsi: per evitare scomode discussioni, si torna all’antico: blocco totale delle retrocessioni. E così giocarono tutti, felici, contenti e spensierati. Ah, per la cronaca, lo scudetto 1913-1914 lo vince il Casale, ma questa è un altra storia, forse più bella…

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